What do you think?


The Inheritance
Here, at last, is the book "Jo" wrote. Generations of fans have longed to plumb that first romance, hinted at so captivatingly on the pages of "Little Women," Alcott's autobiographical classic. Now, after nearly one hundred fifty years spent among archived family documents, Louisa May Alcott's debut novel finally reaches its eager public. Set in an English country manor, the story follows the turbulent fortunes of Edith Adelon, an impoverished Italian orphan whose loyalty and beauty win her the patronage of wealthy friends until a jealous rival contrives to rob her of her position. In the locket around her neck, she carries a deep secret about her natural birthright. But an even greater truth lies hidden in Edith's heart - her deep reverence for the kind and noble Lord Percy, the only friend who can save her from the deceitful, envious machinations of Lady Ida. Reminiscent of Jane Austen in its charms, this chaste but stirringly passionate novel affirms the conquering power of both love and courtesy.
Written by Louisa in 1849, when she was only 17, this book demonstrates virtue and values in a beautiful way.
Written by Louisa in 1849, when she was only 17, this book demonstrates virtue and values in a beautiful way.
177 pages, Mass Market Paperback
First published January 1, 1997
About the author
Louisa May Alcott
4,363 books11.1k followersLouisa May Alcott was an American novelist, short story writer, and poet best known for writing the novel Little Women (1868) and its sequels Good Wives (1869), Little Men (1871) and Jo's Boys (1886). Raised in New England by her transcendentalist parents, Abigail May Alcott and Amos Bronson Alcott, she grew up among many well-known intellectuals of the day, including Margaret Fuller, Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Hawthorne, Henry David Thoreau, and Henry Wadsworth Longfellow.
Alcott's family suffered from financial difficulties, and while she worked to help support the family from an early age, she also sought an outlet in writing. She began to receive critical success for her writing in the 1860s. Early in her career, she sometimes used pen names such as A.M. Barnard, under which she wrote lurid short stories and sensation novels for adults that focused on passion and revenge.
Published in 1868, Little Women is set in the Alcott family home, Orchard House, in Concord, Massachusetts, and is loosely based on Alcott's childhood experiences with her three sisters, Abigail May Alcott Nieriker, Elizabeth Sewall Alcott, and Anna Bronson Alcott Pratt. The novel was well-received at the time and is still popular today among both children and adults. It has been adapted for stage plays, films, and television many times.
Alcott was an abolitionist and a feminist and remained unmarried throughout her life. She also spent her life active in reform movements such as temperance and women's suffrage. She died from a stroke in Boston on March 6, 1888, just two days after her father's death.
Alcott's family suffered from financial difficulties, and while she worked to help support the family from an early age, she also sought an outlet in writing. She began to receive critical success for her writing in the 1860s. Early in her career, she sometimes used pen names such as A.M. Barnard, under which she wrote lurid short stories and sensation novels for adults that focused on passion and revenge.
Published in 1868, Little Women is set in the Alcott family home, Orchard House, in Concord, Massachusetts, and is loosely based on Alcott's childhood experiences with her three sisters, Abigail May Alcott Nieriker, Elizabeth Sewall Alcott, and Anna Bronson Alcott Pratt. The novel was well-received at the time and is still popular today among both children and adults. It has been adapted for stage plays, films, and television many times.
Alcott was an abolitionist and a feminist and remained unmarried throughout her life. She also spent her life active in reform movements such as temperance and women's suffrage. She died from a stroke in Boston on March 6, 1888, just two days after her father's death.
Ratings & Reviews
Friends & Following
Create a free account to discover what your friends think of this book!
Community Reviews
Displaying 1 - 12 of 12 reviews
February 13, 2024
Ben comprensibile la curiosità su questo volumetto a lungo inedito in Italia, prima opera di Louisa M. Alcott; poco più di cento pagine per la storia di Edith Adelon, giovane dalle sfortune economiche ma dall'innato talento e bellezza. Colpevole forse di averlo idealizzato (è vero che la scrittura è acerba, ma l'autrice era diciassettenne), "L'eredità" mi è piaciuto moltissimo; opera sì forse inesperta ma piena di sbocchi di riflessione, nonché lettura godibile e assimilabile in un paio d'ore.
L'edizione Jo March inoltre propone sempre interessanti introduzioni e appendici.
L'edizione Jo March inoltre propone sempre interessanti introduzioni e appendici.
November 15, 2017
È una bella favola, al pari delle più famose e classiche. Una storia piacevole e che allieta il cuore.
