In luce fredda Quotes

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In luce fredda (Rosa dei venti Vol. 1) In luce fredda by Micol Mian
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“«Che c’è?» Carlos corrugò la fronte.Lui gli posò le mani ai lati del volto, arrampicandosi sulle sue gambe per sederglisi in braccio. «Niente,» disse, sporgendosi a baciarlo di nuovo. «Sono soltanto felice di essere qui.»«Qui, piuttosto che a tenere Raven per mano mentre orchestra l’assassinio di Owens?» scherzò Carlos, posandogli le mani sui fianchi.«Qui e basta,» rispose lui. «Con te.»ui Qui Sentì le sue mani stringere appena la presa, spostarsi più indietro ad accarezzargli la schiena.Scivolando in avanti, accostò la bocca al suo orecchio, si leccò le labbra. «Lo sai che ti amo, vero?» sussurrò. Dirlo era ancora difficile. Riusciva a farlo solo senza guardarlo negli occhi, leggendo la risposta nelle reazioni del suo corpo: il bacino che si alzava di scatto a cercarlo, la pelle che si increspava di brividi.«Ti amo anch’io, Viv.»Restare ad ascoltarlo senza sentirsi soffocare – senza provare l’impulso di fargli cambiare idea all’istante – era ancora una vittoria, e Vivian aveva intenzione di prendersi tutta la notte – tutto il tempo del mondo – per celebrarla.Lentamente si premette verso il basso, stringendogli le ginocchia intorno ai fianchi; Carlos socchiuse le labbra sul suo collo in un bacio umido, prolungato, e lui inclinò la testa per fargli spazio, cercando il telecomando a tentoni. Alle sue spalle il notiziario era ormai passato ad altre storie; premette il tasto per spegnerlo e il silenzio esplose intorno a loro di colpo, rendendo più forte il suono dei loro respiri. Poi Carlos si alzò in piedi, sollevandolo, e Viv si aggrappò alle sue spalle, soffocando una risata contro la sua gola. «Mi porti in camera?» In risposta, l’altro strinse la presa sulle sue gambe e s’incamminò verso la stanza.«Spegni tu in soggiorno?» chiese. E con una soddisfazione intima, inspiegabile – a cui non cercava più di dare spiegazione – Viv premette la mano sull’interruttore, cedendo una stanza al buio e consegnando l’altra alla luce”
Micol Mian, In luce fredda
“«Non è facile,» disse, in un sospiro. Anche senza guardarlo, Carlos sapeva che aveva gli occhi ancora chiusi.«Non deve esserlo,» rispose. Voltando la testa gli baciò le palpebre; un tocco leggerissimo. «Le cose vere non lo sono spesso, credo. Ma va bene comunque. D’accordo?»Viv annuì contro la sua guancia. Poi le sue braccia gli si allacciarono al collo, lo attirarono al petto in una stretta fortissima.«D’accordo.»E sembrò racchiudere molto di più, in quella parola, in quell’abbraccio, nel respiro che soffocò contro di lui, come a trattenerlo. In un altro momento – un tempo diverso – Carlos avrebbe forse avuto bisogno di un linguaggio più esplicito, ma in quel presente, con Viv di nuovo vicino, qualunque parola sembrò sciogliersi nel peso dei loro corpi che affondavano nel letto; nel rumore dei respiri che si spandeva nella stanza, come un’onda sempre più debole, mentre oltre la porta la vita proseguiva. In attesa.Avrebbe riservato altre sfide, sicuramente; avrebbe riservato altri ostacoli, altre persone. Baci impalpabili e notti frementi, sguardi gelidi, liti. Amici.Nuove strade e nuovi passi.La prospettiva non faceva paura, però: era quasi dolce, in quell’abbraccio, con il buio che si addensava intorno come un bozzolo e Viv rannicchiato contro, occhi chiusi e fiato sospeso. Una luce fredda intrappolata nel ghiaccio.Un giorno, forse, sarebbe riuscito a scioglierlo.Ma anche se non l’avesse fatto, pensò Carlos, premendogli le labbra sulla fronte e inspirando a fondo, riempiendosi i polmoni di lui, della sua presenza. Anche se non l’avesse fatto, l’avrebbe amato lo stesso.E in quel pensiero ebbe l’impressione di ritrovarsi, e ritrovare ogni strada che aveva perso”
Micol Mian, In luce fredda
“«Possiamo ricominciare da qua, secondo te?»Corrugando la fronte, Viv lo guardò dal basso: i capelli sparsi sul cuscino come un’aureola chiarissima, le pupille grandi nella penombra. «Da qua?»«Da questo abbraccio,» precisò Carlos. «Da questa conversazione. Trasformare quello che è successo in uno stimolo per fare di meglio. Per stare meglio insieme.»Disteso sotto di lui, intrappolato tra le sue braccia, Viv sembrava al tempo stesso irreale e troppo concreto, un’emanazione delle notti trascorse a sognarlo e la realtà stessa che aveva contaminato quei sogni, dato loro una direzione precisa. Il suo corpo creava un campo gravitazionale da cui non poteva né voleva sfuggire; doveva sforzarsi per mantenere quella distanza irrisoria, per non cedere all’impulso di abbassarsi di nuovo a baciarlo, distenderglisi addosso con più pesantezza. Quando lo vide alzare una mano a toccargli la guancia, rabbrividì come se fosse stato un contatto molto più intimo e intenso.«Non posso prometterti che non farò più cazzate di nessun tipo,» mormorò Viv, senza quasi muovere le labbra. «Sarebbe una bugia.»«Non voglio che tu mi prometta di non fare cazzate,» ribatté lui. «Solo che cercherai di avvertirmi prima. Così potrò provare ad arginare il danno.»«E se non dovessi riuscirci?»Non specificò se il soggetto fosse Carlos o se stesso, forse non aveva importanza. Il rischio di fallire era reale per entrambi; probabilmente scontato, a essere precisi. Non si disimparano le abitudini di una vita in una notte, o in qualche settimana.Si può cominciare a farlo, però. A volerlo.Nel loro caso, concedersi il desiderio era già un primo passo. Gli altri sarebbero venuti dopo.«Se non dovessi riuscirci, ricominceremo da capo.»«Insieme?» «Insieme,» ripeté Carlos. «E da soli. Ciascuno per conto proprio, e accanto agli altri. Perché gli altri ci sono, Viv. E vogliono aiutarci»”
Micol Mian, In luce fredda
