What do you think?


Eileen
So here we are. My name was Eileen Dunlop. Now you know me. I was twenty-four years old then, and had a job that paid fifty-seven dollars a week as a kind of secretary at a private juvenile correctional facility for teenage boys. I think of it now as what it really was for all intents and purposes—a prison for boys. I will call it Moorehead. Delvin Moorehead was a terrible landlord I had years later, and so to use his name for such a place feels appropriate. In a week, I would run away from home and never go back.
This is the story of how I disappeared.
The Christmas season offers little cheer for Eileen Dunlop, an unassuming yet disturbed young woman trapped between her role as her alcoholic father’s caretaker in a home whose squalor is the talk of the neighborhood and a day job as a secretary at the boys’ prison, filled with its own quotidian horrors. Consumed by resentment and self-loathing, Eileen tempers her dreary days with perverse fantasies and dreams of escaping to the big city. In the meantime, she fills her nights and weekends with shoplifting, stalking a buff prison guard named Randy, and cleaning up her increasingly deranged father’s messes. When the bright, beautiful, and cheery Rebecca Saint John arrives on the scene as the new counselor at Moorehead, Eileen is enchanted and proves unable to resist what appears at first to be a miraculously budding friendship. In a Hitchcockian twist, her affection for Rebecca ultimately pulls her into complicity in a crime that surpasses her wildest imaginings.
Played out against the snowy landscape of coastal New England in the days leading up to Christmas, young Eileen’s story is told from the gimlet-eyed perspective of the now much older narrator. Creepy, mesmerizing, and sublimely funny, in the tradition of Shirley Jackson and early Vladimir Nabokov, this powerful debut novel enthralls and shocks, and introduces one of the most original new voices in contemporary literature. Ottessa Moshfegh is also the author of My Year of Rest and Relaxation, Homesick for Another World: Stories, and McGlue.
This is the story of how I disappeared.
The Christmas season offers little cheer for Eileen Dunlop, an unassuming yet disturbed young woman trapped between her role as her alcoholic father’s caretaker in a home whose squalor is the talk of the neighborhood and a day job as a secretary at the boys’ prison, filled with its own quotidian horrors. Consumed by resentment and self-loathing, Eileen tempers her dreary days with perverse fantasies and dreams of escaping to the big city. In the meantime, she fills her nights and weekends with shoplifting, stalking a buff prison guard named Randy, and cleaning up her increasingly deranged father’s messes. When the bright, beautiful, and cheery Rebecca Saint John arrives on the scene as the new counselor at Moorehead, Eileen is enchanted and proves unable to resist what appears at first to be a miraculously budding friendship. In a Hitchcockian twist, her affection for Rebecca ultimately pulls her into complicity in a crime that surpasses her wildest imaginings.
Played out against the snowy landscape of coastal New England in the days leading up to Christmas, young Eileen’s story is told from the gimlet-eyed perspective of the now much older narrator. Creepy, mesmerizing, and sublimely funny, in the tradition of Shirley Jackson and early Vladimir Nabokov, this powerful debut novel enthralls and shocks, and introduces one of the most original new voices in contemporary literature. Ottessa Moshfegh is also the author of My Year of Rest and Relaxation, Homesick for Another World: Stories, and McGlue.
260 pages, Hardcover
First published August 18, 2015
About the author
Ottessa Moshfegh
41 books25.8k followersOttessa Moshfegh is a fiction writer from New England. Eileen, her first novel, was shortlisted for the National Book Critics Circle Award and the Man Booker Prize, and won the PEN/Hemingway Award for debut fiction. My Year of Rest and Relaxation and Death in Her Hands, her second and third novels, were New York Times bestsellers. She is also the author of the short story collection Homesick for Another World and a novella, McGlue. She lives in Southern California.
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Displaying 1 - 30 of 89 reviews
December 11, 2018
LA RAGAZZA CHE NON AMAVA I BEATLES

”Orlando furioso” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Sì, lo odiavo, ma ero molto obbediente. Eravamo solo noi due a casa, papà e io. Ho una sorella, è ancora viva per quanto ne sappia, ma non ci parliamo da più di cinquant’anni.
Ottessa Moshfegh, nata a Boston nel 1981, si presenta con un nome e un cognome che non passano inosservati, frutto dell’incrocio di una madre croata e un padre ebreo iraniano, entrambi musicisti che insegnano al conservatorio.
E si presenta con un interessante curriculum letterario: racconti pubblicati da riviste quali Paris Review, New Yorker, Granta, poi raccolti nel volume Nostalgia di un altro mondo, la novella McGlue (da noi inedita), qualche premio letterario, questo primo romanzo (finalista al Booker Prize, poi vinto da Lo schiavista di Paul Betty), un nuovo romanzo uscito quest’anno, My Year of Rest and Relaxation, che presumo sia in corso di traduzione.

”Macchina portasapone” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Immaginavo sempre che le case degli altri fossero più belle della mia, piene di mobili in legno lucidi e caminetti eleganti e calze appese per il Natale. Biscotti nella credenza e tagliaerba in garage. Era facile pensare che tutti se la passassero meglio di me allora. In fondo alla mia strada, un portico illuminato mi riempiva di tristezza.
Mi chiedo come sia capitata tra le mie mani: perché nulla ne sapevo, mai sentita nominare prima, né lei né il romanzo. Ma evidentemente qualcosa avevo letto e qualcosa mi aveva colpito al punto da affrontarla.
Ora che l’ho letta, guardo in giro e vedo commenti che parlano di trama traballante, di storia che non funziona fino in fondo, di lentezze, di verbosità autodescrittiva a scapito del racconto, paragoni a La campana di vetro di Sylvia Plath, libro che ho molto amato e non vedo che c’azzecchi [cit], a Kate Mosse, che conosco di nome ma non so cosa scriva (e probabilmente io sono più a mio agio con Kate Moss).

”Bolle di gas serra” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
La conoscenza di cose attuali o alla moda mi faceva sentire soltanto una vittima dell’isolamento. Se le evitavo di proposito, potevo credere di avere il controllo della situazione.
E per una volta mi viene da pensare che l’accoglienza è stata più tiepida di quanto questo romanzo meriti. Perché a me è piaciuto molto. Molto.
È uno strano thriller, che per un pezzo si fa fatica a considerare tale.
Se non che Moshfegh scandisce rigorosamente il tempo, giorno per giorno di una settimana cruciale nella vita della giovane protagonista Eileen (24 anni), fino a concludere il primo magistrale capitolo intitolato “1964”, l’anno in cui sono ambientati i fatti, come segue:
Una settimana più tardi, sarei scappata da casa per non tornarci più. Questa è la storia di come sono scomparsa.

“Listello senza fine” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Ancora mi chiedo la ragione della virgola qui sopra. E pormi domande è un’attività che mi piace. Un altro punto a vantaggio di Ottessa Moshfegh.
Eileen racconta in prima persona. E lo fa con la voce di cinquant’anni dopo: è scappata, è fuggita, ce l’ha fatta, è ancora viva, sta bene. Questo lo dice subito. E qui e là spiffera anche qualcosa che le è successo durante questi cinquanta anni, lancia esche alle quali io abbocco, al punto che ne vorrei sapere di più, e sarei contento di leggere un romanzo su questi cinquanta anni di Eileen, che credo abbia anche cambiato nome per marcare la distanza dai fatti narrati qui.

“Il giardino” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Eileen è spietata nel descriversi, nel raccontarsi, nel dirci chi c’è intorno a lei, cosa fa (lavora in un carcere maschile minorile, chiamarlo riformatorio è un eufemismo), la desolazione e lo scoramento della sua esistenza, l’abbrutimento e il degrado della gente che conosce (il padre, la madre morta, le colleghe): un mondo che come minimo si può affettuosamente definire anaffettivo.
Negli Stati Uniti che capita più spesso di frequentare veder fumare fa più stupore che un procione alla porta di casa: invece nelle serie TV, nei film, e ancora più nei libri si fuma tuttora tantissimo.
A me colpisce perfino di più che tutti ‘sti fumatori sentano odori a ripetizione: le pagine dei romanzi sono pieni della descrizione di odori, di solito disgustosi, ripugnanti.
E feci, vomito, orina, topi morti tenuti nel vano portaoggetti dell’automobile, polvere sporcizia resti di cibo e bevande… Questo è il mondo di Eileen. Che Moshfegh analizza ancor più che descrivere – così come analizza molto se stessa.