June 16, 2021
Scoperto solo negli anni '90, questo manoscritto rappresenta la prima vera opera dell'autrice.
È un breve racconto di stampo romantico, molto simile al genere Jane Austen, a tratti ingenuo ma scorrevole e gradevole.
L'unica vera pecca è stata il voler descrivere Edith come un'eroina senza macchia, un solo piccolo difetto l'avrebbe resa più credibile.
Di incredibile c'è già la sua storia, una povera orfana di origini italiane che si ritrova a fare da istitutrice, insegnante di italiano e amica, alla figlia di un nobiluomo inglese.
Le sue doti non passano inosservate, si vede infatti corteggiata da più di un uomo e odiata da una sola donna, per fortuna. Ciliegina sulla torta è l'eredità del titolo.
È un breve racconto di stampo romantico, molto simile al genere Jane Austen, a tratti ingenuo ma scorrevole e gradevole.
L'unica vera pecca è stata il voler descrivere Edith come un'eroina senza macchia, un solo piccolo difetto l'avrebbe resa più credibile.
Di incredibile c'è già la sua storia, una povera orfana di origini italiane che si ritrova a fare da istitutrice, insegnante di italiano e amica, alla figlia di un nobiluomo inglese.
Le sue doti non passano inosservate, si vede infatti corteggiata da più di un uomo e odiata da una sola donna, per fortuna. Ciliegina sulla torta è l'eredità del titolo.
May 11, 2015
È vero, L'eredità è né più né meno una fanfiction. L'hanno già scritto in tanti, e forse sono un po' ripetitiva, però è ciò che rende commovente questo librino: è uno scorcio sulla giovane donna che diventerà Jo March e che scriverà un libro immortale quand'era ancora alle prime armi con la scrittura. Ci svela la sua ammirazione per i romanzi di Jane Austen per la struttura della trama e di Walter Scott, a cui sembra fare un omaggio neanche troppo velato con le tante citazioni dei suoi titoli, ma anche la passione per le novelle e i romanzi a puntate da rivista più sensazionalistici, quegli stessi che scriverà anche Jo in Piccole donne, con il colpo di scena sull'identità della protagonista e il ribaltamento della situazione. È un romanzo semplice, che appunto riprende schemi collaudati di altri autori e che innalza una protagonista troppo perfettina perché possa piacere davvero: Edith è bellissima, bravissima in tutto quello che fa (disegna benissimo, canta come un angelo, è una cavallerizza incredibile), ma allo stesso tempo è umile, buona e generosa. Pur essendo povera e orfana, per di più segnata dal "mistero" della sua nascita visto che non si conosce l'identità di suo padre, visita frequentemente i poveri e i malati, facendo abbondante carità a tutti. È pronta a sacrificare anche le piccole gioie che la sua esistenza le concede per ottenere l'approvazione di una persona con cui è obbligata a convivere, ed è saggia al punto da non desiderare un matrimonio che le permetterebbe di risalire la scala sociale, perché teme che una volta passata la fiamma la disparità di ceti di provenienza provocherebbe solo infelicità. È un po' vittima di chiunque le stia intorno, sia di chi le vuole bene e la tratta però come un giocattolo, come Amy, che ovviamente di chi le vuole male o la vuole usare per fini egoistici. È una Mary Sue fatta e finita, diciamocelo. Al suo fianco si schiera Lord Percy, che è un mix di Darcy e Bingley per sintetizzare, amabile ma consapevole di ciò che succede tra le signorine. Il finale è il più prevedibile che si possa immaginare.
Mi è piaciuto questo libro perché, per quanto sia ingenuo e dimostri la giovane età dell'autrice in ogni sua pagina, intanto è scritto con uno stile comunque molto buono, tanto che se le fanfiction di adolescenti che si trovano oggi in rete avessero questa qualità per stile e sintassi ci sarebbe da stappare lo champagne. Ma mi è piaciuto anche perché vediamo una volta di più quanto Jo sia l'alterego di Louisa May Alcott: mentre leggevo, mi immaginavo il professor Bhaer criticare questo testo, spingere l'autrice a guardare più alla sua vita che alle storie dei romanzi che ha amato. Forse è stato Thoreau, con cui si chiacchiera avesse avuto una relazione più intima di quanto non appaia dalle carte, forse è stata la stessa Louisa a criticarsi così severamente anni dopo nel rileggere la fresca ingenuità dei suoi diciassette anni.
