In Andrew Cage, ventisette anni, informatico, convivono decine e decine di persone diverse, di età e personalità disparate, che prendono il sopravvento a turno, a seconda dei momenti, portandolo a cambiare improvvisamente voce, atteggiamento, gestualità e modo di porsi.
Sembrerebbe quasi una cosa comica.
E invece di comico non c'è niente.
Andrew è affetto dalla sindrome della personalità multipla, un disturbo che gli rende impossibile vivere serenamente una vita sociale, lavorativa ed affettiva. Se ci pensiamo, è una cosa terribile.
Nella società informatica in cui lavora, Andrew conosce un’impiegata appena assunta, Penny, e si rende subito conto, dai suoi atteggiamenti mutevoli e bizzarri, che anche lei soffre della sua stessa sindrome, che anche lei racchiude in sé tante diverse personalità, alcune anche potenzialmente pericolose e delle quali non è pienamente consapevole. Su richiesta della loro comune capa, Julie, Andrew accetta di aiutare Penny.
E fino a qui, fino all’incontro di queste due personaggi , simili, tormentati ed entrambi alla ricerca di risposte, “La casa della anime” ha trovato la mia approvazione. Anzi, ha suscitato a dosi massicce la mia curiosità nei confronti dell’insolita tematica trattata, e di quello che l’autore aveva in serbo per i protagonisti e per il lettore.
Poi, ahimè, tutto è andato a complicarsi eccessivamente e inutilmente.
La anime, soprattutto quelle di Andrew, fanno continuamente a pugni per emergere in dialoghi inizialmente curiosi e divertenti ma poi, a lungo andare, confusi e sfilacciati fra loro; Andrew e Penny, consapevoli e inconsapevoli di ciò che fanno (a seconda delle voci che prendono il sopravvento), intraprendono un viaggio che li porta nei loro paesi e case d’infanzia, alla scoperta di ciò che ha causato loro la terribile sindrome di cui soffrono. C’è un grosso colpo di scena che riguarda l’identità sessuale di Andrew, e che mi ha fatto spalancare gli occhi da quanto non me lo aspettavo. Ma ci sono anche troppi personaggi (non dimentichiamo gli psicologi, lo sceriffo, i genitori), troppe voci, troppi ricordi sovrapposti, che a lungo andare mi hanno fatta perdere fra le pagine.
Ho intuito la portata del dramma che sta dietro al disturbo dei due protagonisti, ho capito la voglia di lasciar sfogare la loro sofferenza rimasta soffocata e inascoltata. Ma non ne sono rimasta coinvolta emotivamente, piuttosto confusa e spiazzata dai continui cambi di voci e registri verbali e salti temporali.
In definitiva, pur lodando il nobile intento dell’autore nel voler trattare una tematica del genere, resto perplessa sul mio giudizio nei confronti della lettura. O forse, considerando quanto è amata, sono io ad averla letta in un momento personale che forse richiedeva un libro meno complesso. Comunque, tre stelle piene.