Un mes con Maria Quotes
Un mes con Maria
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Gianfranco Ravasi2 ratings, 4.50 average rating, 0 reviews
Un mes con Maria Quotes
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“Ma Rut, come le altre donne, diventa strumento dello Spirito nella storia della salvezza nonostante la sua debolezza di donna, le sue origini non del tutto accettabili, le sue condizioni un po’ eccezionali. Ritorna, dunque, quella legge divina che in Maria celebra il suo trionfo e che siamo costretti a ribadire quasi ad ogni tappa del nostro itinerario mariano. È la legge del “meno” che Dio trasforma in “più”. È con costoro che Dio compie cose grandi, è da Rut che nasce Davide, il segno della speranza messianica. In un certo senso la modesta donna straniera riceve un riverbero regale, come la modesta vergine del villaggio di Nazaret riceverà nella storia il titolo di regina. L’icona mariana di Rut ci piace, quindi, immaginarla regale. Il Signore che “rovescia i potenti dai troni”, è pronto a insediarvi gli umili. Maria e Rut sono come regine perché hanno generato un re, dal quale ricevono gloria e splendore.”
― Un mese con Maria
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“Il racconto narra di una famiglia che vive l’emigrazione in terra straniera (a causa di una carestia) e il lutto. Resta un nucleo familiare povero e indifeso, composto da tre vedove: Noemi e le due nuore Orpa e Rut. Noemi, ormai sola e senza protezione, decide di ritornare al suo paese, Betlemme, ed invita le nuore a lasciarla per tornare alla casa paterna. Orpa si lascia convincere, Rut, invece, non ha esitazioni: «Non forzarmi a lasciarti e ad allontanarmi da te, perché dove tu andrai andrò anch’io… il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio il mio Dio, dove tu morirai, morirò anch’io e là sarò sepolta» (1,16-17). La miseria e la fame costringono Rut a spigolare nel campo del parente prossimo di suo suocero Elimèlech, Booz. Costui resta conquistato dall’amore e dalla generosità della donna e, con discrezione, la colma di attenzione. I due si sposano, si amano e danno alla luce un figlio, Obed. Costui dovrà incarnare la discendenza sia del marito defunto di Rut sia di Elimèlech, il marito di Noemi, restato senza eredi con la morte dei due figli. Ma il vertice del racconto è in quella nota genealogica finale ripresa da Matteo: «Obed fu il padre di Iesse, padre di Davide» (4,17). Rut, come le altre donne citate nella genealogia di Gesù secondo Matteo (Tamar, Rahab e Betsabea), ha una qualità che la rende “diversa”, è una straniera, un dato abbastanza scandaloso in una civiltà così sensibile alla purezza razziale com’è quella ebraica.”
― Un mese con Maria
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“divino, vera nube leggera che diede alla luce colui che, con il suo corpo, sta al di sopra dei cherubini, vello irrorato di celeste rugiada…». La liturgia siro-maronita per la festa di “Nostra Signora delle sementi” recita: «O Cristo Dio, Verbo del Padre, tu sei sceso come la pioggia sul campo della Vergine e, come grano di frumento perfetto, tu sei apparso laddove nessun seminatore aveva mai seminato e sei diventato cibo per il mondo… Noi ti magnifichiamo, Vergine Madre di Dio, vello che assorbì la rugiada celeste, campo di frumento benedetto per soddisfare la fame del creato». Il vello è il grembo di Maria nel quale entra la rugiada divina dello Spirito che genera il Cristo. Verginità e maternità divina si intrecciano nell’unica immagine del vello intriso di rugiada. La grandezza di Maria è tutta in questa irruzione del divino nell’umano, aperto e disponibile al divino. In Maria si stende un orizzonte di luce e di grazia per cui essa diventa segno di un mondo rinnovato sul quale scende la rugiada vivificatrice di Dio. Preghiera Ave, o gioia desiderabile. Ave, o esultanza delle chiese. Ave, o nome che ispira dolcezza. Ave, o volto che irradia divinità e grazia. Ave, o vello salvifico e spirituale. Ave, o madre dell’intramontabile splendore, avvolta di luce. Ave, o illibatissima madre della santità. Ave, o fonte limpidissima dell’onda vivificante. Ave, o nuova madre, sede della nuova generazione. Ave, o ineffabile madre di un mistero inafferrabile. Ave, o creatura che hai afferrato il tuo Creatore. Ave, o piccola dimora che contenesti l’Incontenibile!”