Più che per il romanzo in sé, questo libro è da apprezzare per la testimonianza che fa dell'autrice e della sua crescita letteraria da Edith a Jo, da L'eredità a Piccole donne. Molto interessante in questo senso anche l'introduzione di Cesare Catà.
Mi è piaciuto questo libro perché, per quanto sia ingenuo e dimostri la giovane età dell'autrice in ogni sua pagina, intanto è scritto con uno stile comunque molto buono, tanto che se le fanfiction di adolescenti che si trovano oggi in rete avessero questa qualità per stile e sintassi ci sarebbe da stappare lo champagne. Ma mi è piaciuto anche perché vediamo una volta di più quanto Jo sia l'alterego di Louisa May Alcott: mentre leggevo, mi immaginavo il professor Bhaer criticare questo testo, spingere l'autrice a guardare più alla sua vita che alle storie dei romanzi che ha amato. Forse è stato Thoreau, con cui si chiacchiera avesse avuto una relazione più intima di quanto non appaia dalle carte, forse è stata la stessa Louisa a criticarsi così severamente anni dopo nel rileggere la fresca ingenuità dei suoi diciassette anni.
Più che per il romanzo in sé, questo libro è da apprezzare per la testimonianza che fa dell'autrice e della sua crescita letteraria da Edith a Jo, da L'eredità a Piccole donne. Molto interessante in questo senso anche l'introduzione di Cesare Catà.
June 3, 2024
Opera prima di Louisa May Alcott, scritta quando aveva appena diciassette anni e mai data alle stampe finché qualche anno fa non è stata ritrovata per caso fra le sue carte: è chiaro quindi che va letta per interesse storico o filologico, non certo per il suo valore letterario.
E' esattamente il tipo di romanzo che ci si aspetterebbe da un'adolescente romantica con ambizioni letterarie: come personaggi abbiamo una bellissima eroina senza difetti e in odor di santità, un cavaliere senza macchia ed una perfida antagonista, mentre la trama si sviluppa nella maniera più prevedibile possibile tra nobili sacrifici e virtù ricompensata grazie alle più impensabili coincidenze. Un polpettone sentimentale insomma, ma innanzitutto è ben scritto e poi leggendo con attenzione si possono anche cogliere in nuce le qualità dei libri successivi dell'autrice, ad esempio qualche linea di dialogo particolarmente vivace.
Per me che la amo visceralmente è stato interessante scoprirla in versione acerba, quando ancora non conosceva le complessità della vita: a chi non è un fan accanito ovviamente sconsiglio la lettura.
E' esattamente il tipo di romanzo che ci si aspetterebbe da un'adolescente romantica con ambizioni letterarie: come personaggi abbiamo una bellissima eroina senza difetti e in odor di santità, un cavaliere senza macchia ed una perfida antagonista, mentre la trama si sviluppa nella maniera più prevedibile possibile tra nobili sacrifici e virtù ricompensata grazie alle più impensabili coincidenze. Un polpettone sentimentale insomma, ma innanzitutto è ben scritto e poi leggendo con attenzione si possono anche cogliere in nuce le qualità dei libri successivi dell'autrice, ad esempio qualche linea di dialogo particolarmente vivace.
Per me che la amo visceralmente è stato interessante scoprirla in versione acerba, quando ancora non conosceva le complessità della vita: a chi non è un fan accanito ovviamente sconsiglio la lettura.
May 30, 2018
Prima di Piccole donne
Louisa May Alcott scrive L’eredità, il suo primo romanzo, a soli diciassette anni. Ha ancora molta strada da fare per diventare la scrittrice che con le sue "piccole donne" avrebbe appassionato intere generazioni di bambine e ragazze. La storia di Edith Adelon, giovane orfana italiana dalle origini misteriose accolta nella dimora di una famiglia nobile inglese, gli Hamilton, dove diventa istitutrice e amica della piccola Amy finché un incontro fortuito svela il mistero della sua nascita, mostra tutta l’ingenuità della giovanissima autrice nello stile, nello sviluppo della trama, nella costruzione dei personaggi. Basta pensare alla serie di coincidenze fortuite e poco probabili che portano prima all’ingresso della protagonista nella famiglia Hamilton e poi alla scoperta delle sue origini e che strappano inevitabilmente un sorriso. I personaggi sono per lo più o bianchi o neri, o buoni come angeli o capaci di crudeltà machiavelliche con una brusca redenzione finale e ben poche sfumature: ad esempio Lady Ida, che complotta ai danni di Edith per l’intero romanzo, sembra a volte vergognarsi del proprio comportamento, mentre nella pretesa di Amy che Edith esegua ogni sua richiesta, nonostante la sua dolcezza infantile e le sue buone intenzioni, si percepisce l’atteggiamento inconsapevolmente tirannico delle persone buone, ma viziate. A spiccare su tutti per la totale assenza di sfumature è la protagonista, completamente priva di difetti e dotata di ogni pregio possibile e immaginabile: bellezza fuori dal comune, bontà, onestà e generosità illimitata perfino verso i propri nemici, totale disinteresse per la ricchezza e il rango sociale. Una perfezione così asettica da far rimpiangere la testarda e iraconda Jo, la vanitosa Meg, la capricciosa e ambiziosa Amy, così imperfette eppure così vere.