”Il wawuschel della pescaia” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Poi, è successo che dove credevo il libro si ammosciasse, in zona finale, invece registri un’impennata pazzesca (questa volta sto ben attento agli spoiler, perché è una delle rare volte che è bene essere prudente con le anticipazioni), di quelle “ti prendo e ti porto via”. Magistrale, avvincente, emozionante. Fino al punto che non sono riuscito a mettere giù il libro per le ultime cinquanta pagine nonostante i fornelli e la cena.

“Dopo il letargo” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Io sono stato attento alle sue parole, ho seguito passo passo il suo racconto: ma al finale non ero proprio pronto. Un magnifico colpo a sorpresa, che a posteriori è sembrato non solo perfetto, ma anche l’unico giusto.
E in qualche strano modo, pur nella diversità, ho ritrovato Patricia Highsmith, forse perfino più brava.
Ma ero giovane e sufficientemente sottomessa dalla mia educazione conservatrice e da mio padre e dal suo cattolicesimo, e sufficientemente timorosa di essere punita o interrogata o esclusa, da ubbidire a qualsiasi regola. Seguivo ogni singola procedura. Certo, potreste dire che ero una ladra, una pervertita, e anche una bugiarda, ma nessuno lo sapeva.

Ottessa Moshfegh
Ho visto il film, che ha lo stesso titolo del romanzo. Il regista è William Oldroyd, lo stesso di Lady Macbeth, film che a me è parso sopravvalutato (se ne parlava come di un capolavoro), ed è interpretato da Thomasin McKenzie e Anne Hathaway: purtroppo io non sono un fan né dell’una né dell’altra; la prima mi è sembrata in parte, la seconda forse anche, ma ho continuato a trovarla modesta nonostante il mio sito di riferimento giudichi questa probabilmente la sua miglior performance (figuriamoci le altre allora). Il padre, il bravo Shea Whigham, appare meno sgradevole che nel romanzo, a momenti perfino affettuoso: e questo è un problema perché dovrebbe essere la motivazione principale, o una delle, per la fuga finale della protagonista. Fuga che nel libro si comprende essere vincente in quanto Eileen scrive cinquanta anni dopo i fatti: mentre nel film appare così maldestra da pensare che la fuggitiva verrà acciuffata molto presto.


”Orlando furioso” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Sì, lo odiavo, ma ero molto obbediente. Eravamo solo noi due a casa, papà e io. Ho una sorella, è ancora viva per quanto ne sappia, ma non ci parliamo da più di cinquant’anni.
Ottessa Moshfegh, nata a Boston nel 1981, si presenta con un nome e un cognome che non passano inosservati, frutto dell’incrocio di una madre croata e un padre ebreo iraniano, entrambi musicisti che insegnano al conservatorio.
E si presenta con un interessante curriculum letterario: racconti pubblicati da riviste quali Paris Review, New Yorker, Granta, poi raccolti nel volume Nostalgia di un altro mondo, la novella McGlue (da noi inedita), qualche premio letterario, questo primo romanzo (finalista al Booker Prize, poi vinto da Lo schiavista di Paul Betty), un nuovo romanzo uscito quest’anno, My Year of Rest and Relaxation, che presumo sia in corso di traduzione.

”Macchina portasapone” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Immaginavo sempre che le case degli altri fossero più belle della mia, piene di mobili in legno lucidi e caminetti eleganti e calze appese per il Natale. Biscotti nella credenza e tagliaerba in garage. Era facile pensare che tutti se la passassero meglio di me allora. In fondo alla mia strada, un portico illuminato mi riempiva di tristezza.
Mi chiedo come sia capitata tra le mie mani: perché nulla ne sapevo, mai sentita nominare prima, né lei né il romanzo. Ma evidentemente qualcosa avevo letto e qualcosa mi aveva colpito al punto da affrontarla.
Ora che l’ho letta, guardo in giro e vedo commenti che parlano di trama traballante, di storia che non funziona fino in fondo, di lentezze, di verbosità autodescrittiva a scapito del racconto, paragoni a La campana di vetro di Sylvia Plath, libro che ho molto amato e non vedo che c’azzecchi [cit], a Kate Mosse, che conosco di nome ma non so cosa scriva (e probabilmente io sono più a mio agio con Kate Moss).

”Bolle di gas serra” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
La conoscenza di cose attuali o alla moda mi faceva sentire soltanto una vittima dell’isolamento. Se le evitavo di proposito, potevo credere di avere il controllo della situazione.
E per una volta mi viene da pensare che l’accoglienza è stata più tiepida di quanto questo romanzo meriti. Perché a me è piaciuto molto. Molto.
È uno strano thriller, che per un pezzo si fa fatica a considerare tale.
Se non che Moshfegh scandisce rigorosamente il tempo, giorno per giorno di una settimana cruciale nella vita della giovane protagonista Eileen (24 anni), fino a concludere il primo magistrale capitolo intitolato “1964”, l’anno in cui sono ambientati i fatti, come segue:
Una settimana più tardi, sarei scappata da casa per non tornarci più. Questa è la storia di come sono scomparsa.

“Listello senza fine” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Ancora mi chiedo la ragione della virgola qui sopra. E pormi domande è un’attività che mi piace. Un altro punto a vantaggio di Ottessa Moshfegh.
Eileen racconta in prima persona. E lo fa con la voce di cinquant’anni dopo: è scappata, è fuggita, ce l’ha fatta, è ancora viva, sta bene. Questo lo dice subito. E qui e là spiffera anche qualcosa che le è successo durante questi cinquanta anni, lancia esche alle quali io abbocco, al punto che ne vorrei sapere di più, e sarei contento di leggere un romanzo su questi cinquanta anni di Eileen, che credo abbia anche cambiato nome per marcare la distanza dai fatti narrati qui.

“Il giardino” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Eileen è spietata nel descriversi, nel raccontarsi, nel dirci chi c’è intorno a lei, cosa fa (lavora in un carcere maschile minorile, chiamarlo riformatorio è un eufemismo), la desolazione e lo scoramento della sua esistenza, l’abbrutimento e il degrado della gente che conosce (il padre, la madre morta, le colleghe): un mondo che come minimo si può affettuosamente definire anaffettivo.
Negli Stati Uniti che capita più spesso di frequentare veder fumare fa più stupore che un procione alla porta di casa: invece nelle serie TV, nei film, e ancora più nei libri si fuma tuttora tantissimo.
A me colpisce perfino di più che tutti ‘sti fumatori sentano odori a ripetizione: le pagine dei romanzi sono pieni della descrizione di odori, di solito disgustosi, ripugnanti.
E feci, vomito, orina, topi morti tenuti nel vano portaoggetti dell’automobile, polvere sporcizia resti di cibo e bevande… Questo è il mondo di Eileen. Che Moshfegh analizza ancor più che descrivere – così come analizza molto se stessa.

”Il wawuschel della pescaia” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Poi, è successo che dove credevo il libro si ammosciasse, in zona finale, invece registri un’impennata pazzesca (questa volta sto ben attento agli spoiler, perché è una delle rare volte che è bene essere prudente con le anticipazioni), di quelle “ti prendo e ti porto via”. Magistrale, avvincente, emozionante. Fino al punto che non sono riuscito a mettere giù il libro per le ultime cinquanta pagine nonostante i fornelli e la cena.

“Dopo il letargo” di Lutz & Guggisberg, 2018. Foto Nadine Kägi.
Io sono stato attento alle sue parole, ho seguito passo passo il suo racconto: ma al finale non ero proprio pronto. Un magnifico colpo a sorpresa, che a posteriori è sembrato non solo perfetto, ma anche l’unico giusto.
E in qualche strano modo, pur nella diversità, ho ritrovato Patricia Highsmith, forse perfino più brava.
Ma ero giovane e sufficientemente sottomessa dalla mia educazione conservatrice e da mio padre e dal suo cattolicesimo, e sufficientemente timorosa di essere punita o interrogata o esclusa, da ubbidire a qualsiasi regola. Seguivo ogni singola procedura. Certo, potreste dire che ero una ladra, una pervertita, e anche una bugiarda, ma nessuno lo sapeva.

