“Non c’è niente di più bello della Prospettiva” di leggere i racconti di Gogol’…
Innanzitutto c’è da dire che Gogol’ nacque il primo del mese di Aprile. La sua nascita è dunque un vero “pesce d’aprile”, se andate infatti alla ricerca dei natali dello scrittore, vittime di una burla, il giorno cambierà beffardamente a seconda del testo che state scandagliando, quasi a evocare le strambe date utilizzate da un suo personaggio nelle “Memorie di un pazzo”.
Provate a leggere solamente le date annotate in questo “diario”: ne vedrete delle belle… siamo già nel “Teatro dell’Assurdo” (che nascerà nel secondo dopo guerra del ‘900 con Beckett e Ionesco).
L’alienazione dell’uomo è raccontata da Gogol’ con “assurda” propensione (nonché certa preveggenza), con il particolare stile sia aulico che da bassi fondi, e ci fa sorridere ma anche commuovere, ci crogioliamo nella sua invenzione narrativa, potente e ridanciana, seppur nella tragica malinconia di fondo…
Dicevo della nascita dello scrittore il primo di Aprile, questa è la data che ho alla fine deciso per Gogol’ (calendario giuliano o gregoriano a parte…). Ma andiamo avanti, sennò poi mi si accusa che la recensione è troppo lunga e contorta, autoreferenziata e chissà che altro…).
Il “pesce d’Aprile” è dunque connaturato perfettamente a uno scrittore che fa uso del “realismo magico” già prima che questo fosse stato inventato... Gogol’ utilizza il grottesco in modo così toccante e funambolico da avermi deliziato, commosso al punto di sentire la necessità incalzante e malinconica di ricominciare dall’inizio la lettura dei “Racconti di Pietroburgo”, proprio ora che li ho appena finiti di leggere. Ciò anche per godermi il vocabolario e la sintassi che Gogol’ usa, funambolici anch’essi.
Assistiamo a una propensione al fantastico di cui quasi non ci accorgiamo mentre la leggiamo, nel senso che intimamente sentiamo che gli strani accadimenti facciano pienamente parte dell’ordinario, della normalità. Le cose prendono una certa distintiva piega surreale, e sorridiamo amabilmente e pensiamo, bene, non poteva che andare così! Non era possibile che andasse in altro modo, putacaso in modo “verosimile”… (Il verosimile in Gogol’ non avrebbe alcun senso, ci annoierebbe a morte, sarebbe la crisi della letteratura una volta per tutte, e invece ci piace affidarci a lui… drogarci di questo strano e sublime oppio…
Ma non c’è solo il “fantastico” che Gogol’ sa magicamente fondere alla sua vena realistica e descrittiva, c’è molto altro: c’è la miseria degli impiegatucci russi o dei pittori squattrinati pieni di ideali, o dei bottegai tedeschi nella capitale russa, zelanti di giorno e ubriachi la notte … Oppure c’è la descrizione cangiante della città di Pietroburgo. C’è la via principale della città, la prospettiva Nievskj, così diversa e rutilante a seconda del passar delle ore e di chi ci passeggia, e le varie classi sociali che a volte qui si incontrano/scontrano con conclusioni spesso bizzarre se non catastrofiche … Pietroburgo descritta in modo cinematografico sopratutto di giorno (a parte quando ti rubano un cappotto o sei un pittore al verde e in una bottega ti imbatti in un magnetico ritratto).
Anche Dostoevskij saprà immergersi intensamente nelle ore notturne di Pietroburgo, pensiamo alle sue “notti bianche” …
In Gogol’ la fusione tra il reale e il sogno, tra verosimile e immaginato è costante, e non si capisce bene dove sia il limite tra le due…, lo scrittore/poeta se ne infischia di porre questo limite… a volte fino al parossismo, perché il punto è che anche nella vita stessa, e anche in quella di noi lettori, il confine tra immaginazione e ciò che definiamo “reale”, di fatto non esiste. La nostra vita consiste infatti in ciò che noi immaginiamo intimamente, riflesso nelle tante pieghe del nostro cervello, “che non sta in testa come si crede”(Le memorie di un pazzo)… e che vive in relazione con tutto ciò che ci accade intorno, in ciò che tocca la nostra sensibilità mentre osserviamo uno specchio della realtà . La nostra realtà è dunque uno specchio di una realtà totale e variegata, e noi tutti, osserviamo il “tutto” con un binocolo personale e privilegiato, privilegiato nel bene e nel male…
Lo fanno magistralmente anche i personaggi di Gogol’. Ed è una piroetta continua, ma la prosa è eccelsa, il racconto non è mai fine a se stesso, mai solo ludico, e la scrittura che ti fa ridere e anche ti fa stringere il diaframma, è malinconica, è tragica, è paradossale ma quanto realmente umana, ed è tutto un mirabilia di colori, sia psichici che descrittivi… è sete di vita, è fame di amore, è la gioia nuova e improvvisa, inaspettata, di un cappotto nuovo che non potevamo permetterci …
E poi… e poi c’è la burocrazia, la macchina infernale che ci attornia senza soluzione di continuità e in cui siamo invischiati senza scampo, a meno di non avere per amico un “personaggio influente”, ma egli sarà inevitabilmente meno influente di uno più influente di lui e si pentirà di averci egli stesso calpestato i piedi, commenterà errori in questo sordido surreale (ma quanto reale) meccanismo più capriccioso del destino, ed è da qui che Kafka ha imparato a scrivere e a specchiarsi, a svegliarsi la mattina col corpo di un bacherozzo, (nel racconto “Il naso” il protagonista si sveglia con un brutto presentimento, un’assurda trasformazione del proprio corpo… il suo naso è scomparso e vive di vita propria…) prendendo a prestito lo straniamento e tutto ciò che è per definizione Kafkiano, quell’assurdo destino che ci travolge e in cui ci perdiamo, al di là di noi stessi, sì insomma… un intricato “castello” di assurde carte, che ci piovono addosso malgrado la nostra innocenza, travolti dallo scorrere delle cose, da meccanismi incomprensibili più grandi di noi… Dicevo dunque… Kafka ha mutuato da Gogol’ e da Dostoevskij lo straniamento (in Dostoevskij ce n’è quasi ovunque, insieme a un’indagine serrata dell’inconscio e della coscienza morale a punirlo (pensiamo solo ad un elemento che Dostoevskij scandaglia senza pace: il senso di colpa) e questo ai livelli più alti che l’umanità abbia potuto concepire, sappiamo che lo stesso zio Freud attingerà molto da lui oltre che dal mito greco per catalogare e dare un nome ai vari meccanismi dell’inconscio… ).