Tuttavia l’edizione Jo March, molto carina e ben fatta, presenta una prefazione ricca di interessanti spunti di riflessione. Bronson Alcott, padre dell’autrice, pensatore, insegnante e pedagogo, è un seguace del Trascendentalismo, corrente filosofica che si sviluppa negli stati americani del nord nei primi decenni dell’Ottocento e che predica il raggiungimento di ciò che è puro, autentico, spirituale, il culto assoluto dell’arte e della bellezza, l’armonia con la natura. Mentre Bronson Alcott tenta con scarso successo di applicare questi principi in ambito educativo, probabilmente la giovane Louisa, amante della scrittura, li concretizza in questo libretto di appena cento pagine. Le eccezionali doti caratteriali della protagonista, dunque, possono forse essere interpretate non soltanto come proiezione dell’ingenua visione del mondo della Alcott, che immagina le cose come dovrebbero essere e non come sono nella realtà, ma anche come frutto delle riflessioni che respira intorno a sé. Non a caso i termini "bellezza", "purezza" e "verità", che incarnano il cuore del pensiero trascendentalista, ricorrono con frequenza nel testo in riferimento a Edith e spesso nei momenti cruciali.
Un’eroina inimitabile. Un cavaliere senza macchia. Amici e aiutanti da un lato, crudeli oppositori dall’altro. Una dimora aristocratica che sembra un castello incantato. Uno stile talvolta eccessivamente enfatico, ma levigato, elegante e puro come la stessa Edith. Un lieto fine che sana ogni dissidio, riconcilia tutti e concede ai "buoni" il meritato premio. Il risultato è un racconto che ha il sapore di una fiaba, un mondo che è quello dell’infanzia e dell’innocenza, lo stesso in cui ancora vive la sua creatrice e che è destinato a dissolversi come un sogno delicato quando Louisa crescerà e costruirà per le sue piccole donne un mondo ben diverso, ricco di amore e di gioia, ma anche segnato dal lutto, dalle delusioni, dall’amarezza di diventare adulti e affrontare la vita. Un mondo meno idilliaco e perfetto, dove un lieto fine assoluto non esiste e il dolore vive accanto alla gioia, e proprio per questo molto più reale e autentico. Prima, però, c’era una favola ed è così che L’eredità deve essere considerato.
Louisa May Alcott scrive L’eredità, il suo primo romanzo, a soli diciassette anni. Ha ancora molta strada da fare per diventare la scrittrice che con le sue "piccole donne" avrebbe appassionato intere generazioni di bambine e ragazze. La storia di Edith Adelon, giovane orfana italiana dalle origini misteriose accolta nella dimora di una famiglia nobile inglese, gli Hamilton, dove diventa istitutrice e amica della piccola Amy finché un incontro fortuito svela il mistero della sua nascita, mostra tutta l’ingenuità della giovanissima autrice nello stile, nello sviluppo della trama, nella costruzione dei personaggi. Basta pensare alla serie di coincidenze fortuite e poco probabili che portano prima all’ingresso della protagonista nella famiglia Hamilton e poi alla scoperta delle sue origini e che strappano inevitabilmente un sorriso. I personaggi sono per lo più o bianchi o neri, o buoni come angeli o capaci di crudeltà machiavelliche con una brusca redenzione finale e ben poche sfumature: ad esempio Lady Ida, che complotta ai danni di Edith per l’intero romanzo, sembra a volte vergognarsi del proprio comportamento, mentre nella pretesa di Amy che Edith esegua ogni sua richiesta, nonostante la sua dolcezza infantile e le sue buone intenzioni, si percepisce l’atteggiamento inconsapevolmente tirannico delle persone buone, ma viziate. A spiccare su tutti per la totale assenza di sfumature è la protagonista, completamente priva di difetti e dotata di ogni pregio possibile e immaginabile: bellezza fuori dal comune, bontà, onestà e generosità illimitata perfino verso i propri nemici, totale disinteresse per la ricchezza e il rango sociale. Una perfezione così asettica da far rimpiangere la testarda e iraconda Jo, la vanitosa Meg, la capricciosa e ambiziosa Amy, così imperfette eppure così vere.
