La passione ribelle Quotes
La passione ribelle
by
Mastrocola Paola133 ratings, 3.62 average rating, 18 reviews
La passione ribelle Quotes
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“-Senza alcuno scopo immediato e concreto
Questa ultima parte della mia "personalissima" definizione per me è la più importante: studiare deve essere un gesto a sé stante, sganciato da ogni fine o utilità immediata. Non si studia per, si studia e basta, per il piacere che si prova al momento o per il piacere che ce ne verrà poi, quando avremo studiato, cioè incamerato alcune nozioni che ci serviranno ad accedere a mondi altrimenti impenetrabili.
Questa gratuità dello studio, questo suo valore non utilitaristico, è quello che mi sembra oggi più a rischio. La scuola e l'università stanno andando esattamente nella direzione opposta: promuovono uno studio utile, concreto, immediatamente spendibile per fini pratici, economici, sociali.
Chiediamo ai giovani di scegliere Facoltà che li immettano direttamente nel mondo del lavoro. E stiamo cercando di cambiare la scuola in modo tale che quasi esclusivamente prepari al lavoro. Non è male in sé studiare per imparare un mestiere, ci mancherebbe! Ma il rischio è di perdere tutto ciò che non ci appare immediatamente utile e usufruibile, e che però arricchisce la nostra sostanza umana: le materie umanistiche prima di tutto, cioè appunto lo studio di tutto ciò che riguarda l'uomo in quanto tale e il senso del suo stare al mondo. Tutta roba che non porta alcunché di concretamente utile in nessun campo lavorativo: studiando Dante certamente non impariamo a gestire un'azienda, organizzare un convegno, curare un malato o costruire un ponte. Quindi, diciamo oggi, cosa lo studiamo a fare?
Infatti stiamo riducendo le ore di latino, e in generale delle materie più astratte e inutili, come algebra, letteratura, filosofia. Secondo le direttive europee, quella è la scuola vecchia; meglio allenare i ragazzi al problem solving, certificare le loro competenze ( cioè le capacità di applicare le conoscenze, non il possesso fine a sé stesso e gratuito delle conoscenze), ed esercitarli al lavoro di gruppo. EÈ chiaro che il modello è l'impresa, l'industria, il commercio.
Tutto deve rendere, oggi. E deve darci una resa visibile e immediata. Vogliamo essere visibili, apparenti: comparse. Vogliamo comparire il maggior numero di volte possibile. Se no, saremo dimenticati. E noi oggi proprio di questo abbiamo orrore: di essere dimenticati, non percepiti, accantonati.
Se vogliamo essere alla ribalta, studiare non ha senso. Non ci rende visibili. Non ci porta su un palco. Non ci fa esistere. Ci vogliono troppi anni a fondo perduto, anni "nascosti", inutili, che non "producono" per la nostra vanità nulla di interessante. Noi siamo vanitosi e narcisi. Studiare forma soltanto la nostra sostanza umana, affina le capacità di pensiero, permette di accedere a piaceri speculativi che appartengono alle più alte sfere dello spirito. Troppo poco. Non ci lusinga. Per noi oggi una persona è il lavoro che fa e i fari che riesce ad avere addosso. Poi, solo poi, eventualmente, è anche una persona.”
― La passione ribelle
Questa ultima parte della mia "personalissima" definizione per me è la più importante: studiare deve essere un gesto a sé stante, sganciato da ogni fine o utilità immediata. Non si studia per, si studia e basta, per il piacere che si prova al momento o per il piacere che ce ne verrà poi, quando avremo studiato, cioè incamerato alcune nozioni che ci serviranno ad accedere a mondi altrimenti impenetrabili.
Questa gratuità dello studio, questo suo valore non utilitaristico, è quello che mi sembra oggi più a rischio. La scuola e l'università stanno andando esattamente nella direzione opposta: promuovono uno studio utile, concreto, immediatamente spendibile per fini pratici, economici, sociali.
Chiediamo ai giovani di scegliere Facoltà che li immettano direttamente nel mondo del lavoro. E stiamo cercando di cambiare la scuola in modo tale che quasi esclusivamente prepari al lavoro. Non è male in sé studiare per imparare un mestiere, ci mancherebbe! Ma il rischio è di perdere tutto ciò che non ci appare immediatamente utile e usufruibile, e che però arricchisce la nostra sostanza umana: le materie umanistiche prima di tutto, cioè appunto lo studio di tutto ciò che riguarda l'uomo in quanto tale e il senso del suo stare al mondo. Tutta roba che non porta alcunché di concretamente utile in nessun campo lavorativo: studiando Dante certamente non impariamo a gestire un'azienda, organizzare un convegno, curare un malato o costruire un ponte. Quindi, diciamo oggi, cosa lo studiamo a fare?
Infatti stiamo riducendo le ore di latino, e in generale delle materie più astratte e inutili, come algebra, letteratura, filosofia. Secondo le direttive europee, quella è la scuola vecchia; meglio allenare i ragazzi al problem solving, certificare le loro competenze ( cioè le capacità di applicare le conoscenze, non il possesso fine a sé stesso e gratuito delle conoscenze), ed esercitarli al lavoro di gruppo. EÈ chiaro che il modello è l'impresa, l'industria, il commercio.
Tutto deve rendere, oggi. E deve darci una resa visibile e immediata. Vogliamo essere visibili, apparenti: comparse. Vogliamo comparire il maggior numero di volte possibile. Se no, saremo dimenticati. E noi oggi proprio di questo abbiamo orrore: di essere dimenticati, non percepiti, accantonati.
Se vogliamo essere alla ribalta, studiare non ha senso. Non ci rende visibili. Non ci porta su un palco. Non ci fa esistere. Ci vogliono troppi anni a fondo perduto, anni "nascosti", inutili, che non "producono" per la nostra vanità nulla di interessante. Noi siamo vanitosi e narcisi. Studiare forma soltanto la nostra sostanza umana, affina le capacità di pensiero, permette di accedere a piaceri speculativi che appartengono alle più alte sfere dello spirito. Troppo poco. Non ci lusinga. Per noi oggi una persona è il lavoro che fa e i fari che riesce ad avere addosso. Poi, solo poi, eventualmente, è anche una persona.”
― La passione ribelle
