Cento racconti che non è possibile riassumere ed elencare come fosse una lista della spesa.
Taglio, incollo e sistemo qui una parte dei numerosi appunti che ho preso in quasi tre mesi di lettura.
Ovviamente non mi sono piaciuti tutti allo stesso modo (alcuni per niente) ma l’emozione di molti tra loro e le affermazioni che Bradbury ha fatto nell’introduzione e nell’intervista riportata accendono senza dubbio, per me, le
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Quattro parole
Fantascienza, vampiri, fantastico, infanzia: ecco le quattro parole chiave che aprono questo scrigno contenente cento racconti dell’americano Ray Bradbury, classe 1920 e noto perlopiù per l’ormai classico Fahrenheit 451 .
Un’autoantologia e, pertanto, una scelta fatta dall’autore stesso delle produzioni da lui ritenute più significative rispetto ai quattro temi citati.
Nell’introduzione Bradbury sottolinea come li suo scrivere sia stato un cammino di crescita personale:
” Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzodì del giorno successivo. Se c’è una cosa che in questo libro ho inteso fornire, questa è semplicemente la mappa della vita di un uomo che a un certo punto si è messo in viaggio verso una qualche meta, e poi ha continuato ad andare. La mia vita non è stata tanto il risultato di una serie di riflessioni quanto piuttosto di una serie di azioni che, una volta compiute, mi hanno permesso di capire che cosa avevo fatto e chi ero. Ogni racconto è stato un modo di trovare aspetti del mio io, ciascuno un po’ diverso da quello trovato ventiquattr’ore prima.
I racconti sono, infatti, produzioni che vanno dagli ’40 agli anni ’80 ma nella raccolta non c’è ordinamento né cronologico né tematico e si possono dunque leggere liberamente.
Ubriaco alla guida di una bicicletta
L’introduzione alla prima edizione dell’opera del 1980 (intitolata “Ubriaco alla guida di una bicicletta” ) è preceduta dall’intervista che Bradbury rilasciò nel 1976 al “Paris News” ma che non fu mai pubblicata a causa di alcune affermazioni che attaccavano il mondo intellettuale.
” Il fatto è che nella vita io sono sempre stato guidato dai miei racconti. Loro lanciano un richiamo e io li seguo. Mi balzano addosso e mi azzannano a una gamba: io reagisco mettendo sulla carta tutto quello che succede mentre ho i loro denti piantati nel polpaccio. Quando ho finito, le idee mollano la presa e filano via. (…)
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Ecco com’è stata la mia vita. Ubriaco alla guida di una bicicletta, come diceva il verbale di un poliziotto irlandese. Ubriaco di vita, cioè, e senza la minima idea di quale sarà la prossima destinazione. Ma prima dell’alba sei per strada. E il viaggio? Esattamente a metà tra il terrore e l’ebbrezza.”
Fantascienza
Come si può definire la fantascienza di Bradbury?
Cito quello che lui stesso ha scritto:
”(…) Quando parlo di fantascienza uso spesso la metafora di Perseo e della testa di Medusa. Invece di guardare in faccia Medusa, cioè la verità, ti giri e guardi alle tue spalle il riflesso nel lucido bronzo dello scudo, poi allunghi la spada dietro di te e tagli la testa di Medusa. La fantascienza finge di guardare dentro il futuro ma in realtà guarda il riflesso della verità che è davanti a noi. Si ha quindi una visione di rimbalzo, una verità di rimbalzo, che si può mandare giù e con cui ci si può divertire, invece di sentirsi intelligenti e superintellettuali.”
Dunque il pretesto di raccontare il futuro non è altro che un’analisi, una riflessione sul presente.
Le ambientazioni ipertecnologiche piuttosto che ultraterrene sono, dunque, scenografie dove protagonista è l’umanità nelle sue espressioni di superbia, ambizione, paura, ossessione, senso di fallimento o anche l’orgoglio…
Qualche esempio
Un racconto per me memorabile è IL CALEIDOSCOPIO (1949). Un incidente ad un razzo getta nello spazio gli astronauti (” come una decina di pesciolini d’argento che si dibattevano nel mare nero…”) e mentre cadono comunicano via radio (” Cadevano come sassi nei pozzi, dispersi come dadi buttati da una mano immensa, finché non ci furono più uomini ma soltanto voci.”). Terrore e rassegnazione. E’ la fine e man mano che ne prendono coscienza i ricordi trascorrono come un film e se, in un primo momento, prende il sopravvento l’istinto rabbioso ci si rende poi conto che la medesima sorte non può che generare comprensione….
Un altro racconto s’intitola La MACCHINA DELLA FELICITA’ (1957).
Bradbury, anche qui, sfrutta la fantascienza per riflessioni esistenziali a largo raggio. Siamo in un’epoca in cui ci si poteva ancora immaginare di tutto: parliamo del ventennio tra il 1940 ed il ’60.
Ventennio che contiene il boom economico degli anni ’50 dove è proprio la tecnologia la protagonista che agisce soprattutto sulla vita domestica che cambia nelle forme, nei contenuti e nei tempi.
B., tuttavia, si chiede se tutto questo progresso possa aiutare l’uomo ad essere veramente felice.
Ecco che in questa storia un padre di famiglia costruisce la macchina della felicità. Da notare che Bradbury non perde tempo nello snocciolare i meccanismi dei fantasiosi apparecchi che introduce nelle storie. L’importante è descriverne l’aspetto e le principali funzioni.
