Edita nel 1958 e vincitrice del premio Strega, questa raccolta di Dino Buzzati comprende 36 racconti già apparsi in tre diversi volumi precedenti (“I sette messaggeri”, “Paura alla Scala” e “Il crollo della Baliverna”) e 24 ancora non raggruppati in volume, ma già apparsi in riviste e quotidiani. Pertanto, questa raccolta di racconti è, a differenza delle precedenti, e analogamente ad altre successive (come “La boutique del mistero”), una sorta di summa di tutta la narrativa breve che Buzzati, fino a quel momento, aveva prodotto. Ne consegue un'opera corposa, dalla mole non indifferente per una antologia: sessanta racconti sono forse tanti se letti tutti in una volta, con il rischio da parte dell'autore di cadere nella ridondanza, nella ripetizione. Leggendo Buzzati mi sono convinto che sarebbe necessario pubblicare un volume con tutti i suoi racconti, non accontentarsi di una selezione, un'opera omnia da leggersi in modo discontinuo, per apprezzare al meglio la sua vasta produzione breve.
All'interno di “Sessanta racconti” appaiono titoli che già conoscevo, capolavori del calibro de “I sette messaggeri”, “L'assalto al grande convoglio”, “Sette piani”, “Racconto di Natale”, “Il crollo della Baliverna”, “La frana”, “Il disco si posò”, “Sciopero dei telefoni”, “Una lettera d'amore”, “I Santi”. Nonostante questo, ho trovato modo di scoprire nuove perle, come “I topi”, “Appuntamento con Einstein”, “I reziarii”, “All'idrogeno”, “L'uomo che volle guarire”, “24 marzo 1958”, “L'inaugurazione della strada”, “Le mura di Anagoor”, “Direttissimo”, “Due pesi due misure”, “Le precauzioni inutili”, “Il problema dei posteggi”, “Battaglia notturna alla Biennale di Venezia”, “Occhio per occhio”, “Grandezza dell'uomo”, “Una pallottola di carta”. Il mio racconto preferito tra quelli mai letti prima è sicuramente “Il cane che ha visto Dio”, una splendida riflessione sulle miserie dell'uomo e sul suo rapporto tra spiritualità e religione, tra buone e cattive azioni, tra nobili e meschini pensieri e tra essenza ed apparenza.
In questa raccolta sono presenti tutti i temi ricorrenti dell'opera buzzatiana: il destino, la malattia e la morte che incombono costantemente sulla vita dell'uomo; i sensi di colpa e di inadeguatezza, i dubbi, le incertezze, le angosce e le debolezze di quest'ultimo; la falsità, l'ambiguità, la stupidità e la crudeltà insite nell'essere umano, che la modernità sembra avere acuito; l'attesa di un qualcosa che non arriverà mai, e che lentamente ci consuma; il desiderio di odio e di vendetta, la stupidità della guerra e la gratuità della violenza, le nuove ed inquietanti armi di distruzione di massa; il senso della vita, il contrasto tra spiritualità e religione, la presenza di Dio nelle piccole cose, le continue suggestioni e ricerche metafisiche; la dimensione misteriosa dell'esistenza, l'elemento fantastico, irrazionale ed insondabile che affiora dalla realtà; la vita moderna sempre più urbanizzata e spersonalizzata, sempre più alienata e nevrotica, sempre più votata ai miti della produttività e del consumismo; la crisi dei valori dell'uomo moderno, che non ha più spazio per coltivare i buoni sentimenti e la propria interiorità; la critica ai costumi di una borghesia benpensante, sempre più ambigua, ipocrita e bigotta; il conformismo, l'uniformità e l'omologazione della società di massa, nonostante l'originalità di facciata, sterile e apparente, degli individui che la compongono; l'impoverimento del linguaggio e del pensiero dell'uomo della seconda metà del Novecento; le preoccupazioni per nuove, più subdole, forme di controllo delle coscienze; la continua minaccia delle dittature, le preoccupazioni per le rivoluzioni e per la lotta di classe; l'amore per la cultura, per l'arte, per la musica e per la poesia; la dimensione onirica e il senso di inganno che permeano la realtà; il continuo alternarsi di sogni ed incubi, il passaggio dall'ordinario allo straordinario, dall'inquietante all'assurdo, dal macabro all'orrido, dal reale al surreale; l'uso di metafore per descrivere lo scorrere della vita, come un treno che non ci concede fermate intermedie da godere, ma va diretto verso una meta indesiderata.
Mentre molti racconti di Buzzati appartengono all'ambientazione epica, mitica, avventurosa, orrorifica, senza precisi riferimenti spaziali e temporali (pur con alcuni evidenti riferimenti alla contemporaneità), altri sono scritti con un taglio giornalistico, come fossero fatti di cronaca, istantanee della vita di tutti i giorni: ma, a differenza di quest'ultima, nella descrizione della quotidianità, apparentemente banale e scontata, irrompe sempre un elemento perturbante, inquietante, un fenomeno inspiegabile che squarcia il velo di razionalità del reale e rivela i drammi dell'esistenza. È facile capire come Buzzati non sia affatto uno scrittore consolante, confortevole: la sua fantasia è diretta verso tonalità saturnine e tragiche, verso un pessimismo che constata le miserie dell'uomo, le monotonie e le insensatezze della sua condizione, con uno sguardo talvolta ironico e distaccato, talvolta partecipe e disperato.
Credo che Buzzati non sia uno scrittore perfetto: il suo intento morale, il suo essere schematico e didascalico, i suoi motivi ricorrenti, sono forse caratteristiche che a volte non giovano alla freschezza della prosa, all'eleganza dello stile. Nonostante questo, i suoi racconti sono tra i più evocativi, commoventi, perturbanti ed emozionanti di tutta la letteratura italiana. Le sue sono vere e proprie favole moderne, che raccontano l'uomo di oggi in tutte le sue luci e le sue ombre.