“«Hai mai pensato che, forse, il punto non è che dovresti risolvere tu qualcosa? Non è una responsabilità che ti spetta.»«E cosa dovrei fare, allora?»Sembrava una domanda sincera. Come se davvero stesse chiedendo il suo consiglio – come se finalmente si stesse lasciando guardare, dopo tutto quel tempo – e a Carlos neanche interessava più che si fossero appena rivisti dopo settimane di silenzio, e una frattura che non si era ancora risanata: l’unica cosa importante, in quel momento, era trovare le parole per comunicare a quel ragazzo una verità confusa che neanche lui comprendeva del tutto, e a cui nonostante questo credeva ciecamente. In modo del tutto intuitivo.«A volte ho l’impressione che tendiamo a metterci troppo al centro del mondo,» cominciò lentamente, concentrandosi per tradurre in parole quell’idea astratta che gli era cresciuta dentro in quei mesi, modellata dalle persone che aveva conosciuto, dalle storie che aveva visto e sfiorato. «Siamo convinti che l’importante sia quello che facciamo, il modo in cui possiamo agire sugli altri. Nel bene e nel male. Influenzandoli. Ma forse il punto non è quello che facciamo, non davvero. Soltanto quello che siamo. E quanto lasciamo che gli altri lo vedano. Io non ho mai voluto che tu fossi diverso, Viv,» proseguì, il tono di colpo fervido, convinto. «Non ho mai voluto cambiarti. Avrei solo voluto che tu mi lasciassi vedere quello che sei, che fossi te stesso al mio fianco. Senza nasconderti. Senza bisogno di proteggerti. E forse questo vale anche per tuo fratello, forse vale per tutti.» Una pausa, dolorosa. Inevitabile. «Anche con te, a volte, ci sono stati momenti in cui avrei voluto abbracciarti ma non l’ho fatto, e sono rimasto a guardare mentre ti facevi consumare da qualche veleno segreto. Il giorno in cui abbiamo litigato… Non avrei dovuto forzarti, lo so, ma…» Si strinse nelle spalle. «Non sono bravo a bruciare in silenzio, io,»
«E non dovresti esserlo,» ribatté Viv. «Né diventarlo. È questo che intendo, Carlos. Ti meriti qualcuno che non ti faccia sentire in quel modo.»«Potresti smettere di usare quella parola, almeno per questa sera?» L’irritazione si riaccese di colpo, come brace nella cenere. «Per te è importante solo questo, che cosa voglio io non conta?»«E cos’è che vuoi, Carlos?» ribatté l’altro, quasi con sfida.Lui lo guardò negli occhi. «Te,» disse, e non provò neanche imbarazzo. Era la verità, lo era dall’inizio; aveva impiegato troppo tempo ad ammetterla con se stesso, non aveva intenzione di continuare a nasconderla. Viv lo guardò, immobile, occhi sgranati e lucidi, labbra socchiuse. «E in questo momento?» domandò, con un filo di voce. «Più concretamente?»«Voglio abbracciarti,» rispose lui, azzardandosi infine a tendere la mano. La guancia di Viv era liscia, fredda; toccarlo fu un brivido. Lui girò la mano in modo che al posto delle nocche lo accarezzasse il palmo, e mosse lentamente il pollice sul suo zigomo. «Posso?»L’altro annuì, senza parlare; sembrò deglutire a fatica.Quando Carlos scivolò più vicino sul letto e gli passò un braccio intorno alla schiena, lo sentì rigido come doveva essere stato lui la prima volta che Viv l’aveva toccato, e al tempo stesso mille volte più fragile e inflessibile, più ferito. Per un istante ci fu solo l’eco del sangue, di nuovo fortissimo, nelle orecchie e nei polsi, alla giugulare. Poi, come in un miracolo improvviso, il corpo tesissimo che sentiva premere contro il fianco si sciolse in una postura più morbida e Viv nascose il volto contro la sua spalla; se lo ritrovò in braccio come era accaduto altre volte, in passato, su quello stesso letto, ma a differenza di allora la tensione sessuale rimase in sottofondo, una vibrazione distante”
Micol Mian, In luce fredda
“«Come sta?» chiese. Non c’era bisogno di specificare il soggetto.Posando la tazza fumante, l’amico si appoggiò allo schienale della sedia e socchiuse gli occhi in uno sguardo più penetrante. «Diciamo che è stato meglio. Ma a questo potevi arrivarci da solo, credo.»«Sì.» Viv si morse il labbro. «Ho saputo che ha lasciato il tirocinio.»Raven annuì, senza chiedergli da chi l’avesse sentito. Forse non era un vero mistero, forse David era stato un veicolo del tutto indifferente perché Viv avrebbe potuto ottenere la stessa informazione da mille fonti diverse. «Credo sia l’unica cosa del tutto buona uscita da questa storia, anche se lui al momento non ne è altrettanto convinto. E anche se sarebbe stato meglio se avesse scelto di farlo di propria iniziativa e basta, non spinto dal fatto che…»«Che il suo ragazzo gli ha detto di essersi scopato il suo capo,» concluse Vivian.L’amico si strinse nelle spalle, ma non lo corresse. «Non l’ho fatto davvero, sai,» svelò lui, di colpo. «Non quando stavo con Carlos, intendo.»«Viv,» lo interruppe Raven, con un tono troppo dolce per quella circostanza, e al tempo stesso inflessibile. Familiare quanto i suoi occhi, la calma che infondevano anche quando il mondo sembrava incrinarsi. «Sai cosa penso della fedeltà. Sono l’ultima persona al mondo che potrebbe risentirsi per tradimenti di quel tipo. Il fatto che tu abbia o non abbia fatto sesso con altri mentre stavi con Carlos è abbastanza ininfluente, per me.»«E cos’è influente, allora?»Conosceva già la risposta – sia quella che avrebbe dato l’amico, sia quella a cui era giunto da solo – ma sospettava di avere bisogno di sentirla comunque. Di essere lì per quello.«Il fatto che gliel’hai sbattuto in faccia in quel modo, per ferirlo. Il fatto che ho la sensazione che tu l’abbia fatto per ferire te stesso. Il fatto che dopo sei scappato. Che scappi sempre, anche quando resti fermo. Che Carlos, ancora adesso, è convinto di avere sbagliato lui tutto. Non solo le cose che ha sbagliato sul serio.»«Non ha sbagliato nulla,» ribatté Vivian