Ottessa Moshfegh
Ho visto il film, che ha lo stesso titolo del romanzo. Il regista è William Oldroyd, lo stesso di Lady Macbeth, film che a me è parso sopravvalutato (se ne parlava come di un capolavoro), ed è interpretato da Thomasin McKenzie e Anne Hathaway: purtroppo io non sono un fan né dell’una né dell’altra; la prima mi è sembrata in parte, la seconda forse anche, ma ho continuato a trovarla modesta nonostante il mio sito di riferimento giudichi questa probabilmente la sua miglior performance (figuriamoci le altre allora). Il padre, il bravo Shea Whigham, appare meno sgradevole che nel romanzo, a momenti perfino affettuoso: e questo è un problema perché dovrebbe essere la motivazione principale, o una delle, per la fuga finale della protagonista. Fuga che nel libro si comprende essere vincente in quanto Eileen scrive cinquanta anni dopo i fatti: mentre nel film appare così maldestra da pensare che la fuggitiva verrà acciuffata molto presto.

January 27, 2019
La migliore lettura USA degli ultimi anni.
Sembra che molti commentatori abbiano difficoltà ad accettare il personaggio, molte recensioni negative (estremamente negative) fanno riferimento al fatto che la protagonista è rivoltante, immorale, egocentrica. È facile pontificare sull'opportunità che il lettore separi giudizio etico ed estetico; quello che in realtà ogni autore e ogni lettore si aspetta da un romanzo è che avvenga un fenomeno di identificazione col personaggio. Ma come si fa se il personaggio è una stramba? "I'm a weirdo", confessa Eileen a un certo punto. Come si fa. La Moshfegh costruisce il contesto in ogni dettaglio e cala gradualmente il lettore nell'incubo che è la vita di Eileen. Padre alcolizzato, madre morta, sorella fuggita a gambe levate, nessun'amicizia, inverno perenne del New England. Naturalmente è lecito aspettarsi un personaggio positivo, che affronta ogni problema e vince o soccombe drammaticamente. Naturalmente, oltre al vincere o soccombere eroicamente c'è una terza via che include la possibilità che il personaggio si tocchi le parti intime prima di stringere la mano a uno che gli sta antipatico; o che desideri intensamente la morte del padre; o che viva in un porcile e si nutra di burro d'arachidi. Tutto sommato non è così inatteso che un adolescente perda la testa, in quel contesto. A quanto pare ciò non è accettabile in un romanzo: "Eileen is profoundly disgusting and repulsive", quindi il romanzo è da buttare.
La voce narrante suona vera. Non realistica: vera. Un romanzo è un piccolo oggetto di carta in moltissimi casi rinchiuso in se stesso, la sensazione che la vita vera sia fuori dal libro dietro ogni pagina. Non in questo caso: si immaginano destini dispiegarsi oltre le pagine del libro, vite che l'autrice non si è presa la briga di raccontare.
Sembra che molti commentatori abbiano difficoltà ad accettare il personaggio, molte recensioni negative (estremamente negative) fanno riferimento al fatto che la protagonista è rivoltante, immorale, egocentrica. È facile pontificare sull'opportunità che il lettore separi giudizio etico ed estetico; quello che in realtà ogni autore e ogni lettore si aspetta da un romanzo è che avvenga un fenomeno di identificazione col personaggio. Ma come si fa se il personaggio è una stramba? "I'm a weirdo", confessa Eileen a un certo punto. Come si fa. La Moshfegh costruisce il contesto in ogni dettaglio e cala gradualmente il lettore nell'incubo che è la vita di Eileen. Padre alcolizzato, madre morta, sorella fuggita a gambe levate, nessun'amicizia, inverno perenne del New England. Naturalmente è lecito aspettarsi un personaggio positivo, che affronta ogni problema e vince o soccombe drammaticamente. Naturalmente, oltre al vincere o soccombere eroicamente c'è una terza via che include la possibilità che il personaggio si tocchi le parti intime prima di stringere la mano a uno che gli sta antipatico; o che desideri intensamente la morte del padre; o che viva in un porcile e si nutra di burro d'arachidi. Tutto sommato non è così inatteso che un adolescente perda la testa, in quel contesto. A quanto pare ciò non è accettabile in un romanzo: "Eileen is profoundly disgusting and repulsive", quindi il romanzo è da buttare.
La voce narrante suona vera. Non realistica: vera. Un romanzo è un piccolo oggetto di carta in moltissimi casi rinchiuso in se stesso, la sensazione che la vita vera sia fuori dal libro dietro ogni pagina. Non in questo caso: si immaginano destini dispiegarsi oltre le pagine del libro, vite che l'autrice non si è presa la briga di raccontare.
October 23, 2018
“Perché il mio cuore doveva farmi male per qualcuno che non fossi io? Se c’era una persona che era intrappolata e soffriva ed era maltrattata, quella ero io. Ero l’unica il cui dolore fosse reale. Mio.”
Esco da questa lettura con un pizzico di delusione per come la giovane autrice Ottessa Moshfegh abbia maneggiato degli ingredienti narrativi molto interessanti rigirandoseli tra le mani a lungo (un po’ troppo per i miei gusti!) prima di collocarli e farne uso ai fini della storia raccontata.
Tra le altre letture di questo 2018 posso dire di aver tracciato un "sentiero" che personalmente trovo molto interessante.
Mi riferisco ad alcuni esordi (e non) di giovani autrici in cui riconosco una costante, ossia quella di comunicare una paura sovrastante che è propria del mondo attuale e della giovane generazione.
Una paura che va convivere due opposti e mi riferisco all’angoscia sia del vivere sia del morire.
Un panico che si traduce in comportamenti inquietanti, morbosi e dove è assegnato un ruolo principale al rapporto con il proprio corpo.
Non importa che le storie siano traslate in altre epoche (ad esempio in pieno movimento anni ’70 per la Cline, nel 1964 per la Moshfegh e nel mondo contemporaneo con la sua tecnologia per l’irlandese Rooney) perché l’impressione è che, comunque, queste giovani donne interpretino un malessere esistenziale proprio del mondo contemporaneo.
Dicevo che termino questa lettura con una certa delusione, in primo luogo per la scrittura da cui mi aspettavo sinceramente di più (pare si riconduca a quello che è stato nominato “realismo sporco”) ma probabilmente è stato la struttura e lo sviluppo della storia a rendermi insoddisfatta perché riconosco una grande forza nel personaggio di Eileen ma non nel modo in cui è stata condotta per mano.
La spiegazione la metto sotto il tappeto nascondendola come “spoiler” perché vorrei comunque consigliare questo libro e magari avere altre opinioni a riguardo.
Io sicuramente tornerò alla mia prima scelta leggendo i suoi racconti raccolti in “Nostalgia di un altro mondo”. Ho come l’impressione che questa sia la forma più congeniale all’autrice.
Vedremo.
Esco da questa lettura con un pizzico di delusione per come la giovane autrice Ottessa Moshfegh abbia maneggiato degli ingredienti narrativi molto interessanti rigirandoseli tra le mani a lungo (un po’ troppo per i miei gusti!) prima di collocarli e farne uso ai fini della storia raccontata.
Tra le altre letture di questo 2018 posso dire di aver tracciato un "sentiero" che personalmente trovo molto interessante.
Mi riferisco ad alcuni esordi (e non) di giovani autrici in cui riconosco una costante, ossia quella di comunicare una paura sovrastante che è propria del mondo attuale e della giovane generazione.
Una paura che va convivere due opposti e mi riferisco all’angoscia sia del vivere sia del morire.
Un panico che si traduce in comportamenti inquietanti, morbosi e dove è assegnato un ruolo principale al rapporto con il proprio corpo.
Non importa che le storie siano traslate in altre epoche (ad esempio in pieno movimento anni ’70 per la Cline, nel 1964 per la Moshfegh e nel mondo contemporaneo con la sua tecnologia per l’irlandese Rooney) perché l’impressione è che, comunque, queste giovani donne interpretino un malessere esistenziale proprio del mondo contemporaneo.
Dicevo che termino questa lettura con una certa delusione, in primo luogo per la scrittura da cui mi aspettavo sinceramente di più (pare si riconduca a quello che è stato nominato “realismo sporco”) ma probabilmente è stato la struttura e lo sviluppo della storia a rendermi insoddisfatta perché riconosco una grande forza nel personaggio di Eileen ma non nel modo in cui è stata condotta per mano.
