Per farvi capire: mi sono detto vabbè, leggo uno due racconti, e poi lo inframezzo ad altro, e invece è finita che ho letto unicamente 'sto mastodonte.
Il volume raccoglie quasi tutti i racconti scritti da Arthur C. Clarke dagli anni '30 fino agli anni '90, anche se il grosso della sua produzione si concentra fondamentalmente nel ventennio fra 1950 e 1970. Quindi non credo abbia molto senso parlare dei singoli racconti, perché sono così tanti che sarebbe soltanto uno vuotissimo elenco piuttosto inutile. Clarke, pur nell'eterogeneità dei suoi racconti (non si prova mai una sensazione di stanchezza leggendolo o di ripetitività) torna quasi sempre su temi a lui piuttosto cari e ne costituiscono il centro e motore della sua narrazione: l'avventura e la meraviglia, ovvero l'umanità, ovvero, ancora, quella spinta che fa muovere l'umanità in avanti.
La fantascienza di Clarke è una fantascienza che si basa raramente su dei personaggi. Le persone che affollano i racconti di Clarke sono poco più che dei McGuffin narrativi. L'ultimo scudo prima di cedere alla sperimentazione totale e abbandonare ogni linea narrativa a favore di una pure descrizione. Non che siano racconti piatti, sia chiaro. Anzi, in alcuni il colpo di scena è fondamentale e costruito perfettamente (ci arriviamo dopo). Quello che intendo è che ciò che muove Clarke nella costruzione dei suoi racconti non è tanto l'idea della costruzione di una narrazione perfetta, di uno scavo psicologico o che, quanto più l'idea di costruire quasi una mitologia della futura era spaziale. Clarke ci racconta di gare fra navi che si muovono grazie a vele solari, dell'esplorazione di Giove, della morte di una creatura proveniente dagli abissi solari e così via. Sono racconti in cui la costruzione narrativa sembra cedere completamente alla pura descrizione: non accade nulla (o quasi), se non la meraviglia stessa. In questo risulta lampante un racconto (non riuscitissimo, ma non importa) sulla vacanza di una famiglia sulla Luna. Scritto per una rivista per ragazze, "Vacanza sulla Luna" non ha altro scopo che spronare le lettrici a essere curiose, proprio come la protagonista del racconto che dopo aver visto la vita sulla Luna, "aveva trovato la propria ambizione [...]. La attendevano anni di studi, ma alla fine si sarebbe dedicata anche lei alla ricerca dei segreti delle stelle". L'importanza della fantascienza per Clarke - una fantascienza, tra l'altro, profondamente legata alla scienza, estremamente hard - è detta fuor di ogni metafora in un altro dei racconti: "Hai dato loro qualcosa a cui pensare, hai infuso un po' di emozione nelle loro vite. Meno di uno su un milione viaggerà ai pianeti giganti esterni, ma l'intera razza umana ci andrà con l'immaginazione".
Questa raccolta, si diceva prima, va dagli anni '30 alla fine del secolo. E' interessante, allora, vedere non soltanto come si sposti man mano la conoscenza scientifica di Clarke e del mondo (gli alieni che prima sono marziani e poi man mano si spostano prima temporalmente poi geograficamente), ma soprattutto le paure che Clarke rielabora nei suoi racconti. In particolar modo a far da padrone, come d'altronde in tutta la fantascienza del Secondo Novecento, è la Guerra Fredda e l'Atomica. La costante tensione fra USA e URSS e l'angosciante Spada di Damocle che era l'atomica (nella sua tra l'altro duplice natura di arma e strumento energetico del futuro) viene ripreso e rielaborato in infinite variazioni, quasi tutte esplicite e urgenti ("Ho lavorato tutta la vita per approfondire la mia conoscenza della mente, ma adesso mi chiedo se per caso io non abbia introdotto nel nostro mondo una forza troppo potente e troppo pericolosa perché sia possibile controllarla"). Poche cose stanno a cuore a Clarke quanto sottolineare la follia e la violenza che soggiace al conflitto umano. Quella di Clarke, infatti, è una fantascienza che è tanto poco umana nella sua componente narrativa, quanto lo è al contrario nel suo idealismo. In particolar modo, se la violenza è ciò che lo terrorizza maggiormente per il suo orrore e la sua distruzione, ciò che Clarke pare ammirare di più nell'uomo è la sua scintilla verso l'indipendenza, la curiosità, proprio ciò che cerca di stimolare con i suoi racconti. Alcuni racconti diventano, allora, veri e propri pamphlet all'avventura umana, uno su tutti "Fuori dalla culla, su un'orbita infinita" che racconta della nascita dell'uomo come essere spaziale. Emblematico come in un racconto sulla lotta fra Terra e le sue colonie, l'inglesissimo Clarke si schieri dalla parte delle colonie dopo aver paragonato la situazione a quella settecentesca fra Inghilterra e Stati Uniti.