Raven sorrise dolcemente, allungando una mano a giocare con il cucchiaino. «Non è vero neanche questo. Tutti sbagliamo qualcosa. E Carlos ha senz’altro i suoi casini.»«A me piacciono i suoi casini,» insistette Viv, ostinato. «Non sono sbagli, o difetti, sono semplicemente parte di lui. La parte che lo rende vero. La parte che…»Lasciò cadere la frase nel silenzio.Dall’altra parte del tavolino, l’amico aspettò qualche istante – come a dargli il tempo di ammortizzare davvero ciò che aveva detto, comprenderlo e assorbirlo in tutte le sue ripercussioni – e poi cercò il suo sguardo con un mezzo sorriso. «Hai mai pensato che lui, forse, potrebbe dire lo stesso di te?»La domanda lo prese così alla sprovvista che Viv urtò la tazza con la mano, facendo cadere qualche goccia di cioccolato sul piattino. Raccogliendola con l’indice come scusa per ritardare la risposta, deglutì a fatica e poi si portò il dito alle labbra. Una dolcezza intensa, amara; la sua preferita. «I miei casini non sono paragonabili,» disse.«Non si tratta di fare paragoni,» ribatté Raven. «Ma di lasciare agli altri la possibilità di decidere da soli quello che vogliono fare. Credi davvero che Carlos stia meglio, adesso che l’hai ferito con una stronzata invece di raccontargli la verità?»Senza guardarlo, lui scosse la testa. Sul piano del tavolo, le mani di Raven scivolarono in avanti fino a entrare nel suo campo visivo. Quando si chiusero sopra le sue Viv sussultò appena: erano caldissime. O forse erano solo le sue dita a essere sempre ghiacciate. Lo stesso freddo che si portava dentro e non riusciva a scacciare”
Micol Mian, In luce fredda
“Senza Carlos, il mondo di Vivian sembrò restringersi a giornate lente e solitarie, ridotte all’essenza: lavoro, casa, letto. La vita si trascinava passo dopo passo, tra stanchezze e silenzio, e gli lasciava troppo tempo per pensare. Dubitare. Mettersi in discussione. Neanche aveva ancora trovato il coraggio di rivedere Raven, figurarsi abbozzare qualche tentativo di scusa. Ogni volta che il nome dell’amico compariva sul cellulare rifiutava la chiamata d’istinto, e al lavoro teneva costantemente un occhio fisso sulla finestra, con l’ansia di scoprirlo sul punto d’entrare nel bar seguito dal coinquilino.Forse quel senso di solitudine – di panico sottile – non sarebbe stato così pronunciato se avesse avuto la prudenza di non intrecciare a Carlos tutte le cose belle della sua vita: sesso, equilibrio, amicizia. Sfilarne una significava disfare anche la coerenza che legava insieme le altre, e dopo la relativa stabilità degli ultimi mesi tutto ciò lo faceva sentire sfibrato. Avrebbe rischiato di perdersi davvero in un altro vortice di scelte negative, non fosse che era troppo stanco anche per quello.E che stava cercando di essere più sincero con Björn. Pensare a lui, se non a se stesso”
Micol Mian, In luce fredda
“Uscendo dal suo ufficio, Carlos ebbe l’impressione di lasciarselo alle spalle del tutto, non solo perché non avrebbe più dovuto vederlo, ma anche perché, di colpo, poteva considerarsi libero: di lui, ma anche di tutte le catene che legavano i movimenti di Hamilton stesso, il pantano del suo lusso, il suo matrimonio patetico. Anni prima un uomo del genere era stato un modello; adesso sembrava un vicolo cieco.E forse c’era Viv, in quel vicolo.Ma lui sapeva già cosa significava amarlo in un vicolo, con il buio a premere addosso e la fretta di un piacere rubato, e non voleva più farlo. Aveva bisogno di luce, ne avevano bisogno tutti, in fondo.Forse anche Viv, un giorno, sarebbe riuscito a capirlo. Con un po’ di nostalgia, mentre la porta di Hamilton si chiudeva alle sue spalle e lui lasciava spaziare lo sguardo sul resto dello studio, si chiese se quel giorno lui sarebbe stato lì ad aspettarlo”
Micol Mian, In luce fredda
“Non gli chiese cosa pensasse di fare. Né insistette perché prendesse qualche decisione concreta, o giurasse di evitare cazzate. Per quel giorno, almeno – quella parentesi breve – provarono a risparmiarsi le promesse vuote”
Micol Mian, In luce fredda
“«Il silenzio non ti salva mai, in realtà. Ti illude soltanto. E poi ti strangola. Giorno dopo giorno»
Nel silenzio che seguì, quell’affermazione vibrò come una profezia: Viv la sentì addensarsi in un brivido lungo la schiena, scivolare sulla pelle come tutti i tocchi dolci a cui si era sottratto. «Forse dovremmo cominciare a combatterlo noi due insieme,» disse, incerto.«Forse,» ammise suo fratello. «Non sarà facile, però. Nel nostro caso è ancora più radicato.»E c’erano infiniti strati di sensi di colpa e paure da liberare, prima di togliere il bavaglio che silenziava la loro voce. Occasioni in cui tacere era sembrato davvero un modo per proteggere l’altro da eccessi che non gli competevano, che l’avrebbero ferito e basta, martoriato, distrutto ancora più a fondo. Forse i primi passi andavano fatti davvero fuori da quel cerchio familiare, di colpe ereditate e trasmesse; forse la soluzione era smettere di rifugiarsi nel buio, lasciar spazio alla luce.Fuori dalla finestra, il sole aveva cambiato angolazione; non entrava più nella cucina come un coltello. Quando Viv si rialzò in piedi, le ginocchia ancora tremanti, trovò il latte raffreddato nel pentolino, coperto da una pellicola sottilissima; lo versò nel lavello, guardandolo scivolare verso lo scarico tracciando una striscia biancastra”
Micol Mian, In luce fredda
“«Il silenzio non ti salva mai, in realtà. Ti illude soltanto. E poi ti strangola. Giorno dopo giorno»”
Micol Mian, In luce fredda
“«Da che pulpito,» ribatté lui, d’istinto.Björn sorrise, colpevole. «Tu non sei me. E io a qualcuno l’ho raccontato, comunque. Non nelle circostanze ideali, forse, e non a persone a cui voglia bene, ma è servito anche questo. In certi casi, il silenzio è ancora peggio.»«In altri può salvarti la vita, però.»«Il silenzio non ti salva mai, in realtà. Ti illude soltanto. E poi ti strangola. Giorno dopo giorno»”
Micol Mian, In luce fredda