La spiegazione la metto sotto il tappeto nascondendola come “spoiler” perché vorrei comunque consigliare questo libro e magari avere altre opinioni a riguardo.
Io sicuramente tornerò alla mia prima scelta leggendo i suoi racconti raccolti in “Nostalgia di un altro mondo”. Ho come l’impressione che questa sia la forma più congeniale all’autrice.
Vedremo.
March 24, 2019
She’s Leaving Home
Notevole la personalità di questa giovane autrice al suo primo romanzo. Su una materia tutto sommato scontata e già affrontata tante volte (l’emancipazione di un/una giovane della provincia americana dai lacci, materiali e psicologici, che ne impediscono il volo verso il futuro), riesce a dipingere un eccellente personaggio (la Eileen del titolo), talmente concreto da far pensare a una quasi autobiografia con tanto di io narrante; impressione totalmente fallace, a giudicare dalle note biografiche della vera Moshfegh!
Personaggio “concreto”, si diceva, che è tale non tanto per la verosimiglianza delle emozioni e delle sensazioni anche sgradevoli che descrive, quanto per la particolare materialità e carnalità delle sue azioni quotidiane di cui non ci viene risparmiato alcun effluvio corporeo: sudore, sangue mestruale, deiezioni corporee, vomito alcoolico, sporcizia diffusa, attraversano questo racconto come un trattato di anatomo-patologia (o, per certi versi, di psicopatologia).
Si potrebbe pensare allora a un romanzo sordido, quasi una sorta di splatter, (tanto più che la Moshfegh, già su Wikipedia…, viene avvicinata alla corrente cosiddetta del “realismo sporco”, quella che ha nel suo Pantheon gente (gentaglia?) come Bukowski) , e invece il talento dell’autrice consente di sublimare la grezza materia bruta, se non in poesia almeno in un percorso narrativo coerente, verosimile e, incredibile a dirsi, suscettibile perfino di empatia e coinvolgimento.
Eileen è un bel personaggio, candidata al titolo di “miglior protagonista femminile” dell’anno e dunque, fra tanta narrativa contemporanea esangue, onore al merito di una scrittrice dissonante già a partire dal nome l’aver saputo rendercela talmente viva e perché no? simpatica nei suoi numerosi difetti e nella sua amoralità, da suscitare la curiosità di cos’abbia combinato dopo i pochi fatidici giorni scanditi nei capitoli del romanzo.
Notevole la personalità di questa giovane autrice al suo primo romanzo. Su una materia tutto sommato scontata e già affrontata tante volte (l’emancipazione di un/una giovane della provincia americana dai lacci, materiali e psicologici, che ne impediscono il volo verso il futuro), riesce a dipingere un eccellente personaggio (la Eileen del titolo), talmente concreto da far pensare a una quasi autobiografia con tanto di io narrante; impressione totalmente fallace, a giudicare dalle note biografiche della vera Moshfegh!
Personaggio “concreto”, si diceva, che è tale non tanto per la verosimiglianza delle emozioni e delle sensazioni anche sgradevoli che descrive, quanto per la particolare materialità e carnalità delle sue azioni quotidiane di cui non ci viene risparmiato alcun effluvio corporeo: sudore, sangue mestruale, deiezioni corporee, vomito alcoolico, sporcizia diffusa, attraversano questo racconto come un trattato di anatomo-patologia (o, per certi versi, di psicopatologia).
Si potrebbe pensare allora a un romanzo sordido, quasi una sorta di splatter, (tanto più che la Moshfegh, già su Wikipedia…, viene avvicinata alla corrente cosiddetta del “realismo sporco”, quella che ha nel suo Pantheon gente (gentaglia?) come Bukowski) , e invece il talento dell’autrice consente di sublimare la grezza materia bruta, se non in poesia almeno in un percorso narrativo coerente, verosimile e, incredibile a dirsi, suscettibile perfino di empatia e coinvolgimento.
Eileen è un bel personaggio, candidata al titolo di “miglior protagonista femminile” dell’anno e dunque, fra tanta narrativa contemporanea esangue, onore al merito di una scrittrice dissonante già a partire dal nome l’aver saputo rendercela talmente viva e perché no? simpatica nei suoi numerosi difetti e nella sua amoralità, da suscitare la curiosità di cos’abbia combinato dopo i pochi fatidici giorni scanditi nei capitoli del romanzo.
February 21, 2017
Secondo romanzo di Ottessa Moshfegh (e primo pubblicato in Italia), Eileen racconta soprattutto il personaggio che dà il titolo al libro. Eileen: l’antipatica, il personaggio respingente. Moshfegh ambienta la sua storia in un nebuloso passato anni ’60, imbalsamato in tabù che in realtà riguardano soltanto la stessa Eileen, più che la società. La cittadina americana in cui vive Eileen sembra bloccata in un inverno che potrebbe non finire mai. La sua voce narrante indugia su pensieri imbarazzanti e intestini imbarazzati, sui movimenti corporei di un corpo negato e trattenuto. Ogni cosa nel suo racconto è ricoperta da una sporcizia cristallizzata sotto alla coltre di ghiaccio che avvolge il paese.
Il romanzo parla soprattutto di impotenza. I toni sfiorano la commedia nera, ma si fermano sempre un passo prima. C’è qualcosa di tragicamente divertente nella voce di Eileen, ma Ottessa Moshfegh non vuole farci ridere, né di lei, né con lei. Quello che vuole è mostrare l’oscurità patetica di questo Io narrante. Mi è sembrato che il romanzo alla fine parlasse soprattutto di impotenza.
Nasce anche troppo facilmente il paragone con Le ragazze di Emma Cline. Entrambe le autrici sono giovani, entrambe sono campionesse di scrittura creativa; entrambi i romanzi hanno una protagonista che ci racconta la storia da un punto lontano nel tempo, lasciando nell’ombra la propria identità adulta. Usano uno sguardo maturo per filtrare il punto di vista ingenuo della versione più giovane di sé, raccontando un rito di passaggio. Entrambe le protagoniste sono morbosamente affascinate da un’altra ragazza, che è un loro doppio più riuscito, seducente e sicuro di sé.
Le analogie sono queste. Il resto è piuttosto diverso. La prosa è diversa. Lo spirito è diverso. L’età che viene rappresentata è simile, ma è diversa: in Le ragazze la protagonista è ancora adolescente, e l’essere giovanissima è funzionale a un racconto di emancipazione ma anche di perdita dell’innocenza; in Eileen, dove la protagonista è già adulta, ma giovane e inesperta, c’è di sicuro l’emancipazione; ma non è tanto l’innocenza ad andare perduta, quanto piuttosto un’ingenuità ottusa, un valore negativo, narcisista e disperato della personalità di Eileen, che per tutta la storia si mostra come un personaggio incapace di guardare fuori da se stesso ed empatizzare con le altre persone.
Sono entrambi romanzi onesti nella descrizione della vita interiore delle sue protagoniste e dei loro drammi. Ma forse Eileen è ancora più onesto, perché sceglie di indagare un lato più schifoso del carattere del suo personaggio.
Il romanzo ogni tanto viene associato a thriller psicologici famosi, come La ragazza del treno, e in generale bollato come noir (sul tema, trovate due interviste molto interessanti a Ottessa Moshfegh sul Guardian: la prima e la seconda).
Penso che accada più che altro per imperscrutabili ragioni di marketing, che già anticipano possibili adattamenti cinematografici. Il romanzo, però, vive lontano lontano dalla letteratura di genere; o meglio, se dobbiamo affibbiargli un genere, è proprio quella literary fiction da master in scrittura creativa con contenuti, forma e ambizioni diversi da quelli del thriller canonico. Rimanendo nei generi, la voce di Eileen mi ha richiamato con più forza le lugubri protagoniste di Shirley Jackson col suo weird-horror. Ma il romanzo di Ottessa Moshfegh è un’altra cosa - nel bene e nel male, senza nulla togliere alla letteratura di genere.
Eileen è arrivato alla shortlist del Man Booker Prize 2016.
Il romanzo parla soprattutto di impotenza. I toni sfiorano la commedia nera, ma si fermano sempre un passo prima. C’è qualcosa di tragicamente divertente nella voce di Eileen, ma Ottessa Moshfegh non vuole farci ridere, né di lei, né con lei. Quello che vuole è mostrare l’oscurità patetica di questo Io narrante. Mi è sembrato che il romanzo alla fine parlasse soprattutto di impotenza.