Il dualismo dell'atomica si rispecchia anche in una delle fisse del periodo più tardo (come, in d'altronde, ogni strumento tecnologico di cui ci parla Clarke): l'intelligenza artificiale, o, meglio, dato che comunque stiamo ancora negli anni '70-'80, la progressiva computerizzazione del mondo. In particolare, la perdita di controllo dei diversi processi a favore di una completa meccanicizzazione di ogni processo. Ma Clarke, proprio per il discorso della spinta di prima, è la persona più lontana da ogni conservatorismo che possa venire in mente. Nella sua descrizione di un mondo che sembra quasi abdicare per una nuova realtà, si ha quasi l'impressione che egli stia dalla parte dei nuovi venuti. Clarke, in questo, è sempre costantemente curioso per quello che sta dietro l'angolo (o infiniti angoli dopo). E' mosso da una curiosità infantile così forte che ogni forma di nostalgia gli è preclusa. All'opposto, leggendo i racconti di Clarke si prova un fortissimo senso di frenesia verso un futuro che ancora non è accaduto e che sta accadendo ancora troppo lentamente - in questo è sorprendente e beffarda la controstoria che mettono su lui e Baxter nel penultimo racconto, mostrando un presente alternativo in cui staremmo viaggiando attraverso le stelle.
Clarke è un grande narratore di atmosfere spaziali, proprio come i quadri di Chesley Bonestell, che non a caso è citato diverse volte esplicitamente da Clarke stesso. Ma Clarke è anche un narratore fenomenale nel creare tensione e colpi di scena. La costruzione della tensione è opposta a quella del colpo di scena. Cioè, non solo in Clarke, eh, proprio in generale, come diceva Hitchcock. La tensione si basa su una cosa, di solito brutta, che sai che sta per accadere e quando accade è quasi una liberazione per l'angoscia accumulata fino a quel momento, il colpo di scena, invece, è normalmente inaspettato e cambia il punto di vista fino a quel momento con cui hai visto la storia. E fin qui, ok. Clarke è maestro in entrambe.
Il racconto più emblematico di come Clarke riesca a gestire la tensione è forse "Strada buia". Il racconto è di una semplicità disarmante: un uomo su un pianeta o che so io, è costretto a farsi gli ultimi chilometri verso una città, attraversando un canyon buio. Clarke non fa altro per tutto il racconto che descrivere questa camminata e l'ansia crescente dell'uomo nel trovarsi in un luogo buio e sconosciuto, con chissà che creature che potrebbero sbucare da un momento all'altro. Per tutto il racconto si ha la sensazione di una tensione che cresce lentamente e inesorabilmente e che Clarke non allenta mai veramente, ma che anzi porta al suo apice nell'ultima riga del racconto, lasciando il lettore in un sospeso che è l'ignoto.
La gestione, invece, del colpo di scena è profondamente legata alla concezione umanistica che ha Clarke. Anche qua, un racconto che rende piuttosto chiara la cosa è "L'ultimo ordine". Che è lungo manco due pagine e ha l'incipit più di impatto di forse l'intera raccolta: c'è stata una guerra enorme, ha devastato mezza terra, ma un battaglione nascosto - che doveva fungere da distruzione mutua assicurata (e torna l'atomica) - si prepara ad attaccare la parte vincitrice per vendicarsi. Ora, il colpo di scena qua sta nel fatto che Clarke ci fa implicitamente immedesimare in una specifica fazione (che siano gli americani, i bianchi, gli umani stessi) per poi rivelare che siamo dalla parte opposta (russi, neri, alieni). E' un'empatia forzata e sconvolgente. Siamo negli anni del maccartismo e della caccia al diverso. Gli anni del segregazionismo e dell'eurocentrismo. Clarke attraverso il colpo di scena sferra un attacco senza mezza misure a qualsiasi paletto ideologico. Costringe il lettore a immedesimarsi nell'Altro, fingendo che sia un Noi condiviso, e soltanto alla fine gli rivela come sia sempre stato l'Altro. Non è soltanto un mettersi nei panni dell'altro, ma un riconoscere che l'altro è un Noi. Proprio per il discorso che l'umanità per Clarke è tale solo se condivisa.
La fantascienza di Clarke, allora, è al contempo una fantascienza tanto ingegneristica quanto utopistica, una fantascienza scritta da un uomo che sa quanto può essere distruttivo l'animo umano e di quanto al contempo sia dotato di grandezza. E' la fantascienza di un uomo che cerca disperatamente di stuzzicare la meraviglia, di suggerire un futuro fatto di stelle, con la costante paura che la distruzione sia dietro l'angolo.