― Un mese con Maria
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“Gli Ebrei si erano lasciati tentare dall’idolatria, e la figura di questo giudice, Gedeone, assume tratti religiosi: egli demolisce l’altare pagano e diventa il salvatore di Israele dalle mire egemoniche dei Madianiti, una tribù ostile meridionale, pur essendo membro della «famiglia più oscura di Manasse» (6,15). Gedeone sarà un liberatore, e la sua vittoria evidenzierà la sua esperienza di “piccolo” e di ultimo sostenuto solo dalla forza di Yhwh. Ma in questo brano entra in scena un’altra delle tante correlazioni allegoriche che la tradizione cristiana ha liberamente – e spesso fantasiosamente – intessuto tra il Nuovo e l’Antico Testamento. Tutto ruota attorno alla cosiddetta “prova del vello”. Sull’aia Gedeone espone un vello di pecora: nella simbologia mariana esso diventa un’immagine del grembo di Maria. La rugiada notturna – che è molto abbondante –, in un panorama assolato com’è quello palestinese, è un emblema di benedizione (cf Genesi 27,28), è simbolo dell’amore divino (cf Osea 14,6). Abbiamo citato l’omelia di Proclo in onore della Theotókos quando abbiamo parlato del roveto ardente. Ecco come prosegue: «…roveto vivente che non fu bruciato dal fuoco del parto”
― Un mese con Maria
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“sua presenza e la sua azione rivela la presenza attiva di Dio nel groviglio spesso drammatico delle vicende umane. La sua missione è quella di svelare che la storia che viviamo è storia di salvezza; sotto l’involucro delle azioni umane e del tempo opera un altro grande protagonista, il Dio liberatore. Il Signore celebra le sue vittorie coi deboli ed è proprio su questa strada che può prendere corpo l’applicazione alla storia di Maria, colei che ha cantato nel Magnificat la sua certezza che Dio «rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili» (Luca 1,52). Debora e Maria di Nàzaret, vissuta più di mille anni dopo la «profetessa» d’Israele, sono unite da un motivo teologico fondamentale che dovremo ripetere per tutte le altre donne dell’Antico Testamento che incontreremo (Rut, Anna, Ester, Giuditta) e che la tradizione cristiana ha raccordato alla madre di Gesù: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono» (1Corinzi 1,27-28). La coscienza della propria povertà, umiltà, semplicità, non significa fatalismo, inerzia, quietismo. Come in Debora, che sa di avere una missione da compiere di portata storica, così anche Maria è consapevole che Dio la sta avviando su una strada unica e sorprendente. Non si tratta di un’umiltà che si avvita su se stessa, crogiolandosi in malinconie o nostalgie o frustrazioni. Essere «serva del Signore» è, sì, la coscienza del proprio limite creaturale, ma unito all’azione divina e alla vocazione straordinaria a cui si è chiamati.”