Nasce anche troppo facilmente il paragone con Le ragazze di Emma Cline. Entrambe le autrici sono giovani, entrambe sono campionesse di scrittura creativa; entrambi i romanzi hanno una protagonista che ci racconta la storia da un punto lontano nel tempo, lasciando nell’ombra la propria identità adulta. Usano uno sguardo maturo per filtrare il punto di vista ingenuo della versione più giovane di sé, raccontando un rito di passaggio. Entrambe le protagoniste sono morbosamente affascinate da un’altra ragazza, che è un loro doppio più riuscito, seducente e sicuro di sé.
Le analogie sono queste. Il resto è piuttosto diverso. La prosa è diversa. Lo spirito è diverso. L’età che viene rappresentata è simile, ma è diversa: in Le ragazze la protagonista è ancora adolescente, e l’essere giovanissima è funzionale a un racconto di emancipazione ma anche di perdita dell’innocenza; in Eileen, dove la protagonista è già adulta, ma giovane e inesperta, c’è di sicuro l’emancipazione; ma non è tanto l’innocenza ad andare perduta, quanto piuttosto un’ingenuità ottusa, un valore negativo, narcisista e disperato della personalità di Eileen, che per tutta la storia si mostra come un personaggio incapace di guardare fuori da se stesso ed empatizzare con le altre persone.
Sono entrambi romanzi onesti nella descrizione della vita interiore delle sue protagoniste e dei loro drammi. Ma forse Eileen è ancora più onesto, perché sceglie di indagare un lato più schifoso del carattere del suo personaggio.
Il romanzo ogni tanto viene associato a thriller psicologici famosi, come La ragazza del treno, e in generale bollato come noir (sul tema, trovate due interviste molto interessanti a Ottessa Moshfegh sul Guardian: la prima e la seconda).
Penso che accada più che altro per imperscrutabili ragioni di marketing, che già anticipano possibili adattamenti cinematografici. Il romanzo, però, vive lontano lontano dalla letteratura di genere; o meglio, se dobbiamo affibbiargli un genere, è proprio quella literary fiction da master in scrittura creativa con contenuti, forma e ambizioni diversi da quelli del thriller canonico. Rimanendo nei generi, la voce di Eileen mi ha richiamato con più forza le lugubri protagoniste di Shirley Jackson col suo weird-horror. Ma il romanzo di Ottessa Moshfegh è un’altra cosa - nel bene e nel male, senza nulla togliere alla letteratura di genere.
Eileen è arrivato alla shortlist del Man Booker Prize 2016.
September 26, 2025
Questo libro, nonostante il suo inizio un po' lento, mi ha tenuta incollata alle pagine. Adoro la capacità di Moshfegh di descrivere i lati peggiori dei personaggi, specie quelli femminili, caratterizzandoli in un modo che raramente si legge nei romanzi. Oltre a questo, mi è piaciuto il ritmo incalzante della narrazione, dalla quale, specie negli ultimi due capitoli, era davvero difficile staccarsi. Segue un piccolo spoiler.
November 9, 2024
Eileen e la sua scomparsa, o meglio "tutto ciò che è successo prima della sua sparizione". La protagonista è una inetta, una ragazza che si auto-emargina e che si trova a disagio sia con sé stessa che con gli altri. In certi momenti l'ho compatita, in altri l'ho trovata odiosa. Ma nonostante tutto, ho trovato la sua storia e l'intera narrazione ricca di suspense, malessere, ambiguità, torbidezza; tutto ciò che penso l'autrice volesse trasmettere. Il finale l'ho trovato un pò troppo abbozzato e frettoloso per un libro così ricco di dettagli.
January 15, 2019
Per buona parte della lettura “Eileen” di Ottessa Moshfegh mi ha riportato alla mente un altro romanzo avente per protagonista una giovane donna che vive un po’ ai margini, ovvero “Eleanor Oliphant sta benissimo” di Gail Honeyman.
Eileen ed Eleanor.
Due ragazze, la cui storia familiare e il cui status sociale sembrano coprirle come un’ombra dalla quale non riescono ad uscire, due perdenti, solitarie, del tipo che si sparano i sabati sera eternamente sole, con calzettoni, mega pizza al formaggio e pizza gelata davanti alla tv, sognando un belloccio appartenete a un altro mondo, che infatti non le degna di uno sguardo: per Eleanor il cappellone bello e dannato di una band, per Elieen un collega del carcere minorile in cui lavora come segretaria, e al quale pensa e ripensa profondamente quando torna a casa e il suo panorama, che più grigio non si può, è costituto dal padre alcolizzato che non fa che disprezzarla e al contempo cercarla. Sì, diciamolo ad alta voce: due sfigate, che covano dentro di sé un malsano risentimento per quella società che non le vede in prima linea, che le fa restare in ombra, che pare non portare loro nessuna gratificazione, nessun bene, nessuna rassicurazione. Sembra non esserci niente di positivo nella loro esistenza. Niente affetto familiare, niente amici, niente amore. Con una differenza però: Eileen sembra crogiolarsi, non solo metaforicamente ma anche letteralmente, nel disgusto che caratterizza la sua vita, quasi fosse l’unico “involucro” nel quale trovare una minima sicurezza. I diversi passaggi che descrivono le azioni morbose e inquietanti che ha col suo stesso corpo ci raffigurano una ragazza sciatta e trasandata, e che tale ama restare, con un corpo sporco, minuto e mal tenuto: a sua volta, come il padre, talvolta beve, si nutre male e in maniera disordinata (il fatto che mastichi e poi sputi i cibi più calorici ci riporta a uno stato vicino a un disordine alimentare), non cura nulla di sé e tutto questo le sembra normale e necessario, quasi le procuri una situazione di sicurezza, un’abitudine. Il brutto, il marcio, lo sporco, paiono essere la sua confort-zone. Eleaonor a suo confronto, da questo punto di vista, è più dignitosa. E infatti, gli sbocchi delle due storie, al di là delle analogie che ho trovato nelle protagoniste, sono poi nettamente diversi: Eleanor, grazie a un’amicizia “sana”, e forte della sua dignità, riuscirà a uscire dall’ombra nella quale è stata gettata, o almeno ci proverà; Eileen invece fa un incontro diverso, che ha la sola conseguenza di alimentare, e poi soddisfare, la quella rabbia e quella sete di morbosità che le covano dentro. Certo, casca nel tranello perché, per la prima volta, pesa di aver trovato un affetto, un’attenzione, un’amicizia. E invece, con un colpo di scena che stupisce il lettore, purtroppo, è un’altra anima malata quella che incontra. In definitiva, Eleanor Oliphant si salva, Eileen resta nel suo inferno, anzi, se possibile sprofonda ancora più in basso.
Un libro strano da qualificarsi come “thriller psicologico”, questo di Ottessa Moshfegh. Eppure una certa tensione si avverte dall’inizio alla fine, per quanto verso il finale mi sarei aspettata qualcosa di diverso, più definitivo, più eclatante.
La lettura è stata comunque capace di afferrarmi, e, in conclusione, non posso che essere contenta di averla fatta.
(…in merito alle somiglianze, secondo me evidenti, col romanzo di Gail Honeyman, che io ho trovato straordinario…dentro di me mi chiedo tuttavia come mai quello ha subito critiche di ogni tipo mentre per questo ho letto commenti che lo dipingono come un romanzo magistrale e imperdibile….non sarà che il primo ha infastidito maggiormente per il suo successo e questo invece è visto come “la perla nascosta?” Chissà…)
Eileen ed Eleanor.
