Tokyo, 1945. L’ispettore Minami sta indagando sull’omicidio di una donna quando viene trasmesso il messaggio della resa del Giappone. Si tratta di un momento decisivo per la città e il paese: da ora in poi ci sarà una nuova Tokyo, una Tokyo anno zero.
Tokyo, un anno dopo. L’ispettore Minami è chiamato a indagare su due omicidi di donne. Le circostanze dei decessi sono molto simili a quelle dell’omicidio dell’anno precedente e paventano la possibilità che la città sia frequentata da un serial killer. Minami indagherà sul caso, arrivando a una risoluzione, ma scoprendo anche, in parallelo, altre terribili verità.
Primo di una trilogia ambientata a Tokyo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, “Tokyo anno zero” prende spunto da un fatto di cronaca nera - un serial killer, Kodaira Yoshio, che uccise suo suocero nel 1932 e tra il 1945 e il 1946 violentò e uccise numerose ragazze – per creare un romanzo noir unico nel suo genere.
Il libro intreccia due piani temporali - il presente, con l’indagine di Minami e il passato, con l’esperienza dell’ispettore durante la guerra con la Cina - e due narrazioni - una narrazione lineare degli eventi e la voce interiore del protagonista, in corsivo – e si propone due obiettivi: denunciare le condizioni del Giappone post Seconda Guerra Mondiale e indagare la mente del protagonista, segnato dai traumi di guerra.
Per quanto riguarda il primo aspetto, Peace ci mostra un Giappone umiliato, caratterizzato da forti disuguaglianze - gli americani vincitori conducono una vita di lusso mentre i giapponesi muoiono di fame -, mercato nero e malavita, soprusi di ogni tipo, in particolare violenze sulle donne, vuoto e spaesamento a causa dei milioni di vittime di guerra, scontri tra bande di giapponesi, coreani, taiwanesi e cinesi e condizioni precarie - tanfo, malattie e case distrutte.
Si tratta di una finta democrazia, un mondo irriconoscibile rispetto al Giappone ricco ed efficiente del pre-guerra. L’atmosfera del romanzo è spettrale – sembra di camminare in una città di morti – e si ha una costante sensazione di straniamento, che rende le identità dei personaggi sfuggenti - non a caso, nel romanzo viene detto più volte che “niente è come sembra” e “nessuno è quel che dice di essere”.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, quello più introspettivo/psicologico, l’autore ci fa entrare nella mente di un protagonista traumatizzato dall’esperienza di guerra, che vomita continuamente bile, confonde il giorno e la notte, ha il terrore di ricordare il passato, dice spesso che i morti stanno meglio dei vivi e vede cospirazioni ovunque. La sua è una percezione del mondo alterata, ossessiva, resa perfettamente, a livello stilistico, dalle continue ripetizioni, spesso onomatopeiche - il “ton ton” della ricostruzione, il “gari gari” del grattarsi per i pidocchi, il “chiku taku” dell’orologio.
David Peace è stata una grandissima scoperta di quest’anno: ho già comprato gli altri due volumi della trilogia e non vedo l’ora di rituffarmi nella Tokyo alienante del dopoguerra.