“«So che cosa provi, e so perché credi di essere qui, cosa speravi di ottenere. In un’altra fase della mia vita avrei anche potuto darti quello che cerchi, forse. Forse starei meglio se lo facessi. Una scopata fine a se stessa con un uomo più giovane e attraente può essere il modo perfetto per riequilibrare i rapporti di una relazione disfunzionale come quella che lega me e David: lo so per esperienza,» aggiunse; quel termine scurrile, l’incurvarsi improvviso della voce su tonalità più aspre, gli strappò un sussulto. Di colpo, come era già accaduto altre volte in passato, il filtro che senza neanche accorgersene sovrapponeva a quella donna – composto di tutti i suoi ruoli, quello della donna del capo, della moglie tradita, della madre modello e dell’amante vendicativa – scomparve e Carlos la vide per quello che era: una persona un po’ ammaccata, sofferente, abituata a patti continui con l’orgoglio, che conosceva bene il proprio abisso e aveva ormai imparato a bilanciarsi sull’orlo del dirupo. «Se sai che potrebbe essere utile, perché non lo fai?» chiese lentamente, e non sapeva neanche lui che cosa stesse chiedendo davvero: di usarlo per la sua vendetta – offrendogli intanto il modo di prendersi anche la propria – o solo di spiegargli il motivo di quel rifiuto.La vide sorridere, un sorriso triste, del tutto consapevole.«Perché tu non sei il tipo di uomo a cui piace fare sesso con rabbia,» disse, quasi con tenerezza. «E non voglio che domattina ti svegli con una ragione in più per odiare te stesso. O il ragazzo che ti ha portato a questo.»Fu come se avesse allungato una mano a sciogliere il nodo che gli impediva di respirare da ore; Carlos espirò di getto, si riempì di nuovo i polmoni di ossigeno. Sentì gli occhi bagnarsi, come un contrappeso istintivo, e alzò le mani a premersi le nocche contro le palpebre il più forte possibile. Di fronte a lui, Megan non disse niente.«Non sono neanche sicuro di odiarlo,» ammise Carlos infine, in un soffio. «È tutto un tale casino. Riesco soltanto a immaginarli insieme, e non capisco se sono più incazzato o preoccupato o ferito. Vorrei soltanto strapparglielo di mano. Cancellare tutto.»”
Micol Mian, In luce fredda
“«L’hai fatto apposta?»La voce di Carlos era quasi un sussurro.Lui sbatté le palpebre; per un attimo, ebbe l’impressione che un velo gli offuscasse la vista. Poi questa tornò limpida, e vide gli occhi di Carlos fissi sul proprio volto; non riuscì a leggerne lo sguardo. «L’hai fatto apposta per ferirmi?»Soltanto un’ora prima avrebbe detto di sì piangendo, implorando perdono; cinque minuti, e avrebbe riso divertito, risposto che l’aveva fatto per se stesso, perché aveva voglia di cazzo e l’avvocato sapeva darglielo meglio di lui, o qualcosa di altrettanto sferzante e falso. Ora gli sembrava di non avere spazio né per le menzogne né per le verità incomplete, e la voce si era prosciugata come un rigagnolo in secca, graffiandogli la bocca a ogni parola.«Non lo so,» disse, in un sussurro. «L’ho fatto e basta.»Poi: «Mi dispiace, comunque. Non avrei voluto dirtelo, o almeno non così.»Carlos rise. «Ti dispiace per quello?»Evitando di rispondere, perché non aveva nulla di utile da dire, Viv scosse la testa e mosse un passo all’indietro, verso la porta. Sembrava passata una vita intera da quando era entrato quel pomeriggio, invece non poteva essere neanche un’ora; l’acqua era ancora dove l’aveva lasciata sulla scrivania, chiusa, incongruentemente intatta e perfetta. Il panino, accanto, era nascosto da un velo di Scottex.«Te l’avevo detto che non sono una bella persona.» Era quasi una conclusione. Allungò il braccio dietro di sé per afferrare la maniglia. «E che avrei mandato tutto a puttane. Era scontato.»«Non c’è niente di scontato in questa storia, Viv,» lo corresse Carlos con un sibilo.Lui annuì una volta. Disse: «Vorrei che fosse stato diverso.»Era la verità – la prima di quel pomeriggio – ma, con tutte le parole che si erano lanciati addosso a infestare l’aria, risuonò falsa quanto il resto.Quando uscì dalla stanza, da quella casa, gli sembrò che anche la storia che si lasciava alle spalle fosse stata una menzogna.”
Micol Mian, In luce fredda
“«Non vuoi neanche che dica che ti amo,» lo accusò l’altro. Fu come se l’avessero colpito. Viv sussultò – le parole un uncino conficcato nel ventre, una maledizione impensabile – e si voltò di scatto, incredulo; anche Carlos sembrava un po’ sorpreso.«Scusa,» disse, dopo un attimo di silenzio. «Ma è vero. Non voglio nasconderlo.»«È vero?» ripeté lui, in tono basso. Era come una corrente strisciante, acqua gelida che serpeggiava nascosta; la sentiva rifluire nel sangue, irrorare ogni periferia del corpo e tramutarla in arma. Anche Carlos dovette notare qualcosa – uno sguardo diverso, uno storcersi del sorriso – perché si tirò indietro impercettibilmente, strinse i pugni sul lenzuolo. Fermo in mezzo alla stanza, come piantato in una roccia, Viv sentì la distanza tra loro raccogliersi intorno al suo corpo e trasformarsi in elettricità, fargli da scudo.«Tu non sai niente di me,» sibilò, senza neanche aver deciso prima che cosa dire: capitava sempre, in quei momenti, e l’imprevedibilità della propria lingua lo esaltava e terrorizzava al tempo stesso. «Come cazzo pensi di amarmi, eh? Che cosa ami? La mia bocca? Il mio culo? La parte dolce di me che ti ho fatto vedere in questi mesi, perché è l’unica di cui avrebbe potuto fregarti qualcosa? Io non sono quella roba lì, Carlos. Davvero non l’hai ancora capito?»«Sei tu che non hai capito, Viv,» ribatté l’altro. Sembrava arrabbiato anche lui, di colpo, o quantomeno irritato; durante il suo discorso aveva cominciato a guardarsi intorno in cerca degli abiti scartati e si stava rivestendo in fretta a sua volta: alzò i fianchi per infilarsi i jeans, lo fulminò con lo sguardo tirando su la cerniera. «So che mi racconti pochissimo, e chissà quanto c’è di vero in quel poco, ma so anche che tra noi c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che va al di là del fatto che ti sei sempre sforzato in ogni modo di tenermi a distanza. E so che qualunque cosa potresti dirmi non cambierebbe quello che provo.”