Due ragazze, la cui storia familiare e il cui status sociale sembrano coprirle come un’ombra dalla quale non riescono ad uscire, due perdenti, solitarie, del tipo che si sparano i sabati sera eternamente sole, con calzettoni, mega pizza al formaggio e pizza gelata davanti alla tv, sognando un belloccio appartenete a un altro mondo, che infatti non le degna di uno sguardo: per Eleanor il cappellone bello e dannato di una band, per Elieen un collega del carcere minorile in cui lavora come segretaria, e al quale pensa e ripensa profondamente quando torna a casa e il suo panorama, che più grigio non si può, è costituto dal padre alcolizzato che non fa che disprezzarla e al contempo cercarla. Sì, diciamolo ad alta voce: due sfigate, che covano dentro di sé un malsano risentimento per quella società che non le vede in prima linea, che le fa restare in ombra, che pare non portare loro nessuna gratificazione, nessun bene, nessuna rassicurazione. Sembra non esserci niente di positivo nella loro esistenza. Niente affetto familiare, niente amici, niente amore. Con una differenza però: Eileen sembra crogiolarsi, non solo metaforicamente ma anche letteralmente, nel disgusto che caratterizza la sua vita, quasi fosse l’unico “involucro” nel quale trovare una minima sicurezza. I diversi passaggi che descrivono le azioni morbose e inquietanti che ha col suo stesso corpo ci raffigurano una ragazza sciatta e trasandata, e che tale ama restare, con un corpo sporco, minuto e mal tenuto: a sua volta, come il padre, talvolta beve, si nutre male e in maniera disordinata (il fatto che mastichi e poi sputi i cibi più calorici ci riporta a uno stato vicino a un disordine alimentare), non cura nulla di sé e tutto questo le sembra normale e necessario, quasi le procuri una situazione di sicurezza, un’abitudine. Il brutto, il marcio, lo sporco, paiono essere la sua confort-zone. Eleaonor a suo confronto, da questo punto di vista, è più dignitosa. E infatti, gli sbocchi delle due storie, al di là delle analogie che ho trovato nelle protagoniste, sono poi nettamente diversi: Eleanor, grazie a un’amicizia “sana”, e forte della sua dignità, riuscirà a uscire dall’ombra nella quale è stata gettata, o almeno ci proverà; Eileen invece fa un incontro diverso, che ha la sola conseguenza di alimentare, e poi soddisfare, la quella rabbia e quella sete di morbosità che le covano dentro. Certo, casca nel tranello perché, per la prima volta, pesa di aver trovato un affetto, un’attenzione, un’amicizia. E invece, con un colpo di scena che stupisce il lettore, purtroppo, è un’altra anima malata quella che incontra. In definitiva, Eleanor Oliphant si salva, Eileen resta nel suo inferno, anzi, se possibile sprofonda ancora più in basso.
Un libro strano da qualificarsi come “thriller psicologico”, questo di Ottessa Moshfegh. Eppure una certa tensione si avverte dall’inizio alla fine, per quanto verso il finale mi sarei aspettata qualcosa di diverso, più definitivo, più eclatante.
La lettura è stata comunque capace di afferrarmi, e, in conclusione, non posso che essere contenta di averla fatta.
(…in merito alle somiglianze, secondo me evidenti, col romanzo di Gail Honeyman, che io ho trovato straordinario…dentro di me mi chiedo tuttavia come mai quello ha subito critiche di ogni tipo mentre per questo ho letto commenti che lo dipingono come un romanzo magistrale e imperdibile….non sarà che il primo ha infastidito maggiormente per il suo successo e questo invece è visto come “la perla nascosta?” Chissà…)
October 29, 2024
Si tratta, in poche parole, di una ragazza infelice, arrabbiata e invisibile agli occhi di tutti, nei suoi ultimi giorni prima di scappare di casa.
Ci sono solo piccoli accenni alla sua vita dopo essersene andata, essendo la storia raccontata quando ormai è anziana, e il lettore passa l’intero libro a chiedersi “ma allora, si dà una mossa? Si decide ad andarsene una buona volta?”.
I pochi eventi mondani dei giorni che hanno preceduto la grande fuga sono bastati per farmi entrare nella psiche nel personaggio, per empatizzare con lei, per fare il tifo per la sua nuova vita. L’ho trovato un libro davvero carino proprio per questo motivo.
Il finale mi ha lasciata un po’ perplessa, anche se l’ho ritenuto adatto a giustificare il cambiamento di atteggiamento e di carattere della protagonista, come pretesto per la spinta verso la nuova vita.
Ci sono solo piccoli accenni alla sua vita dopo essersene andata, essendo la storia raccontata quando ormai è anziana, e il lettore passa l’intero libro a chiedersi “ma allora, si dà una mossa? Si decide ad andarsene una buona volta?”.
I pochi eventi mondani dei giorni che hanno preceduto la grande fuga sono bastati per farmi entrare nella psiche nel personaggio, per empatizzare con lei, per fare il tifo per la sua nuova vita. L’ho trovato un libro davvero carino proprio per questo motivo.
Il finale mi ha lasciata un po’ perplessa, anche se l’ho ritenuto adatto a giustificare il cambiamento di atteggiamento e di carattere della protagonista, come pretesto per la spinta verso la nuova vita.
November 3, 2022
Lo consiglio se vi piacciono le protagoniste ripugnanti e senza peli sulla lingua.
E' un libro volutamente lento, non vi aspettate troppa "trama" o avvenimenti eclatanti perché per un buon 70% del libro non succede niente se non un'accurata descrizione di Eileen e la sua shitty life.
Il plot twist finale e il risvolto thriller è molto figo e innovativo ma non iniziatelo solo per questo.
Ho messo i post it in un sacco di punti.
E' un libro volutamente lento, non vi aspettate troppa "trama" o avvenimenti eclatanti perché per un buon 70% del libro non succede niente se non un'accurata descrizione di Eileen e la sua shitty life.
Il plot twist finale e il risvolto thriller è molto figo e innovativo ma non iniziatelo solo per questo.
Ho messo i post it in un sacco di punti.
May 4, 2024
Questo romanzo è tutto quello che mi aspettavo e non ho avuto da Il mio anno di riposo e oblio. Anche qui abbiamo una protagonista spregevole e una trama completamente character-driven, ma qualcosa funziona meglio e, nonostante a questo punto possa affermare con sicurezza che non mi piacciono le protagoniste indolenti e bizzarre di Moshfegh, ho trovato Eileen più perturbante e quindi coinvolgente della sua controparte ne Il mio anno di riposo e oblio.
Per 250 pagine abitiamo nella sua testa, che non è un bel posto, e siamo testimoni dell’incessante monologo con cui demolisce sé stessa e chi le sta intorno, ma allo stesso tempo dimostra un’inaspettata e profonda umanità. Moshfegh adotta un linguaggio sporco, osceno e pungente con cui non si crea problemi a rimestare nel torbido, mettendo in luce tutta la volgarità e la miseria delle vite che racconta attraverso un lessico profondamente legato alla sfera corporale. Eileen, ossessionata dal suo corpo e dalle interazioni che ha con gli altri, dolorosamente cosciente di sé, è una protagonista perfettamente riuscita nel suo essere detestabile.
Nota estremamente dolente è, anche qui, la grassofobia che trapela da ogni osservazione che l’autrice fa passare per la testa a Eileen. I suoi commenti grassofobici sono talmente ripetuti e insistenti da farmi seriamente credere che si tratti del punto di vista dell’autrice camuffato da tratto distintivo del personaggio.
Per 250 pagine abitiamo nella sua testa, che non è un bel posto, e siamo testimoni dell’incessante monologo con cui demolisce sé stessa e chi le sta intorno, ma allo stesso tempo dimostra un’inaspettata e profonda umanità. Moshfegh adotta un linguaggio sporco, osceno e pungente con cui non si crea problemi a rimestare nel torbido, mettendo in luce tutta la volgarità e la miseria delle vite che racconta attraverso un lessico profondamente legato alla sfera corporale. Eileen, ossessionata dal suo corpo e dalle interazioni che ha con gli altri, dolorosamente cosciente di sé, è una protagonista perfettamente riuscita nel suo essere detestabile.
Nota estremamente dolente è, anche qui, la grassofobia che trapela da ogni osservazione che l’autrice fa passare per la testa a Eileen. I suoi commenti grassofobici sono talmente ripetuti e insistenti da farmi seriamente credere che si tratti del punto di vista dell’autrice camuffato da tratto distintivo del personaggio.
January 29, 2023
BELLISSIMO
Read
April 22, 2024Mi arrendo. A poco più di metà getto la spugna e prometto solennemente di non leggere mai più niente di questa scrittrice. La trovo irritante e fastidiosa e lontanissima da me.
January 11, 2019
Fuori della mia comfort zone. Lettura un po’ disturbante con personaggi verso i quali non possiamo non provare però empatia. Una pagina finale direi gloriosa.
December 28, 2023
Ora si che ragioniamo, Ottessa!
June 13, 2019
Bel romanzo pieno di personaggi disturbanti che mi hanno suscitato un sacco di interesse.
Mi piacciono molto le storie ambientate in piccoli paesi americani, storie di disastri che si risolvono in fughe.