Ma torniamo al nostro Gogol’, se no poi mi si dice che vado fuori tema. (Ma cosa c’è di più liberatorio di un fuori tema? Ci salva in ogni occasione).
Morì nel 1852, visse dunque, poiché nato nel 1809, solo 43 anni.
I’ironico, il fantastico, il cinico sognatore, Gogol’, morì debilitato da una serie di pratiche ascetiche attuate con l’intento di mortificarsi. Già da tempo in preda a un ossessivo misticismo religioso che lo allontanò dagli altri intellettuali. Soggiogato da un delirio gettò un insieme di quaderni nel fuoco della stufa, col suo servo piegato in lacrime implorante di non fargli commettere questa azione sciagurata… tutto ciò somiglia alla morbosa e infausta allucinatoria fine di uno dei protagonisti del racconto “La Prospettiva Nevskij”. Gogol’ è tutt’uno con la malinconia dei suoi personaggi, come mai la sua magica ironia non riesce a salvarlo dalla depressione in cui cade?
Ma passiamo oltre, quando un poeta muore in questo modo mi si spezzano le viscere e muoio con lui… per farlo
vivere in eterno di felicità e di gloria non mi resta che leggerlo e rileggerlo, farlo mio…
Andiamo avanti, e gioiamo di Gogol’.
L’altro giorno passando per via Sistina, stavo raggiungendo Trinità dei Monti e l’idea era di scendere dalla famosa scalinata per ritrovarmi giù in Piazza di Spagna e continuare il giro in cerca di una trattoria romana, ero bramosa di mangiare i tonnarelli cacio e pepe… ma andiamo con ordine… mi sono imbattuta (giuro di non essermene mai accorta prima) in una grossa targa appesa tra le finestre di un antico palazzo, ecco il testo con accanto il bassorilievo del ritratto dello scrittore: “Il grande scrittore russo Nicola Gogol in questa casa dove abitò dal 1838 al 1842 pensò e scrisse il suo capolavoro”. La colonia russa di Roma (1901)”. L’emozione mi ha bloccata e sospesa … Che ci faceva questo grande letterato russo, anzi, a dirla correttamente questo grande scrittore ucraino alla fine degli anni ‘30 dell’800 a Roma? Ho pensato: ci faceva la stessa cosa che Stendhal faceva a Milano, sua patria d’elezione dichiarata anche sul suo epitaffio (Qui giace Stendhal, milanese … ecc ecc).
Più precisamente Gogol’ si inebriava meritatamente di un po’ di “dolce vita”, del clima mite, del cielo di un blu intenso di Roma, della scenografica arte Barocca di Bernini e Borromini, di quella Rinascimentale che occhieggiava con l’imponenza della cupola di Michelangelo, delle vestigia antiche, delle innumerevoli chiese, dei palazzi nobiliari, delle viuzze di artigiani intorno a Campo de’ Fiori, e adorava forse anche lui la “cacio e pepe” e magari le puntarelle con le acciughe o il carciofo alla giudìa, la pasta alll’amatriciana, la carbonara e via dicendo, un tripudio di pasta asciutta (non si faccia poi il commento greve sulla Trippa e le frattaglie varie…): ma nel frattempo Gogol’ si dedicava intensamente e febbrilmente alle: “Anime morte” …
Prossimante il seguito sul nostro eroe…
Aggiungo solo che Gogol’ possedeva un naso molto lungo e puntuto, se gli fosse scomparso la mattina svegliandosi sarebbe stata una vera tragedia, di sicuro con questa arma degna di un ottimo spadaccino, si sarebbe salvato durante un duello, non come il povero collega Puskin, morto appunto a causa di un duello, per amore: ma ucciso da un colpo di pistola…