“–Che effetto ti faccio, nella tua cornice, io? –Tu, –dissi, –ci sei sempre, nella mia cornice. Non te ne vai mai. –Ti tengo sempre là con me, –dissi, –fra le cose mie, e ti parlo, e tutto continua, come quando siamo insieme qui. Tu invece, mi stacchi da te. Torni là, nella tua Casa Tonda, e non ci sono io. Ogni tanto, ma solo ogni tanto, guardi giú verso la mia casa. Ma solo ogni tanto, e come per sbaglio. –Io, –dissi, –non ti stacco mai da me. Ti tengo là, fra le cose mie. Se no certe volte, la mia cornice, non potrei sopportarla. –Pure la sopportavi, –lui disse, –quando non esistevo ancora, io, per te. –Sí, la sopportavo, –dissi. –Mi pesava, ma la sopportavo. Ma non sapevo, allora, che la vita potesse avere un altro passo. Lo immaginavo, cosí, vagamente, ma non lo sapevo. –Non sapevo, –dissi, –che la vita potesse andare di corsa, suonando il tamburo. –Per te, non è cosí, –dissi. –Per te la vita, dopo che ci sono io, ha conservato il suo solito passo, e non suona. –Suona un poco, –lui disse, –suona un poco, sí, anche per me. Non proprio tanto forte, ma suona. Disse: –Però vorrei essere andato lontano, in qualche luogo all’estero, e averti conosciuto per caso, in una strada qualunque, ragazza mai vista prima. Vorrei non saper niente di te, niente dei tuoi parenti, e non incontrarli mai. –E invece, –io dissi, –siamo cresciuti nello stesso paese, e abbiamo giocato insieme, bambini, alle Pietre. Ma a me, questo, non mi disturba. Non me ne importa niente. Dissi: –Non me ne importa, e anzi m’intenerisce perfino un poco. E da quando tu esisti per me, quel nostro paese là è come se fosse diventato una terra sconosciuta, grandissima, e tutta piena di cose imprevedibili, drammatiche, emozionanti, che possono succedere in qualunque minuto.”
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Natalia Ginzburg,
Voices in the Evening