Micol Mian, In luce fredda
“«Ti sembra normale, quindi?»«Che cosa?»«Questo.» Con un gesto secco, tagliente, l’altro indicò lo spazio tra loro. «Ogni singola volta che facciamo sesso devo mettere in conto che, appena avremo finito, schizzerai via. Che ogni briciola di intimità che guadagno verrà tolta da qualche altra parte, in una specie di bilanciamento continuo che mi lascia sempre allo stesso punto. Lontano.»Per qualche ragione, quell’ultima accusa colpì più a fondo; Viv sentì il rimorso che lo strangolava a poco a poco mutare, trasformarsi in una sferzata di rabbia. Fece una risata bassa, sarcastica, lo guardò di traverso.«Soltanto mezz’ora fa mi stavi dicendo che rendo la tua vita bellissima.» «Perché è vero.» In ginocchio sul letto, Carlos si sporse verso di lui, allargò le braccia. «È vero che rendi più bella la mia vita. Ma mi spezzi anche il cuore ogni volta, Viv. È come se non ti fidassi di me. O non mi credessi.”
Micol Mian, In luce fredda
“«Non ho bisogno di uno spuntino,» mormorò Carlos, tendendo il braccio in un gesto inequivocabile di invito. «Soltanto di te.»Lui si avvicinò senza neanche averlo deciso. «Di me?» ripeté, e il suo scetticismo voleva essere un gioco, sì – tenero, malizioso – ma nascondeva anche una punta di verità che, in quei momenti, sembrava ferire a fondo. La mano di Carlos, quando si chiuse sulla sua per attirarlo sul letto, gli strappò un brivido.«Ho sempre bisogno di te,» aggiunse Carlos.«Bisogno o voglia?» chiese lui, poggiando un ginocchio sul materasso e lasciandosi scivolare nell’abbraccio.L’altro si tirò appena indietro per guardarlo. «C’è differenza?»Viv
avrebbe voluto dire di sì, ma non sapeva argomentare la risposta. Solo, l’idea che qualcuno avesse bisogno di lui gli metteva addosso una smania strana, come un formicolio che coinvolgeva tutta la superficie della pelle e la infiltrava fino a sciogliersi nel sangue, addensarlo in una corrente lenta. Appesantirlo di responsabilità.«Ho bisogno di te perché mi fai sentire vivo,» spiegò Carlos. «Tutto sembra registrarsi su un’altra frequenza quando siamo insieme, ed è qualcosa di cui prima non mi ero mai reso conto. Che fosse tutto così spento, confuso. Piatto.»Lui distolse lo sguardo, imbarazzato. «Lo fai sembrare un mio merito.»«Lo è. In parte, almeno,» proseguì Carlos, deciso. «Tantissime cose sono diventate più sopportabili da quando ci sei tu nella mia vita; da quando ci sei davvero, intendo, e non spreco metà delle mie energie a negare il fatto che ti penso, o ti desidero. Persino di Hamilton non me ne frega quasi più un cazzo, come se tutto quello che fa o dice potesse scivolarmi addosso. Ed è grazie a te questo. A quello che mi dai con la tua semplice presenza, a quello che provo. Al fatto che ti…»Sapeva cos’avrebbe detto – quel “ti amo” era visibile ovunque, nel luccichio dei suoi occhi e nella piega delle labbra, nel calore impossibile delle sue mani – e di colpo soltanto il pensiero divenne insostenibile. Viv gli premette il palmo sulla bocca, di scatto, sentì il suo respiro bloccarsi. «Non dirlo,» mormorò, come una preghiera, ma non avrebbe saputo spiegare verso chi, o che cosa. La dichiarazione di Carlos era già così profonda, e sentita, che l’idea di darle una forma canonica – di applicare quella forma canonica al loro rapporto, a se stesso – trasformava l’inquietudine latente di quei giorni in panico puro.E come sempre, il panico in lui trovava sfogo nel sesso”
Micol Mian, In luce fredda
“Era come una crepa: all’inizio piccola, ignorabile con il minimo sforzo, e via via più ampia, profonda, minacciosa, sottoposta a un peso eccessivo che ne slabbrava i margini, originava infinite diramazioni. Forse sarebbe stato diverso se si fosse aperta su una superficie intatta; forse capitava a tutti di averne – a ogni coppia – ma diventava più semplice ripararla con qualche conversazione sincera o una carezza. Viv la sentiva allargarsi su una parete già sgretolata, invece, e ogni tentativo di chiuderla sembrava aumentare il rischio di un crollo. Per sé, per Carlos, per chiunque gli stesse intorno.Poteva infilare la testa sotto la sabbia, ma questo non risolveva il problema. Lo posticipava soltanto”
Micol Mian, In luce fredda
“«Ehi,» disse, togliendosi un auricolare dall’orecchio. «Finite le foto?»Passandogli accanto, Carlos dovette trattenersi per non dargli una spallata come nel peggiore dei suoi atteggiamenti di un tempo. Lo intuì voltarsi, perplesso, seguendolo con gli occhi e un sopracciglio senz’altro inarcato, ma lo sguardo che gli pesava addosso davvero era quello di Jude, troppo acuto e partecipe, e dei due ragazzi delle foto: uno scuro, sicuro e bruciante, e l’altro chiarissimo, gelido, trasparente.Due diversi fantasmi che sembravano porre la stessa domanda.Credevi davvero che tutto fosse già andato al suo posto? Di avere già fatto abbastanza per meritarlo?Lui avrebbe voluto avere una risposta, ma poté soltanto sbattersi la porta di casa alle spalle, scendere in strada perché il freddo gli schiarisse la mente”
Micol Mian, In luce fredda
“Viv pareva soffiato nel vetro, in certi scatti, scolpito nello stesso ghiaccio che ricamava i vetri delle finestre. La sua pelle aveva il bianco lattiginoso del cielo gravido di neve, i capelli sfumature d’argento, le ciglia spiccavano stranamente scure. E gli occhi, sotto palpebre rosate come petali, erano schegge di azzurro che trafiggevano lo schermo, tagliando il fiato.Un angelo del gelo, intoccabile e astratto.Solo.”
