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“It is only through fiction and the dimension of the imaginary that we can learn something real about individual experience. Any other approach is bound to be general and abstract.
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“Quando giunge l'ora in cui la morte comincia a guardarci negli occhi con una certa continuità, e quindi noi lei, se non vogliamo distoglier lo sguardo e far finta che tutto è come prima e non c'è niente da cambiare, la domanda che per prima ci si articola nella mente è: «Che cosa si è avuto dalla vita? Che cosa si è saputo avere?» Ma questa domanda è in realtà la maschera di un'altra più grave ed amara, negativa: «Che cosa non si è avuto?» E infine anche questa nasconde il semplice rimpianto della canzone: «Combien je regrette...» tutto ciò che ho avuto e tutto ciò che ho mancato. È l'esistenza nostra in negativo che allora ci si mostra, e ci mostra che s'è mancato esattamente tutto quello che non s'è avuto avendo quel che s'ebbe. Sicché, quale che sia stata, l'esistenza ci si rivela molto esattamente come un errore.
Allora, dunque, non c'è forse errore nel modo stesso di guardare alla vita come un'impresa di rapina e di presa: carpe diem...sazia la fame di...tutto.
Se questo non è semplice, naturale rimpianto non di ciò che non si è avuto, ma della vita trascorsa e tramuta in sogno di se stessa, è una stoltezza, dunque. In verità la domanda vera, quella che infine si nasconde sotto tutte le altre più o meno febbrili e desolate non è «che cosa si è avuto?» ma «che cosa rimane?». Che cosa rimane del seguito di giorni e di anni vissuto come si poteva, e cioè secondo una necessità di cui neppure ora riusciamo a decifrare la legge, ma insieme come capitava, e cioè a caso?
Rimane, se rimane, quello che si è, quello che si era: il ricordo di essere stati «belli», direbbe Plotino e la capacità di mantenerlo tuttora vivo. Rimane l'amore, se lo si è provato, l'entusiasmo per le azioni nobili, per le tracce di nobiltà e di pregio che s'incontrano nelle scorie della vita. Rimane, se rimane, la capacità di mantenere che ciò che è bene è bene, ciò che è male, male, e non si può fare che sia diversamente (e non si deve fare che appaia diversamente).
Rimane quello che era, quello che merita di continuare e durare, ciò che sta. E di noi, di quell'Ego da chi non potremo mai strapparci né mai abiurarlo, non rimane nulla.”
― Che cosa rimane: Taccuini, 1955-1971
Allora, dunque, non c'è forse errore nel modo stesso di guardare alla vita come un'impresa di rapina e di presa: carpe diem...sazia la fame di...tutto.
Se questo non è semplice, naturale rimpianto non di ciò che non si è avuto, ma della vita trascorsa e tramuta in sogno di se stessa, è una stoltezza, dunque. In verità la domanda vera, quella che infine si nasconde sotto tutte le altre più o meno febbrili e desolate non è «che cosa si è avuto?» ma «che cosa rimane?». Che cosa rimane del seguito di giorni e di anni vissuto come si poteva, e cioè secondo una necessità di cui neppure ora riusciamo a decifrare la legge, ma insieme come capitava, e cioè a caso?
Rimane, se rimane, quello che si è, quello che si era: il ricordo di essere stati «belli», direbbe Plotino e la capacità di mantenerlo tuttora vivo. Rimane l'amore, se lo si è provato, l'entusiasmo per le azioni nobili, per le tracce di nobiltà e di pregio che s'incontrano nelle scorie della vita. Rimane, se rimane, la capacità di mantenere che ciò che è bene è bene, ciò che è male, male, e non si può fare che sia diversamente (e non si deve fare che appaia diversamente).
Rimane quello che era, quello che merita di continuare e durare, ciò che sta. E di noi, di quell'Ego da chi non potremo mai strapparci né mai abiurarlo, non rimane nulla.”
― Che cosa rimane: Taccuini, 1955-1971




