La lettura completa dell’Orlando furioso, ad essere onesti, non è impresa da pigliare a gabbo: ad occhio e croce, già se si parla di dimensioni, è un poema lungo fra il doppio e il triplo della Divina Commedia e della Gerusalemme Liberata; in compenso è molto più facile da leggere rispetto a quella, e rispetto a questa è, almeno in apparenza, molto più lineare dal punto di vista psicologico e perfino linguistico: infatti, sebbene a ridosso della pubblicazione ambedue fossero letti o ascoltati con piacere da gente della più varia cultura e posizione sociale, credo che soltanto il poema dell’Ariosto risulti piano e comprensibile a un lettore di modesta istruzione, in gran parte, anche senza l’ausilio di note, perlomeno se si saltano i brani che lodano uomini di cultura e principi coevi o alludono a fatti storici vicini all’autore, perspicui allora ma talvolta enigmatici oggi. Confesso che, dopo aver letto il poema una trentina d’anni fa, vi ero tornato spesso, ma soltanto su canti singoli o brani che mi piacevano; ora che invece l’ho finalmente riletto per intero, mi accorgo che avevo fatto male, perché appunto leggendolo per intero lo si gusta molto di più, e si scoprono molte cose dianzi trascurate o dimenticate. Inoltre la lettura integrale permette di assaporare una delle virtù principali dell’inventio ariostesca: l’intreccio e il proliferare continuo di trame, di vicende, di personaggi: “Quante corbellerie, messer Ariosto!”, pare che commentasse al riguardo il cardinal Ippolito d’Este; il quale suona giudizio superficiale all’orecchio del superficiale critico dei nostri tempi, ed è, all’opposto, esattissimo, perché mette in luce tutta la gratuità, la sovrabbondanza trabocchevole, il puro gusto del raccontare, del girovagare fra le digressioni, del creare, illustrare, signoreggiare con divertita sprezzatura un intero mondo variopinto e onirico. Il sorriso ariostesco, di cui molto s’è scritto e discusso, innamora e piace proprio perché investe la materia cavalleresca con la luminosità del suo sovrano distacco e al contempo la segue accarezzandola con amorevole cura; il riso aperto, la parodia sollazzevole – seppure piena di ombre, di malesseri, di nostalgie, di angoli dolenti – arriverà più tardi, con Cervantes, e in parte, ma in tono sghembo, giullaresco e lunare assieme, già s’era un po’ affacciata nella nostra poesia col Morgante di Luigi Pulci. Ludovico Ariosto mantiene in miracoloso equilibrio l’affetto per un mondo di cortesia guerriera e di valore sempre temperato da un’alta civiltà, e un’ironia discreta, urbanissima e sottile che sa brillare ora con brevi guizzi salaci, ora con crepuscolare garbo screziato di agrodolce. Non per fare del nazionalismo letterario, ma basta confrontare il sorriso ariostesco e quello di Rabelais per vedere quale differenza culturale vi fosse tra l’Italia umanistica e cortigiana e una Francia che ancora si stava sbrogliando dai panni medievali, e in molte cose restava medievale anche senza volerlo e lottando per non esserlo, a cominciare da una comicità greve, grassa e beffarda e purtroppo, a tratti, fangosa. Il poema, tuttavia, non resta frutto ed esercizio di puro capriccio. La mano lontana e guantata dell’architetto si sente soprattutto man mano che l’Orlando furioso volge al termine. La magia, il meraviglioso pian piano si spengono in un’aura vaga di malinconia, a mo’ d’un sole che volge al tramonto; anche qui, però, con una leggerezza svagata, come il volo delle navi create con un pugno di fronde da Astolfo, che alla fine della guerra tornano foglie perdendosi lievi nel vento. Le ottave ariostesche, con elegante seduzione, invitano in un mondo di castelli e d’isole incantate, di fontane amene, di selve infinite, di paladini sventati o cortesi, di saraceni sbruffoni o cavallereschi, di maghi, d’incantatrici, di donzelle, di eremiti; ci fanno trepidare per quei combattimenti sempre simili e sempre nuovi, dove le lance volano in frantumi o le spade fatate sprizzano scintille mentre gli usberghi e le corazze resistono a cozzi micidiali: e davvero ci si trova a entusiasmarsi per questi combattimenti, come ci s’intenerisce alla morte di Zerbino o di Brandimarte, o nell’episodio, giustamente famoso, di Cloridano e Medoro – anche se la commozione, in Ariosto, è asciutta e labile, perché l’Ariosto ama il suo mondo poetico, ma non senza riserve come invece avviene col Tasso. Credo che tutti, una volta lontani dagli obblighi scolastici, dovremmo tornare sul Furioso: lo scopriremmo così molto più ricco, più coinvolgente, più bello di troppa narrativa inutile con cui ci stordisce l’editoria odierna; ed anzi credo che sarebbe bello da leggere a voce alta in compagnia o in famiglia, come si faceva una volta: sarebbe un divertimento. Altro che videogiuochi, altro che televisione!...