Micol Mian, In luce fredda
“«E cosa meriteresti, allora?»«Trish!» sibilò l’amico. Lei gli lanciò un’occhiataccia. «No, davvero,» proseguì. «Se non ti meriti Carlos, e serate come questa, e gente che ti vuole bene, e anche un po’ di amore, forse… cosa meriteresti? Di essere solo? Di distruggerti e basta? Un ragazzo diverso ogni sera o forse soltanto, chissà, un avvocato sposato che ti scopa in segreto e sembra più sopportabile perché non ti costringe a fare nulla allo scoperto?»Ogni parola sembrava affondare in lui come un coltello, lame affilate e cicatrici antiche, da riaprire di volta in volta perché non facessero mai in tempo a sbiadire. Premendosi una mano sulla fronte, Viv rubò uno sguardo a Keith: stava guardando entrambi con gli occhi socchiusi, la fronte corrugata di preoccupazione. Sentì una fitta di rimorso anche per quello: la sua prima serata a casa, la prima neve che vedevano insieme, e doveva sporcarla con quelle ansie violente.«Quello che sentiamo di meritare non conta un cazzo, Viv,» disse ancora Trish, in tono più dolce e al tempo stesso più duro: come una lezione mandata a memoria da tempo, che ripeteva perché fosse presente a se stessa, senza neanche crederci del tutto. «La vita non è una sequenza di premi e punizioni, le cose non capitano secondo qualche regola del contrappasso. Sei tu l’unico che tiene il bilancio. E se proprio non riesci a fregartene, il massimo che puoi fare è provare a non farlo scontare ad altri.»«A volte, però, gli altri sarebbero felici di poterlo scontare per te,» osservò Keith, a bassa voce. Nel silenzio di quella sera, in cui anche il traffico delle vie parallele sembrava inghiottito dal cielo bianco contro cui si stagliava ogni cosa, le sue parole risuonarono più morbide di quanto avrebbe forse voluto, prive di qualunque asprezza.«Nessuno può scontare certe cose per te,» ribatté Trish in tono categorico, ma sembrò inciampare anche lei nella propria certezza. Respirando a fondo, cercando di concentrarsi su quello, e sulle figure degli amici, sulla neve che li avvolgeva, Viv guardò Keith allungare la mano, posarla sulla spalla dell’amica; vide Trish irrigidire le spalle, poi rilassarle forzatamente e lasciarsi tirare contro il suo giaccone.Alzando l’altro braccio, poi, Keith tese la mano destra verso di lui: un invito”
Micol Mian, In luce fredda
“«Stavo tornando da voi…» mormorò lui, preso in contropiede, ma Viv gli premette l’altra mano sulla bocca, zittendolo all’istante.«Non c’è nessuna fretta,» disse. «Non ci aspetta nessuno.»«No?»La schiena sbatté contro la parete, Viv gli si fermò davanti. Dalla sua bocca, la mano scivolò ad accarezzargli la guancia, scese lungo il collo e andò a fermarsi accanto all’altra sul petto; il sorriso si fece un po’ intenerito. «No. Abbiamo tutto il tempo del mondo

«Tempo per cosa?»«Per tutto.»L’inquietudine non era ancora passata, ma l’aridità che la lamina gli aveva fatto esplodere nel petto cominciò a contaminarsi di un altro tipo di calore: lo stesso fuoco che gli divampava nel ventre ogni volta che Viv lo guardava in quel modo, lo stesso che lo bruciava dal primo momento in cui l’aveva conosciuto, quando ancora si ostinava a spegnere l’incendio con migliaia di docce e pensieri soffocati. Viv l’aveva seguito lì con uno scopo, e quello scopo era così chiaro che sembrava ustionargli la pelle anche attraverso i vestiti; lo riempiva di ansia e desiderio, in modo simile a quando lo sfiorava un tempo eppure anche più immediato e impaziente, più sano. Facendo scivolare le mani lungo i suoi fianchi, si concesse il brivido ancora nuovo di poterlo toccare sul serio; premendogli una mano sulla schiena, si sporse in avanti a baciarlo. Viv rispose, in un primo momento; un bacio sensuale come quelli a cui l’aveva abituato, lento e caldo e vibrante. Poi, scostandosi appena, tornò a premergli le mani sul petto, lo guardò negli occhi

«Voglio fare una cosa,» disse, «ma tu devi giurarmi che non darai di matto.»Una fitta di ansia, una di anticipazione. Carlos si bagnò le labbra. «Perché dovrei dare di matto?»Inclinando la testa di lato, con quel gesto che gli faceva scivolare i capelli sul collo, Viv rispose: «So che non ami l’esibizionismo.»Un vuoto allo stomaco, un nodo caldo nel ventre. «Esibizionismo?»«Gli altri sono solo in fondo al corridoio.»«E tu vuoi…» Carlos deglutì a vuoto.Per tutta risposta, Viv gli fece scivolare il palmo lungo il ventre, premendoglielo contro il sesso. «Posso?» chiese, sfiorandogli la gola con le labbra; lui chiuse gli occhi. Quando annuì, senza guardare, già così eccitato da sentirsi la testa leggera e il sangue che pompava nelle vene secondo schemi e direzioni nuove

«E fanculo i tarocchi, e la Torre, e tutte le stronzate del mondo,» disse, con una ferocia allegra che si sentì allargare nel corpo insieme all’eccitazione, e sembrò accenderlo da dentro. Affondando la mano nei suoi capelli, Carlos gli strinse appena la nuca; annuì, piano.Poi lo sentì scivolare verso il basso. E la mano nei capelli servì per aggrapparsi a qualcosa, piuttosto; come una fune nel mare, mentre annegava in lui, in loro, nel piacere”
Micol Mian, In luce fredda
“«Hai mai avuto la sensazione di vivere come se stessi costruendo un castello di carte?» domandò, a bassa voce. Accanto a lui, suo fratello interruppe i preparativi per la cena e si voltò a guardarlo accigliato; era evidente che non capiva, ma Viv non se l’era aspettato del tutto. Nel mondo diafano e impalpabile di Björn, anche i castelli di carta dovevano