La prosa è molto ben fatta, e raramente trovo l'uso della prima persona così sciolto e vivace - nonostante gli argomenti trattati qui siano poco allegri.
Il primo approccio con Ottessa Moshfegh è stato molto piacevole; la sua è una scrittura di qualità e questo romanzo è originale, molto lontano dal triste piattume che circola in giro. Consigliato!
Mi piacciono molto le storie ambientate in piccoli paesi americani, storie di disastri che si risolvono in fughe.
La prosa è molto ben fatta, e raramente trovo l'uso della prima persona così sciolto e vivace - nonostante gli argomenti trattati qui siano poco allegri.
Il primo approccio con Ottessa Moshfegh è stato molto piacevole; la sua è una scrittura di qualità e questo romanzo è originale, molto lontano dal triste piattume che circola in giro. Consigliato!
December 26, 2024
3 stelle, fin quando non c’è stato un colpo di scena eclatante, che mi ha fatto restare con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Ho apprezzato Ottessa Moshfegh più nel Mio anno di riposo e oblio, che qui, ma la sua ironia pungente è sempre la stessa. La adoro!
April 5, 2023
4 stelle e mezzo. La Moshfegh è una maestra nel costruire la trama e il personaggio di Eileen è strepitoso. L’autrice riesce con sorprendente disinvoltura a inventare personaggi al tempo stesso respingenti ma capaci di suscitare compassione,la prosa e la storia ti mantengono incollato alle pagine.
Davvero una scoperta essendo il mio primo libro della Moshfegh, ora mi piacerebbe recuperare sicuramente “il mio anno di riposo e oblio” e “Lapvona”
Davvero una scoperta essendo il mio primo libro della Moshfegh, ora mi piacerebbe recuperare sicuramente “il mio anno di riposo e oblio” e “Lapvona”
July 23, 2026
Eileen è una ragazza contorta, perversa, schiacciata dal peso di una società che non la considera e da una famiglia manipolatrice e abusante.
Moshfegh riesce ad imbrigliare un personaggio complesso mettendolo di fronte ai continui soprusi del mondo esterno per innescare la miccia della violenza che consentirà alla protagonista di cambiare vita, il tutto in un romanzo perturbante e dallo stile essenziale ed incisivo, che si regge su un personaggio particolarmente punteggiato.
Moshfegh riesce ad imbrigliare un personaggio complesso mettendolo di fronte ai continui soprusi del mondo esterno per innescare la miccia della violenza che consentirà alla protagonista di cambiare vita, il tutto in un romanzo perturbante e dallo stile essenziale ed incisivo, che si regge su un personaggio particolarmente punteggiato.
May 12, 2023
3.5/5
Mi chiedo cosa ne ho pensato di questo libro, perché non ne sono sicura. Sento di averlo letto un po’ come ho letto “La Nausea” di Sartre – e sicuramente di nausea si parla molto in questo romanzo – ovvero per togliermi qualcosa di dosso. E anche questa recensione la sento come un ripulirsi, una purga.
Non è una storia piacevole, ma lo stile della scrittrice è così ammaliante che mi sembra scortese non essere interessata alle vicende raccontate. E così ti ritrovi a finirlo.
Lo avrei preferito di ritmo più veloce, meno ripetitivo. Ho iniziato a leggere Moshfegh da “Il mio anno di riposo e oblio” e mi sono innamorata di quel romanzo, che mi ha cambiato la vita. Lì (si vede che evidentemente Moshfegh ci ha lavorato negli anni) la ripetizione aggiunge alla storia. Qui, appare noiosa.
Moshfegh ha sempre questa abilità straordinaria di descrivere i personaggi e le loro azioni, e di giocare in modo molto interessante coi nomi (mi diverte molto il modo in cui rivela nomi di personaggi fondamentali solo dopo più di 150 pagine e tu non te ne accorgi nemmeno, fino a quel momento).
Sulle due protagoniste, non mi voglio sbilanciare.
Interessanti le molte riflessioni sulla bontà dei personaggi e su quanto si possa fare nelle condizioni in cui si è. È una lettura infelice, ma di crescita.
È un libro adatto alle anime insofferenti. Forse, è arrivato nel momento sbagliato della mia vita. E, per certo, credo vada letto nell’ordine in cui è stato scritto, ovvero prima di “Il mio anno di riposo e oblio”, il quale finale esplode in un modo eccezionale a differenza di ciò che avviene con questo romanzo.
Mi chiedo cosa ne ho pensato di questo libro, perché non ne sono sicura. Sento di averlo letto un po’ come ho letto “La Nausea” di Sartre – e sicuramente di nausea si parla molto in questo romanzo – ovvero per togliermi qualcosa di dosso. E anche questa recensione la sento come un ripulirsi, una purga.
Non è una storia piacevole, ma lo stile della scrittrice è così ammaliante che mi sembra scortese non essere interessata alle vicende raccontate. E così ti ritrovi a finirlo.
Lo avrei preferito di ritmo più veloce, meno ripetitivo. Ho iniziato a leggere Moshfegh da “Il mio anno di riposo e oblio” e mi sono innamorata di quel romanzo, che mi ha cambiato la vita. Lì (si vede che evidentemente Moshfegh ci ha lavorato negli anni) la ripetizione aggiunge alla storia. Qui, appare noiosa.
Moshfegh ha sempre questa abilità straordinaria di descrivere i personaggi e le loro azioni, e di giocare in modo molto interessante coi nomi (mi diverte molto il modo in cui rivela nomi di personaggi fondamentali solo dopo più di 150 pagine e tu non te ne accorgi nemmeno, fino a quel momento).
Sulle due protagoniste, non mi voglio sbilanciare.
Interessanti le molte riflessioni sulla bontà dei personaggi e su quanto si possa fare nelle condizioni in cui si è. È una lettura infelice, ma di crescita.
È un libro adatto alle anime insofferenti. Forse, è arrivato nel momento sbagliato della mia vita. E, per certo, credo vada letto nell’ordine in cui è stato scritto, ovvero prima di “Il mio anno di riposo e oblio”, il quale finale esplode in un modo eccezionale a differenza di ciò che avviene con questo romanzo.
June 28, 2024
“Perché il mio cuore doveva farmi male per qualcuno che non fossi io? Se c’era una persona che era intrappolata e soffriva ed era maltrattata, quella ero io. Ero l’unica il cui dolore fosse reale. Mio.”
Ottessa Moshfegh è davvero una Maestra nel delineare protagoniste respingenti e francamente ripugnanti per cui il lettore finisce per provare compassione.
Eileen è sporca, ha una voce interiore sgradevole, è perversa, lamentosa, egoriferita, odiosa eppure io l’ho amata, l’ho compatita, ho empatizzato con lei. Senza entrare nel merito della trama, sono due i fili conduttori e le tematiche di cui la Moshfegh ci vuole parlare, in maniera quasi ossessiva, tramite minuzie e descrizioni di episodi apparentemente marginali che messi insieme compongono un sentiero chiarissimo: l’ossessione per il proprio corpo, per ogni sua sporgenza ed effluvio, e una solitudine paralizzante. Ma anche un’infanzia negletta e maltrattata, privilegiati con la sindrome del giustiziere, alcolismo, genitorialità inadeguata (per non dire di peggio), abusi su minori, un sistema di giustizia minorile fallace.
E dopo averci distrutto per tutto il tempo con una storia apparentemente senza vie d’uscita e spiragli di luce, ecco che Ottessa ci regala un finale a dir poco meraviglioso, per il senso di pace e speranza che è in grado di trasmettere.
Ottessa Moshfegh è davvero una Maestra nel delineare protagoniste respingenti e francamente ripugnanti per cui il lettore finisce per provare compassione.
Eileen è sporca, ha una voce interiore sgradevole, è perversa, lamentosa, egoriferita, odiosa eppure io l’ho amata, l’ho compatita, ho empatizzato con lei. Senza entrare nel merito della trama, sono due i fili conduttori e le tematiche di cui la Moshfegh ci vuole parlare, in maniera quasi ossessiva, tramite minuzie e descrizioni di episodi apparentemente marginali che messi insieme compongono un sentiero chiarissimo: l’ossessione per il proprio corpo, per ogni sua sporgenza ed effluvio, e una solitudine paralizzante. Ma anche un’infanzia negletta e maltrattata, privilegiati con la sindrome del giustiziere, alcolismo, genitorialità inadeguata (per non dire di peggio), abusi su minori, un sistema di giustizia minorile fallace.
E dopo averci distrutto per tutto il tempo con una storia apparentemente senza vie d’uscita e spiragli di luce, ecco che Ottessa ci regala un finale a dir poco meraviglioso, per il senso di pace e speranza che è in grado di trasmettere.