Tuttavia l’edizione Jo March, molto carina e ben fatta, presenta una prefazione ricca di interessanti spunti di riflessione. Bronson Alcott, padre dell’autrice, pensatore, insegnante e pedagogo, è un seguace del Trascendentalismo, corrente filosofica che si sviluppa negli stati americani del nord nei primi decenni dell’Ottocento e che predica il raggiungimento di ciò che è puro, autentico, spirituale, il culto assoluto dell’arte e della bellezza, l’armonia con la natura. Mentre Bronson Alcott tenta con scarso successo di applicare questi principi in ambito educativo, probabilmente la giovane Louisa, amante della scrittura, li concretizza in questo libretto di appena cento pagine. Le eccezionali doti caratteriali della protagonista, dunque, possono forse essere interpretate non soltanto come proiezione dell’ingenua visione del mondo della Alcott, che immagina le cose come dovrebbero essere e non come sono nella realtà, ma anche come frutto delle riflessioni che respira intorno a sé. Non a caso i termini "bellezza", "purezza" e "verità", che incarnano il cuore del pensiero trascendentalista, ricorrono con frequenza nel testo in riferimento a Edith e spesso nei momenti cruciali.
Un’eroina inimitabile. Un cavaliere senza macchia. Amici e aiutanti da un lato, crudeli oppositori dall’altro. Una dimora aristocratica che sembra un castello incantato. Uno stile talvolta eccessivamente enfatico, ma levigato, elegante e puro come la stessa Edith. Un lieto fine che sana ogni dissidio, riconcilia tutti e concede ai "buoni" il meritato premio. Il risultato è un racconto che ha il sapore di una fiaba, un mondo che è quello dell’infanzia e dell’innocenza, lo stesso in cui ancora vive la sua creatrice e che è destinato a dissolversi come un sogno delicato quando Louisa crescerà e costruirà per le sue piccole donne un mondo ben diverso, ricco di amore e di gioia, ma anche segnato dal lutto, dalle delusioni, dall’amarezza di diventare adulti e affrontare la vita. Un mondo meno idilliaco e perfetto, dove un lieto fine assoluto non esiste e il dolore vive accanto alla gioia, e proprio per questo molto più reale e autentico. Prima, però, c’era una favola ed è così che L’eredità deve essere considerato.
June 11, 2017
C'era un motivo dietro la decisione di Louisa May Alcott di non pubblicare il suo primo racconto. Molto probabilmente lo riteneva un esperimento, l'esercizio di scrittura di un'adolescente alle prime armi. A distanza di più di un secolo e vista l'importanza del nome, si può capire che gli appassionati del genere siano felici di accogliere qualsiasi cosa scritta dalla penna della Alcott. Però non si devono aspettare un altro Piccole Donne. Neanche alla lontana. Qui abbiamo un intreccio amoroso dei più scontati e dei personaggi zuccherosi fino all'assurdo.
E' stata una grande scoperta per gli accademici, ma non per i lettori.
E' stata una grande scoperta per gli accademici, ma non per i lettori.
May 11, 2019
Primo lavoro di una diciassettenne Alcott, racconta una storia abbastanza prevedibile ma comunque piacevole. Orfana accolta in una nobile famiglia inglese, la protagonista è piena di virtù: brava nel canto, modesta, compassionevole, mette se stessa sempre in secondo piano e non protesta nemmeno contro le cattiverie che subisce. Ma il lieto fine arriva, scoprendo le sue origini e venendo apprezzata profondamente per la sua infinita bontà d'animo. L'epilogo si intuisce già all'inizio del romanzo, che è si ingenuo - giustificato per un'autrice così giovane e ancora inesperta - ma rilassante e davvero godibile. Va letto per il racconto grazioso e garbato che è, senza aspettarsi che sia altro.
August 14, 2019
Un lavoro giovanile (l’autrice aveva solo 17 anni) ed ingenuo nella sua tenera enfasi, tuttavia si intravedono già le doti di un talento fuori del comune, poi esploso con la quadrilogia “piccole donne”.