― Un mese con Maria
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“Siamo attorno al XII secolo a.C. Gli Ebrei, liberati dell’oppressione egiziana, stanno occupando la terra promessa, abitata dagli indigeni cananei. Ma al centro dell’attuale Galilea, essi si scontrano con la violenta reazione del regno di Hazor, una potente città-stato, il cui re, Iabin, poteva schierare un’eccezionale armata da guerra. Israele, invece, è un popolo agricolo, militarmente impreparato, retto da Samgar, un «giudice» (cioè un politico) inetto e titubante, e da Barak, un generale incerto, e si sta avviando fatalmente ad essere divorato dall’avanzata cananea. È a questo punto che Dio, come in altre situazioni della salvezza, compie una scelta apparentemente stravagante. Sarà una donna, una creatura disprezzata in Oriente (e non solo…) a donare a Israele la libertà; a rivelare “profeticamente” la vicinanza di Dio a un popolo oppresso. Colui che appare è «Yhwh del Sinai, Dio d’Israele», cioè il Signore della libertà, colui che strappa lo schiavo dall’oppressione, colui che anche adesso sta per entrare in azione per aiutare un popolo umiliato e schiacciato. Debora è «giudice», termine che nel linguaggio biblico abbraccia tutta l’attività politica, e «profetessa»: pur essendo donna fragile, con la”
― Un mese con Maria
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“Nell’uso del roveto dell’Oreb si intuisce la dimensione simbolica mariana connessa al titolo Theotókos: Dio si rivela in pienezza in Maria, come nel roveto era Dio a svelarsi a Mosè. Efrem Siro, morto nel 373, fa balenare la verginità di Maria come sede della manifestazione di Dio. Il grembo di Maria è come il roveto nel quale discende il fuoco teofanico e nel quale Yhwh si rende presente e sperimentabile a Mosè. Nella stessa linea si muove anche Severo, patriarca di Antiochia, morto nel 538. In un’omelia, la 67, egli afferma: «Quando volgo lo sguardo alla Vergine Madre di Dio e tento di abbozzare un semplice pensiero su di lei, fin dall’inizio mi sembra di udire una voce che viene da Dio e che mi grida all’orecchio: “Non accostarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo dove tu stai è terra santa!”… Avvicinarsi a lei è come avvicinarsi a una terra santa e raggiungere il cielo». Certo, come dirà Ambrogio, «Maria non è il Dio del tempio ma il tempio di Dio». Perciò noi dobbiamo, come Mosè, avvicinarci a lei a piedi scalzi perché nel suo grembo è Dio che si rivela e lo fa nel modo più vicino e trasparente, rivestendo la carne dell’uomo.”
― Un mese con Maria
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“L’esperienza di Dio che Mosè vive ai piedi del monte Oreb, davanti a un roveto che ardeva nel fuoco senza consumarsi, e dal quale udì provenire la voce del Signore che gli parlava, ci rimanda al simbolismo classico delle manifestazioni di Dio, il fuoco, rappresentazione della vicinanza e della trascendenza divina. Fiamma che non può essere afferrata e trattenuta, eppure che ci attraversa col suo calore e col suo splendore. Il suo carattere «inestinguibile» evoca l’eternità perfetta e l’immutabilità suprema di Dio. Questa epifania di Yhwh avviene nella cornice di un luogo santo, in cui Mosè è entrato inconsapevolmente. Ce lo rivela il gesto, di ammissione e di purificazione, che è invitato a fare: togliere i calzari, come segno di umiliazione e di spogliazione delle impurità rituali. La connessione tra la scena dell’Oreb e Maria di Nazaret è, ovviamente, allegorica, metaforica, libera e creativa. Il roveto arde in mille pagine mariane, della tradizione e dei Padri della Chiesa, come segno della verginità di Maria, della sua maternità divina. Ecco come Gregorio di Nissa, grande padre della Cappadocia (Turchia), vissuto nel IV secolo, in un’omelia natalizia sviluppa questo tema: «Ciò che era prefigurato nella fiamma e nel roveto, fu apertamente manifestato nel mistero della Vergine. Come sul monte il roveto ardeva ma non si consumava, così la Vergine partorì la luce ma non si corruppe. Né ti sembri sconveniente la similitudine del roveto, che prefigura il corpo della vergine, la quale ha partorito Dio». Durante una omelia del 428-429, Proclo, futuro patriarca di Costantinopoli, parla della”
― Un mese con Maria
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