January 11, 2019
Un racconto deludente.
A volte le descrizioni del degrado familiare, della sporcizia, del disamore, delle troppe ubriacature sembrano il risultato di qualche scuola di scrittura americana. Il lettore deve sentire la puzza di piscio, di vomito, di sigaretta, di sudore stantio. Bisogna dire che la Ottessa Moshfegh è molto brava in questo, una ottima istruttrice (o allieva?). I lavandini pieni di piatti sporchi da giorni, i bagni puzzolenti, la sozzura che invade gli ambienti e copre gli uomini e donne sembra di vederli, di odorarli e se ne rimane schifati. Ma la storia?
Il carcere minorile poteva essere un ottimo spunto ma ha lasciato in me il senso di qualcosa di incompleto, di non approfondito. La scrittrice si vede che era interessata ad altro, a descrivere quei due/tre caratteri femminili, Eileen in primis e Rebecca di contorno. E la storia morbosa di un minorenne condannato, che orecchia I Melrose di Edward St Aubyn, sembra un poco appiccicata per dare ulteriore impatto allo schifo, come se la Moshfegh non ci avesse già accompagnati per mano a provarlo abbastanza.
Non voglio essere troppo negativo, alcune annotazioni sono notevoli, ad esempio il contrasto tra la ragazza ricca viziata ed idealista e la insipida e frustrata giovane del paese. Spero che Ottessa dia di più in qualche altro suo libro.
Per il momento con la Moshfegh mi fermo qui.
A volte le descrizioni del degrado familiare, della sporcizia, del disamore, delle troppe ubriacature sembrano il risultato di qualche scuola di scrittura americana. Il lettore deve sentire la puzza di piscio, di vomito, di sigaretta, di sudore stantio. Bisogna dire che la Ottessa Moshfegh è molto brava in questo, una ottima istruttrice (o allieva?). I lavandini pieni di piatti sporchi da giorni, i bagni puzzolenti, la sozzura che invade gli ambienti e copre gli uomini e donne sembra di vederli, di odorarli e se ne rimane schifati. Ma la storia?
Il carcere minorile poteva essere un ottimo spunto ma ha lasciato in me il senso di qualcosa di incompleto, di non approfondito. La scrittrice si vede che era interessata ad altro, a descrivere quei due/tre caratteri femminili, Eileen in primis e Rebecca di contorno. E la storia morbosa di un minorenne condannato, che orecchia I Melrose di Edward St Aubyn, sembra un poco appiccicata per dare ulteriore impatto allo schifo, come se la Moshfegh non ci avesse già accompagnati per mano a provarlo abbastanza.
Non voglio essere troppo negativo, alcune annotazioni sono notevoli, ad esempio il contrasto tra la ragazza ricca viziata ed idealista e la insipida e frustrata giovane del paese. Spero che Ottessa dia di più in qualche altro suo libro.
Per il momento con la Moshfegh mi fermo qui.
August 8, 2022
ho conosciuto l’autrice per “Il mio anno di riposo e di oblio” di cui mi sono follemente innamorata, ho proseguito con “Nostalgia di un altro mondo” che però purtroppo non mi ha lasciato niente e ora eccomi con la testa di nuovo incastrata dentro “Eileen”.
lo stile è sempre dark, qui probabilmente più che negli altri che ho letto, in certi punti tende persino al comico e al grottesco, le descrizioni sono incredibili e a volte talmente oscure e squallide che risultano pesanti da leggere (ma in senso buono, perché continuo a stupirmi della genialità di Ottessa), non parliamo poi della solita protagonista incasinata che odia tutto e tutti, se stessa in primis, personaggio che si passa dall’odiare al compatire e comprendere in un batter d’occhio, per poi addirittura gioire delle sue rivincite e della sua evoluzione.
un consiglio: forse è meglio leggerlo d’inverno per entrare meglio nell’atmosfera gelida e nevosa del Natale, ma anche leggendolo ad agosto, dopo aver superato le prime pagine un po’ noiosette, non sono riuscita a staccarmene.
lo stile è sempre dark, qui probabilmente più che negli altri che ho letto, in certi punti tende persino al comico e al grottesco, le descrizioni sono incredibili e a volte talmente oscure e squallide che risultano pesanti da leggere (ma in senso buono, perché continuo a stupirmi della genialità di Ottessa), non parliamo poi della solita protagonista incasinata che odia tutto e tutti, se stessa in primis, personaggio che si passa dall’odiare al compatire e comprendere in un batter d’occhio, per poi addirittura gioire delle sue rivincite e della sua evoluzione.
un consiglio: forse è meglio leggerlo d’inverno per entrare meglio nell’atmosfera gelida e nevosa del Natale, ma anche leggendolo ad agosto, dopo aver superato le prime pagine un po’ noiosette, non sono riuscita a staccarmene.
May 25, 2026
Mi è piaciuto molto entrare nella mente tetra, insicura, ossessiva, patetica e perversa di Eileen, per certi versi mi ha ricordato la me adolescente. Ottessa Moshfegh racconta un livello di disagio e autodegradazione interiore che è difficile apprezzare appieno se non si è vissuto o se non si ha una certa fascinazione per l’orrido umano.
Questo libro è un ritratto della bruttezza morale, sfacciato ed esplicito, e a me convince proprio perché non è mai performativo né sentimentale. Il romanzo resta psicologicamente onesto e coerente con la sua miseria emotiva fino alla fine, dove la redenzione non è neanche contemplata.
Questo libro è un ritratto della bruttezza morale, sfacciato ed esplicito, e a me convince proprio perché non è mai performativo né sentimentale. Il romanzo resta psicologicamente onesto e coerente con la sua miseria emotiva fino alla fine, dove la redenzione non è neanche contemplata.
June 5, 2024
3.5⭐️
Plot twist finale incredibile!
“Mi piaceva pensare al mio cervello così, aggrovigliato nel cranio. L’idea che i fili del mio cervello potessero venire districati, raddrizzati e quindi tessuti di nuovo in una trama di pace ed equilibrio era una fantasia confortante.”
“Ero come Giovanna d’Arco, o Amleto, ma ero nata nella vita sbagliata - la vita di un nessuno, una trovatella, invisibile.”
Plot twist finale incredibile!
“Mi piaceva pensare al mio cervello così, aggrovigliato nel cranio. L’idea che i fili del mio cervello potessero venire districati, raddrizzati e quindi tessuti di nuovo in una trama di pace ed equilibrio era una fantasia confortante.”
“Ero come Giovanna d’Arco, o Amleto, ma ero nata nella vita sbagliata - la vita di un nessuno, una trovatella, invisibile.”
January 8, 2024
Mi azzardo a dargli 4 stelle perché leggerlo mi ha divertita un sacco (lol sì non è per nulla una commedia ma giuro che ad alcune affermazioni ciniche di Eileen son proprio scoppiata a ridere). Grottesco e disturbante e con una protagonista dai comportamenti discutibili ma che si è conquistata tutta la mia simpatia. È un libro pieno di trigger ma mi ha proprio divertita, i said what i said
May 2, 2023
Una sola parola: inquietudine. Questo libro consacra Ottessa Moshfegh come una delle mie nuove autrici preferite. Talento e classe, nient’altro
September 22, 2023
Ho amato follemente la penna della Moshfegh in questo testo: magnetica come non mai, fra tutti suoi libri è quello che dalla prima all'ultima pagina è riuscito di più a catturarmi e a trasportarmi in tutto e per tutto nell'ambiente descritto la protagonista. Non solo, Eileen potrebbe - anche se stessa - semplicemente come una ragazza che da sempre è stata goffa, smorta e acida, ma nei piccoli frangenti che descrive della sua vita si coglie gli elementi che l'hanno portato a inacidirla e al suo profondo bisogno di stare meglio.
Il voto rimane comunque abbastanza basso perché sono stata delusa dal decorso della storia e da come sia finita.
Il voto rimane comunque abbastanza basso perché sono stata delusa dal decorso della storia e da come sia finita.
April 17, 2024
Se superate le prime 50 pagine mi viene ancora da pensare che non me ne frega nulla, chiudo. La vita è troppo breve per incistarsi su un libro pallido, palloso, lamentoso.
September 17, 2024
Una lunga (lunghissima) premessa porta all'arrivo di Rebecca, che nel giro di pochi giorni e pagine riesce ad avere un'ascendente assoluto sulla protagonista.
Non sono sicura di aver capito questo libro.
Non sono sicura di aver capito questo libro.
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