essere un miraggio: un gioco di luce nell’aria, come le fate morgane del deserto.«Ti sforzi, no?» proseguì, intento. «Ci sono cose su cui puoi fare affidamento e debolezze inevitabili, e ti sforzi di tenere conto di tutto mentre impili una carta sopra l’altra e senti la forza di gravità sempre più intensa, come una maledizione che ti chiama, ma fai attenzione comunque, mantieni il tocco leggero, tocchi ogni cosa in punta di dita, e per un po’ funziona. Ma sai – lo sai perfettamente – che ogni nuova carta che poserai potrebbe essere quella che farà crollare tutto. E sai anche che certi punti sono più fragili degli altri, ma se non costruissi anche lì, la fragilità si estenderebbe a quelli che al momento sembrano più solidi, quindi… continui. Sperando, pregando. Cercando di convincerti.»«Ti senti così con Carlos?» domandò Bj.«Mi sento così con tutto,» ammise lui.«E quali sarebbero queste debolezze congenite su cui non puoi evitare di costruire?»Suo fratello aveva un tono saldo, partecipe; per la prima volta, Viv si sentì tentato di raccontargli tutto davvero, o almeno le parti meno spaventose, quelle su cui forse avrebbe potuto aiutarlo a fare luce. Ma come spiegargli la ragione per cui soltanto la sera prima, mentre stavano a ridere in gruppo intorno al tavolo di un locale tranquillo, Raven creava per incanto un uccellino dalle pieghe di un foglio di carta ed Eve allargava un mazzo di tarocchi tra piatti e bicchieri perché Trish aveva deciso che la divinazione poteva essere un bel modo di continuare a ignorare i suoi casini, lui aveva sentito il cellulare vibrare nella tasca e – anche se sedeva accanto a Carlos, con il suo ginocchio premuto contro la coscia; anche se stava bene, in quel momento, benissimo – appena aveva visto che si trattava di un messaggio di David Hamilton era scappato in bagno a rispondere, invece di cancellarlo all’istante insieme al numero stesso.”
Micol Mian, In luce fredda
“«Vorrei solo che mi parlassi di più, credo,» ammise, posando la forchetta.Viv deglutì, saliva e disagio e imbarazzo; per cosa, di preciso, non avrebbe saputo spiegarlo. Accadeva sempre quando doveva parlare con Björn, però, come se la sua stessa esistenza avesse il potere di contaminarlo o di aprire uno di quegli squarci di tempo che troppo spesso lo inghiottivano: era un equilibrio precario, quello che Viv manteneva tra l’amore che provava per lui e il terrore profondo di esserne in realtà il carnefice più spietato, una realtà così spaventosa che non aveva mai trovato il coraggio di parlarne con nessuno. Non con gli amici, vecchi e nuovi; non con gli psicologi che aveva incontrato nelle più diverse occasioni né con nessuna delle persone con cui aveva condiviso una parte più o meno consistente e sincera di sé. Sicuramente, non con Björn stesso. Sapeva che suo fratello ne soffriva, lo viveva come una propria mancanza. Ma il loro rapporto era fatto di questo; silenzi intrecciati, verità che si nascondevano e altre che ammettevano controvoglia. Björn stesso non parlava mai volentieri dei suoi problemi e aveva impiegato anni ad ammettere che forse sì, lavorava tanto per non pensare, e che il loro passato aveva scavato solchi così profondi, in lui, da rendere allettante il pensiero di ricoprire tutto con uno spesso strato di intonaco, costruendo muri su muri, perché nessuno potesse leggere il codice braille di una storia che avrebbe preferito scordare.A volte Viv si chiedeva chi fosse stato, davvero, ad abbracciare il silenzio per primo”
Micol Mian, In luce fredda
“Appoggiandosi a lui, sentendo la sua guancia contro la scapola, mosse la carne nell’olio che friggeva e chiuse gli occhi un istante.In certi casi non potevi fare altro che lasciar passare il tempo, aspettare che il passo dell’altro si adeguasse al tuo. E se era più rapido, provare ad accelerare per raggiungerlo. Se più lento, rallentare a tua volta e aspettarlo”
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“Con mani che non sembravano quasi sue, Carlos si srotolò il preservativo sul sesso; spostò la mano sul petto di Viv e aderì alla sua schiena, facendogli scivolare il palmo verso il ventre. Era come se avesse già fatto tutto mille volte, e come se non avesse mai respirato prima di quel momento”
Micol Mian, In luce fredda
“Fu un bacio lungo, lento, quasi pigro; un bacio che non dettava lui, in alcun modo, e che neanche Carlos sembrava aver preventivato del tutto, perché quando si scostò per prendere fiato aveva il respiro affannato e le mani malferme, gli occhi serrati come per inseguire qualcosa che già andava sfumando. Li socchiuse e le sue ciglia vibrarono; Viv lo guardò attentamente, in modo quasi clinico, ma non trovò traccia di disagio, né pentimento né dubbio. Solo il rossore soffuso di un momento di comunione intensa, solo la bocca carnosa e bagnata da un bacio che ne chiedeva un altro, e un altro ancora.«Tutto okay?» gli chiese. Aveva la voce roca.Lui annuì una volta, poi sorrise.Non gli chiese di scendere, non sarebbe stato il momento. Ma rimase in quell’auto ancora a lungo – nella penombra morbida, densa e calda – e quando infine uscì nella sera, più fredda, sentendosi i suoi occhi addosso, gli sembrò di portarsi dietro qualcosa, invece di abbandonarlo. Per la prima volta da quando ricordava, nel rientrare in casa si sentì meno vuoto.”
