“Lampadine blu su alberi di rame nero, scolpiti spogli, come fossero fiori. Oltre le tende, ed il vetro della grande finestra, il porto illuminato. Il regista e la sua assistente siedono poggiati con la schiena su di un tronco freddo, al centro della stanza, immersi nella piccola foresta a cerchio. Le paillette del vestito lungo che il regista ancora indossa riflettono tanti piccoli bagliori blu elettrico, come congelate scintille sul suo corpo modellato da donna. Due calici di vino rosso poggiati per terra nel triangolo di spazio vuoto tra la coscia sinistra di lui e la coscia destra scoperta dell'assistente. Di sottofondo un leggero ronzio, simile a quello di un amplificatore. Le facce placide come nel sonno, se non per gli occhi di entrambi dondoli tra la porta d'ingresso ed i petali di luce sopra le loro teste. Sulla parete opposta alla finestra un letto matrimoniale con coperte a rombi bianco perla.
"È stata una bella giornata, come di primavera" dice a bassa voce il regista, con la voce resa grave dal vino.
"Qualcosa ti ha ispirato?"
"Le ombre, per adesso, sotto alla giostra."
"Qualcosa ti turba?"
Il regista non risponde, guarda il blu sulle sue ginocchia.
"Il trenino è stato fantastico. Ho riso molto, ma ho anche pianto."
"Tutti mi chiedono della stanza rossa.”
―
Giorgio Azzena,
Cielo, apri aria