October 25, 2015
Sono 3 stelle e mezzo!
http://labibliotecadieliza.blogspot.i...
Dovete sapere che molto spesso dietro i libri che si trovano sulle mie librerie si nasconde una storia, per quanto piccolo o grande esso sia c'è sempre un aneddoto che riguarda la loro scoperta, il loro acquisto o comunque il loro arrivo tra le mie mani. L'Eredità della Alcott non fa eccezione. A maggio, mentre circa tre quarti dei blogger italiani stavano preparando le valige alla volta di quel di Torino per il Salone internazionale del Libro, io ero qui che mi rodevo il fegato e mi sfogavo su un barattolo di Nutella, anche perché avrei avuto modo di andare grazie a Laura La Libridinosa e alla sua ospitalità, ma non era proprio il momento per fare armi e bagagli e partire. Quindi potete immaginare la mia tristezza. Però non potevo resistere alla tentazione di avere un libro che aveva "respirato" l'aria del Salone e così ho commissionato proprio a Laura e alle altre Lgs questo acquisto, una succulenta anteprima che la Jo March, casa editrice che non smetterò mai di ringraziare per i piccoli gioielli che porta in Italia, portava proprio a Torino. Quindi L'Eredità di Louisa May Alcott dopo un rapido giro posta è arrivato nella Biblioteca.
Tutti voi conoscete la Alcott, la mamma delle Piccole Donne (e dei seguiti, a mio parere, meno felici), sicuramente una delle più preziose scrittrici americane. Negli anni 90 del '900 un caso fortuito portò due ricercatori ad avere tra le mani un manoscritto autografo del 1849 di Louisa May Alcott, questo manoscritto, L'eredità, che non è altro che il primo romanzo che la scrittrice americana scrisse all'età di 17 anni. Pur nella sua brevità e innocenza possiamo già trovare in esso alcuni elementi che poi una Alcott più matura riproporrà nel suo grande capolavoro: la ricerca di se stessi, la purezza dell'animo e dei sentimenti, la ricerca di un nido familiare caldo e rassicurante, una protagonista semplice ma al tempo stesso controcorrente. Se nelle avventure della famiglia March Jo, ragazza acuta e scapestrata, più interessata alla letteratura che ai pizzi, quasi una suffragetta in miniatura, non era altro che il doppio letterario dell'autrice, cresciuta coi dettami paterni del Trascendentalismo, qui Edith è una Jo March ancora acerba, priva di quell'acume e di quello spirito che ritroveremo nella protagonista di Piccole Donne, ma con già i suoi principi e i suoi intenti, con il suo ideale di amore e la sua forza espressiva. Se Piccole Donne sarà la dimostrazione su carta delle paure nella crescita, della difficoltà di trovare la propria strada nella vita, dei dolori che porta con se la fine della fanciullezza, L'Eredità lo anticipa nelle sue linee principali, non con lo stesso pathos che troveremo più avanti nella Alcott, ma con la stessa semplicità e lo stesso "sugo della storia": da soli facciamo la nostra strada e il nostro destino, finché soli non siamo più e "le nostre mani vuote, vuote non saranno più".
L'Eredità rispecchia tutta l'innocenza ma anche la forza sentimentale di una diciassettenne che guarda al futuro, un futuro che per la Alcott non prevedeva nulla di buono viste le difficoltà anche economiche in cui vessava la sua famiglia. Nonostante però questo clima tutt'altro che rassicurante nelle righe di questo breve romanzo si affacciano anche la speranza e la fiducia: la speranza di trovare il proprio posto nel mondo e la fiducia di mantenere saldi i propri principi, anche nel momento in cui si viene accusati. Certo, la penna della Alcott è qui ancora acerba e lo si nota in più parti, soprattutto nei punti in cui la fretta la porta a riassumere in una breve frasi eventi che sarebbe stato interessante (o opportuno) affrontare in maniera più esaustiva. C'è una certa fretta, come la necessità quasi fisiologica di arrivare al punto, di mostrare quello che succederà. Questa fretta diventa palese nell'escamotage letterario della lettera rivelatrice, usato per dimostrare i nobili natali della povera Edith, ma che passa quasi in sordina di fronte ai maneggi malevoli della perfida Ida; leggendo questa lettera, il suo povero messaggero e lo stesso padre di Edith non restano impressi, tanto che ho dovuto riprendere in mano quelle poche pagine per ricordarmi di che si parlava.