Micol Mian, In luce fredda
“Lo commuoveva un po’, a volte, quella sua ingenua convinzione che il mondo avesse senso. Doveva sempre trattenersi dal disilluderlo con brutalità, perché era evidente a chiunque avesse vissuto davvero che nella realtà non c’era nulla di logico, o giusto, o equilibrato. Soltanto rapporti di potere più o meno sbilanciati, modi diversi di tenersi a galla. Vendere la pelle, o affittarla. Salvando l’anima, forse. O l’illusione di averla.Forse era quello l’altro problema con Carlos.Sembrava avere la stessa illusione stupida. Solo che, nel suo caso, si faceva aggressiva.«Se mi tirassi indietro all’ultimo sarebbe tanto grave?» domandò, e stava scherzando solo in parte. Nel monitor vide Keith soffocare un sospiro e sentì il bip del cellulare, in sottofondo, la sveglia programmata per permettergli di trascinarsi a lezione. «Vabbè, scusa l’improvvisata. Ti lascio andare, su.»«Viv,» lo
richiamò l’amico, un attimo prima che lui premesse il pulsante per spegnere. Skype gli aveva sempre dato fastidio, in realtà; lo usava perché Keith sembrava tenerci ed era più a suo agio con un pc che con il cellulare in mano, ma ogni volta che doveva chiudere la conversazione si sentiva prendere dalla smania. «Promettimi che non gli darai buca.»«Perché dovrei prometterlo a te?» domandò, lo sguardo fisso su un punto indistinto alle sue spalle: si intravedeva un angolo del poster che aveva appeso alla parete, qualcosa di terribilmente cervellotico, senza dubbio: tipo la tavola periodica o qualche formula di Einstein. «Perché sono tuo amico e dai importanza a quello che penso o non mi avresti chiamato.»«Certo che ci do importanza,» ribatté lui, alzando gli occhi al cielo. «Ma questo non c’entra.»«Tu promettimelo e basta.»«Va bene.» Lo guardò negli occhi, a quel punto, con il dubbio di mentire. La vergogna di non saperlo spiegare. «Ci proverò. Lo giuro.»«Grazie.»Gli fece un sorriso. Poi chiuse la conversazione in fretta, prima che mantenerlo diventasse troppo doloroso. Carlos sorrideva cauto, quando Viv l’aveva trovato ad aspettarlo accanto al portone: si era staccato un po’ impacciato dal muro, aveva sfregato i palmi contro la giacca in un gesto istintivo di imbarazzo. Sembrava dolce e fuori posto; bellissimo, ma troppo lontano per essere vero.Gli aveva dato un bacio sulla guancia, breve e delicato. Viv aveva chiuso gli occhi, il cuore in gola per la tensione della mattina, e quella del presente; gli era sembrato che quel contatto asciutto e gentile fosse indirizzato a un’altra persona.Quando aveva riaperto gli occhi, un istante dopo, aveva pensato – inspiegabilmente, con un po’ di spavento – che forse avrebbe potuto sforzarsi di diventarla.Carlos non sembrava pensare nulla di simile, però, mentre lo faceva salire in auto e gli richiudeva la portiera alle spalle, chiacchierando a ruota libera di cose piccole, leggere, insignificanti solo nel senso che non cambiavano la vita. Viv sentiva le labbra muoversi, mentre rispondeva con lo stesso tono lieve, ma era come se non fosse lui davvero a parlare; non avrebbe saputo ripetere una sola battuta. Guardava il sole che entrava dal finestrino, diafano come il novembre che sgocciolava via intorno a loro, e cercava di capire quale fosse il senso che l’aveva portato lì, contro ogni aspettativa: gli sembrava che, se avesse abbassato lo sguardo sulle mani posate in grembo, avrebbe potuto trovare i frammenti di quello che era stato, la persona che Carlos aveva conosciuto qualche mese prima e quella che si stava sgretolando al suo fianco momento dopo momento; come se la sua stessa presenza facesse pressione sulle crepe che lo tagliavano da sempre, e lo mandasse a pezzi del tutto.Gli avrebbero ferito i palmi se avesse stretto i pugni?Ci provò, ma non sentì dolore; solo quell’impressione di estraneità crescente”
Micol Mian, In luce fredda
“Viv sentiva le mani tremare, la mente lucida e sgombra come una lastra di ghiaccio. Era sempre quello, l’effetto della rabbia: una cristallizzazione del presente nei dettagli più minuti, l’impossibilità di metterli in scala o tralasciarli. I bordi smussati delle cose diventavano affilati come lame di rasoio, i colori allucinati e accecanti. Tutto balzava in avanti, quasi la rabbia fosse una lente d’ingrandimento. E non ricordava di averne mai provata tanta. Lo lasciava stordito.”
Micol Mian, In luce fredda
“«Vuoi prendere una boccata d’aria?»Non avrebbe saputo dire davvero che cosa lo portò ad accettare. In parte dovette essere il sollievo di sottrarsi alla folla e a quegli occhi che sentiva arrampicarsi addosso, come piccoli insetti che divoravano la sua armatura; in parte l’istinto di accontentare quel ragazzino in ogni suo desiderio, senza fare domande, mettendosi semplicemente al suo servizio: un istinto che non gli era del tutto sconosciuto ma che non aveva mai sentito così forte, con nessuna delle ragazze che gli erano gravitate intorno in passato. E in parte, forse – ma non sarebbe riuscito ad ammetterlo ancora neanche con se stesso – c’era la voglia di ritrovarsi solo con lui; un bisogno inconscio
di ripetere i gesti dell’ultima volta, a mente lucida adesso. Attenta.Non fu realmente sorpreso dalla sua bocca, quando l’aria gelida li assalì sulla soglia del locale; in qualche modo l’aspettava. Come se quel bacio fosse rimasto sulle loro labbra, in attesa, dal momento in cui si erano salutati in auto l’altra sera, e lo ritrovassero adesso pronto, vibrante, già avviato alla passione. Nessuna timidezza, questa volta, nessuna incertezza”
Micol Mian, In luce fredda
“Avrebbe voluto dirgli di dormire, dopo. Chiedergli di prendersi cura di se stesso come si sarebbe preso cura di lui, se fosse stato al suo posto; fargli una tisana calda per scacciare quel freddo, avvolgerlo nel pile per regalargli un abbraccio morbido e inoffensivo. Ma non ne aveva la forza, in quel momento – forse non l’aveva mai avuta – e scontri del genere scagliavano sempre Björn troppo distante. In un altro mondo, sotto un altro cielo, dentro la storia che gli avevano scavato intorno. Lo stesso baratro su cui lui si affacciava solamente, contemplandone il salto.Era così da sempre. Ci aveva messo anni a capirlo.L’unica cosa che poté fare, dopo essere uscito, fu accompagnare la porta perché si chiudesse in silenzio. Come se evitarne il rumore – lo schianto – potesse cambiare in qualche modo le notti opposte che si aprivano di fronte a loro”
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