Leo Aufman, munito di martello, chiodi e chiavi inglesi si dà da fare e costruisce questa scatola, una sorta di rifugio dove sperimentare la perfezione di un momento, di una giornata.
Nessun dolore, preoccupazione, ansia o quant’altro ma solo una profonda serenità del vivere.
Ma poi?
Perché suo figlio e sua moglie escono dalla macchina piangendo come disperati?
Cosa sta succedendo?
A queste domande la moglie risponde così: «Leo, l’errore che hai commesso è che hai dimenticato che a una certa ora di un certo giorno bisogna pur uscire da quella cosa e tornare ai piatti sporchi e ai letti da rifare. Finché sei là dentro, certo, un tramonto dura in eterno, l’aria profuma e la temperatura è perfetta. Tutte le cose che vuoi far durare, durano. Ma fuori, i bambini aspettano la colazione, i vestiti hanno bisogno di bottoni. E poi, per essere franchi, Leo, per quanto tempo si può guardare un tramonto? E chi vuole che un tramonto duri tanto? Chi vuole una temperatura perfetta? Chi vuole che l’aria profumi in continuazione? E poi, dopo un po’, chi se ne accorgerebbe più? È meglio un tramonto che duri solo un paio di minuti. Dopo di che, avremo qualcos’altro. La gente è fatta così, Leo. Come hai potuto dimenticarlo?» .
Il fantastico
I racconti del fantastico e del vampiresco (che non sono il mio genere) si suddividono tra ambientazioni misteriose dove aleggiano strane presenze, ad altre quasi comiche come ad esempio una serie di tre/quattro racconti che hanno come protagonista una gruppo di strani personaggi stile Famiglia Addams.
Un esempio
Sul genere misterioso c’è un racconto del 1943 intitolato LA FALCE: una macchina con a bordo una famiglia che cerca un posto dove stare. Scappano dalla povertà e trovano una florida fattoria. Un uomo moribondo all’interno della casa dice che lascerà loro tutta la proprietà. Non possono credere a tanta fortuna e rimangono. Ben presto, però le cosa prendono una piega strana a partire da una falce che ha sul manico incise le parole: “chi mi regge, regge il mondo!” e poi un campo dove magicamente il grano ricresce poco dopo essere tagliato….
Un racconto che mette al centro l’ineluttabilità del destino.
Essere bambini: una paurosa fatica..
Il tema dell’infanzia è molto emotivo.
Legato agli incubi, le insicurezze, le paure incombe l’atmosfera notturna, il buio che nasconde l’ignoto. Oppure semplicemente la difficoltà dell’essere bambini e il non essere ascoltati e compresi.
Qualche esempio…
Il racconto che apre l’opera s’intitola LA SERA (1946).
Credo che anche solo l’incipit rendere l’idea:
”Sei un bambino in una piccola città. Per essere esatti, hai otto anni, e si sta facendo tardi. Tardi per te, abituato ad andare a letto alle nove, nove e mezzo; anche se magari di tanto in tanto preghi mamma e papà di lasciarti stare alzato un po’ di più per ascoltare Sam e Henry a quella strana radio tanto di moda in quest’anno 1927. Ma per lo più, a quest'ora sei rannicchiato sotto le lenzuola. È una calda sera d’estate. Vivi in una casetta su una stradina alla periferia della città, dove ci sono pochi lampioni stradali. C’è un solo negozio aperto, a un isolato di distanza: il negozio della signora Singer. Durante la calda serata la mamma ha stirato il bucato di lunedì e tu hai continuato a chiedere, a intermittenza, un gelato, fissando il buio.”
Per ultimo cito un racconto (sempre del ’46) che unisce fantascienza (in una declinazione distopica) ed il tema dell’infanzia. Il titolo è GHIACCIO E FUOCO i due elementi che determinano la vita di ciò che rimane della razza umana intrappolata s’un pianeta extraterrestre:
” Si trovavano su un pianeta più vicino al sole. Le notti erano gelide, i giorni bruciavano come fuoco. Era un mondo violento, impossibile. La gente viveva nelle caverne per sfuggire alla morsa di ghiaccio e al giorno infuocato. Solo all’alba e al tramonto l’aria diventava respirabile, profumata…” .
Non solo si è costretti a vivere nelle caverne ma la vita scorre molto più velocemente: dalla nascita si hanno a disposizione solo 8 giorni!!
”La nascita fu improvvisa come una coltellata. L’infanzia sarebbe finita in un lampo. L’adolescenza era un temporale breve e la vita adulta un sogno. La maturità era un mito, la vecchiaia una realtà cui era impossibile sfuggire e che durava poco, la morte un’improvvisa certezza.” .
Quando Sim nasce i suoi genitori hanno solo qualche ora di tempo (” «Un’ora è metà della vita.») e poi moriranno.
C’è una speranza, però: una navicella che si trova dall’altra parte del pianeta.
I genitori al tramonto muoiono e rimane con la sorella.
Succedono cose assurde: la vita è un lampo e nonostante ciò gli uomini gridano la parola Guerra!. “Perché?”
Continua a chiedere e a chiedersi Sim.
Perché?
Anche nella brevità del tempo a disposizione, la lotta per la sopravvivenza determina amici e nemici.
Sim non vuole spendere quella breve vita nell’inerzia e si reca dagli odiati scienziati.
Ma cosa si può fare in così poco tempo?
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Passo e chiudo…