In conclusione: in questo breve romanzo si notano già le basi della scrittura della Alcott, la sua forza espressiva, le sue tematiche semplici, quasi casalinghe, ma dal forte impatto sociale, la visione del mondo che la circonda e del periodo storico, reso particolare dalle idee paterne, che sta vivendo; eppure bisogna ricordare che è il romanzo di una diciassettenne e quindi ancora intriso di una certa ingenuità e soprattutto dalla mancanza di una forte struttura narrativa (per lo più ripresa dai romanzi gotici dell'epoca). E' già la Alcott, ma una Alcott in divenire!
http://labibliotecadieliza.blogspot.i...
Dovete sapere che molto spesso dietro i libri che si trovano sulle mie librerie si nasconde una storia, per quanto piccolo o grande esso sia c'è sempre un aneddoto che riguarda la loro scoperta, il loro acquisto o comunque il loro arrivo tra le mie mani. L'Eredità della Alcott non fa eccezione. A maggio, mentre circa tre quarti dei blogger italiani stavano preparando le valige alla volta di quel di Torino per il Salone internazionale del Libro, io ero qui che mi rodevo il fegato e mi sfogavo su un barattolo di Nutella, anche perché avrei avuto modo di andare grazie a Laura La Libridinosa e alla sua ospitalità, ma non era proprio il momento per fare armi e bagagli e partire. Quindi potete immaginare la mia tristezza. Però non potevo resistere alla tentazione di avere un libro che aveva "respirato" l'aria del Salone e così ho commissionato proprio a Laura e alle altre Lgs questo acquisto, una succulenta anteprima che la Jo March, casa editrice che non smetterò mai di ringraziare per i piccoli gioielli che porta in Italia, portava proprio a Torino. Quindi L'Eredità di Louisa May Alcott dopo un rapido giro posta è arrivato nella Biblioteca.
Tutti voi conoscete la Alcott, la mamma delle Piccole Donne (e dei seguiti, a mio parere, meno felici), sicuramente una delle più preziose scrittrici americane. Negli anni 90 del '900 un caso fortuito portò due ricercatori ad avere tra le mani un manoscritto autografo del 1849 di Louisa May Alcott, questo manoscritto, L'eredità, che non è altro che il primo romanzo che la scrittrice americana scrisse all'età di 17 anni. Pur nella sua brevità e innocenza possiamo già trovare in esso alcuni elementi che poi una Alcott più matura riproporrà nel suo grande capolavoro: la ricerca di se stessi, la purezza dell'animo e dei sentimenti, la ricerca di un nido familiare caldo e rassicurante, una protagonista semplice ma al tempo stesso controcorrente. Se nelle avventure della famiglia March Jo, ragazza acuta e scapestrata, più interessata alla letteratura che ai pizzi, quasi una suffragetta in miniatura, non era altro che il doppio letterario dell'autrice, cresciuta coi dettami paterni del Trascendentalismo, qui Edith è una Jo March ancora acerba, priva di quell'acume e di quello spirito che ritroveremo nella protagonista di Piccole Donne, ma con già i suoi principi e i suoi intenti, con il suo ideale di amore e la sua forza espressiva. Se Piccole Donne sarà la dimostrazione su carta delle paure nella crescita, della difficoltà di trovare la propria strada nella vita, dei dolori che porta con se la fine della fanciullezza, L'Eredità lo anticipa nelle sue linee principali, non con lo stesso pathos che troveremo più avanti nella Alcott, ma con la stessa semplicità e lo stesso "sugo della storia": da soli facciamo la nostra strada e il nostro destino, finché soli non siamo più e "le nostre mani vuote, vuote non saranno più".
L'Eredità rispecchia tutta l'innocenza ma anche la forza sentimentale di una diciassettenne che guarda al futuro, un futuro che per la Alcott non prevedeva nulla di buono viste le difficoltà anche economiche in cui vessava la sua famiglia. Nonostante però questo clima tutt'altro che rassicurante nelle righe di questo breve romanzo si affacciano anche la speranza e la fiducia: la speranza di trovare il proprio posto nel mondo e la fiducia di mantenere saldi i propri principi, anche nel momento in cui si viene accusati. Certo, la penna della Alcott è qui ancora acerba e lo si nota in più parti, soprattutto nei punti in cui la fretta la porta a riassumere in una breve frasi eventi che sarebbe stato interessante (o opportuno) affrontare in maniera più esaustiva. C'è una certa fretta, come la necessità quasi fisiologica di arrivare al punto, di mostrare quello che succederà. Questa fretta diventa palese nell'escamotage letterario della lettera rivelatrice, usato per dimostrare i nobili natali della povera Edith, ma che passa quasi in sordina di fronte ai maneggi malevoli della perfida Ida; leggendo questa lettera, il suo povero messaggero e lo stesso padre di Edith non restano impressi, tanto che ho dovuto riprendere in mano quelle poche pagine per ricordarmi di che si parlava.
