A delightful, delicious, and best-selling account of the gustatory pleasures to be found throughout France, from the beloved author of A Year in Provence.
The French celebrate food and drink more than any other people, and Peter Mayle shows us just how contagious their enthusiasm can be. We visit the Foire aux Escargots. We attend a truly French marathon, where the beverage of choice is Chateau Lafite-Rothschild rather than Gatorade. We search out the most pungent cheese in France, and eavesdrop on a heated debate on the perfect way to prepare an omelet. We even attend a Catholic mass in the village of Richerenches, a sacred event at which thanks are given for the aromatic, mysterious, and breathtakingly expensive black truffle. With Mayle as our charming guide, we come away satisfied (if a little hungry), and with a sudden desire to book a flight to France at once.
Peter Mayle was a British author famous for his series of books detailing life in Provence, France. He spent fifteen years in advertising before leaving the business in 1975 to write educational books, including a series on sex education for children and young people. In 1989, A Year in Provence was published and became an international bestseller. His books have been translated into more than twenty languages, and he was a contributing writer to magazines and newspapers. Indeed, his seventh book, A Year in Provence, chronicles a year in the life of a British expatriate who settled in the village of Ménerbes. His book A Good Year was the basis for the eponymous 2006 film directed by Ridley Scott and starring actor Russell Crowe. Peter Mayle died in Provence, France.
Peter Mayle è l’inglese che, a un certo punto della sua vita, decise di voltare le spalle ad Albione ed andarsene a vivere in Francia, più precisamente in Provenza, dove scrisse vari libri soprattutto dedicati al colore locale, nonché qualche romanzo. Da uno di questi, Un’ottima annata, fu tratto un film di grande successo con Russell Crowe nei panni del protagonista (nonché Valeria Bruni Tedeschi in quelli di un’affascinante notaia con una cavigliera tatuata sulla caviglia). Una cosa è certa: se uno sa scrivere bene, riesce a rendere interessante qualsiasi argomento. A me dell’alta cucina, di gastronomia e di vini me n’è sempre fregato assai poco, ma questo libro, Lezioni di francese – dal titolo ci si sarebbe aspettati una guida semiseria alla lingua, invece no – l’ho letto con estremo piacere, al punto da rimpiangere che dopo circa 200 pagine densissime fosse già finito. L’essenza della cultura francese, nella visione dell’autore, è il mangiare e il bere. Certamente lo è per come la racconta lui; il libro è un resoconto di viaggi gastronomici in vari remoti paesi dell’esagono, che assurgono alla celebrità per qualche giorno all’anno grazie a fiere di prodotti locali (rane, lumache, sanguinacci, polli, ecc.) e dove, oltre a mangiare e bere come se non ci fosse un domani, avvengono una serie di manifestazioni collaterali – elezione di miss Pollo o miss Rana o quello che si vuole (e no, sono comunque bellissime ragazze, nulla a che vedere con il titolo in palio), riunione di solenni confraternite, musica, danze, cortei e carnevalate in genere. Peraltro i capitoli più interessanti riguardano manifestazioni, almeno nominalmente, d’altro genere: una maratona vera e propria – competitiva, 42 e rotti chilometri, che si tiene tutti gli anni nel Bordolese, ma dove ai concorrenti vengono offerti abbuffi d’ogni genere, gli stessi concorrenti partecipano travestiti nelle maniere più assurde, e ovviamente di vincere non frega niente a nessuno; un ristorantino sulla spiaggia di una qualche rinomata località della Costa Azzurra dove, oltre che a mangiare, si va a vedere e a farsi vedere, il che coimplica che ci si vada svestiti, e svestite, il più possibile (non è propriamente un posto per nudisti, ma pareo, tanga e costumi minimali sono comunque ben accetti – del resto, non è una spiaggia?); una località termale dove si va sì per rimettersi in forma, ma i trattamenti, a cominciare da quello alimentare, sono tutt’altro che punitivi; un festival del vino dove si assaggiano i vini più pregiati e costosi, e in teoria poi, da bravi intenditori, bisognerebbe sputarli, ma nessuno ha predisposto spazi ad attrezzi ad hoc, quindi tocca inghiottire con le immaginabili conseguenze… Interessante anche il capitolo sulle guide Michelin, com’è noto la bibbia del mangiare e bere bene, contraddistinta dalla più rigorosa segretezza sui suoi metodi e i suoi ispettori. Quello che mi stupisce, in questo e negli altri libri di Mayle, scritti con il classico atteggiamento antropologico inglese che si china curioso e stupito su tutta quella strana parte di mondo che condivide la bizzarria di non essere inglese, è il fatto che tutti gli atteggiamenti che lui riscontra come tipicamente francesi potrebbero essere pari pari ascritti agli italiani: approssimazione, incapacità congenita di essere puntuali, edonismo, imperizia alla guida e nei parcheggi, attitudine alla caciara, e ovviamente amore per la buona cucina e il buon bere… Per contro, l’Italia non viene nominata nemmeno per caso. Chissà, se avesse per una volta passato il valico di Ventimiglia, quali sarebbero state le sue esperienze e come le avrebbe espresse… Personalmente, sarò stato sfortunato io, ma le volte in cui ho veramente mangiato con soddisfazione in Francia si contano sulle dita di una mano. È probabile che il vero esperto viaggi con la guida Michelin in mano, ma in Italia, se ti fermi in una trattoria lungo la strada – escluse località turistiche – e dici “vediamo come va”, nella maggior parte dei casi l’esperienza è almeno soddisfacente, qualche volta esci perfino con un sorriso beato in faccia massaggiandoti la pancia piena. In Francia devi avere proprio una fortuna sfacciata, altrimenti mangerai robaccia approssimativa servita da camerieri che vorrebbero essere palesemente altrove a fare altro. Sicuramente Mayle non condividerebbe questo mio giudizio, se fosse ancora vivo; infatti è morto nel 2018, all’età di 79 anni, per certi versi ancora giovane per una persona che non ha mai trascorso la vita in miniera ma anzi è stata sicuramente molto fortunata dal punto di vista esistenziale. Per altri versi, visto come mangiava e come beveva, complimenti per esserci arrivato, a quell’età.
Spassoso, di facile lettura e ricco di aneddoti interessanti e poco noti. Potrebbe essere buona fonte di spunti per stendere un itinerario enogastronomico in Francia toccando mete sconosciute ai più. Consigliato agli amanti della buona tavola e ai viaggiatori curiosi.