In conclusione: in questo breve romanzo si notano già le basi della scrittura della Alcott, la sua forza espressiva, le sue tematiche semplici, quasi casalinghe, ma dal forte impatto sociale, la visione del mondo che la circonda e del periodo storico, reso particolare dalle idee paterne, che sta vivendo; eppure bisogna ricordare che è il romanzo di una diciassettenne e quindi ancora intriso di una certa ingenuità e soprattutto dalla mancanza di una forte struttura narrativa (per lo più ripresa dai romanzi gotici dell'epoca). E' già la Alcott, ma una Alcott in divenire!
May 26, 2015
XIX secolo. La dimora di Lord Hamilton, nell’Inghilterra dei castelli e dei fasti, delle antiche torri e dei giardini fioriti, robustamente radicata nei ranghi e nelle ricchezze, accoglie un Lord pieno di virtù. Arthur Hamilton, con la dolce sorella Amy, la madre vedova e l’altezzosa Lady Ida Clare sua cugina, cominciano a interessarsi ad Arthur, non riuscendo del tutto però a vincerne la nostalgia. Ma per la migliore svolta degli eventi che lo portano a conoscere anche Edith, la cara e buona istitutrice e compagna di giochi di Lady Amy, Lord Percy scopre qualcosa d'interessante. Proprio guardando il “viso pulito e candido della ragazza italiana”, per il “fascino che ogni giorno lo attraeva sempre più, poiché in quel volto poteva leggere la storia di un’anima gentile e mite”, il gentiluomo, anch'egli italiano, ha l'impressione di poter tornare ad amare...
Poco dopo aver scorto Edith Adelon, così devota alla famiglia degli Hamilton eppure così assorta e solitaria, consapevolmente, riusciamo a cogliere già qualche particolarità dei temi cari a Louisa May Alcott. Ne è un bell'esempio la libertà dai beni materiali e il distacco, proprio di questa storia, da un'eredità. Per l’intuizione del coraggio e della forza della protagonista del manoscritto giovanile viene in soccorso poi lo stesso capolavoro del 1868; tanto che a un tratto, nella buona e amabile Edith riconosciamo la gentilezza, il cuore puro, la lealtà delle grandi Piccole donne. Con questi pensieri, nel leggere il primo romanzo dell'autrice statunitense inedito fino al 1997, tradotto per la prima volta in Italia dalla casa editrice perugina, sarebbe fuor di proposito ragionare sull'acerbità dello stile. La bellezza della storia narrata non va cercata altrove che nella storia stessa della fanciulla italiana: là dove si volge l’attenzione con Lord Percy al vero valore delle cose di questo mondo; persino dove si fronteggiano l’orgoglio e il preconcetto; proprio quando si ammirano le ben più nobili eredità del cuore. - See more at: http://www.mangialibri.com/libri/l%E2...
Poco dopo aver scorto Edith Adelon, così devota alla famiglia degli Hamilton eppure così assorta e solitaria, consapevolmente, riusciamo a cogliere già qualche particolarità dei temi cari a Louisa May Alcott. Ne è un bell'esempio la libertà dai beni materiali e il distacco, proprio di questa storia, da un'eredità. Per l’intuizione del coraggio e della forza della protagonista del manoscritto giovanile viene in soccorso poi lo stesso capolavoro del 1868; tanto che a un tratto, nella buona e amabile Edith riconosciamo la gentilezza, il cuore puro, la lealtà delle grandi Piccole donne. Con questi pensieri, nel leggere il primo romanzo dell'autrice statunitense inedito fino al 1997, tradotto per la prima volta in Italia dalla casa editrice perugina, sarebbe fuor di proposito ragionare sull'acerbità dello stile. La bellezza della storia narrata non va cercata altrove che nella storia stessa della fanciulla italiana: là dove si volge l’attenzione con Lord Percy al vero valore delle cose di questo mondo; persino dove si fronteggiano l’orgoglio e il preconcetto; proprio quando si ammirano le ben più nobili eredità del cuore. - See more at: http://www.mangialibri.com/libri/l%E2...
Displaying 1 - 12 of 12 reviews












