Parigi, 1832. In una sera d'inverno Sophie, nove anni, bussa alla porta della 'étoile' dell'Opéra Céline Varens per consegnarle alcune camicie confezionate dalla madre nella poverissima soffitta di Montmartre. È l'inizio di una grande amicizia tra la ballerina e l'orfana, che col passare degli anni diventa l'allieva prediletta di un vecchio aristocratico illuminista sopravvissuto alla Rivoluzione Francese e alla delusione dell'Impero e della Restaurazione. Alla scuola di colui che si fa chiamare Cittadino Marchese Sophie incontra i coetanei più stravaganti, ma il suo prediletto è l'haitiano Toussaint, un piccolo schiavo nero regalato a Céline dal suo innamorato inglese. Insieme, Toussaint e Sophie dovranno affrontare ogni sorta di pericolose avventure, in Francia e in Inghilterra, per salvare la loro protettrice dai suoi persecutori e la piccola Adèle sua figlia dagli inquietanti misteri di una dimora inglese chiamata Thornfield Hall.
Bianca Pitzorno (Sassari, 1942) è una scrittrice, autrice televisiva e traduttrice italiana. Celebre soprattutto come autrice di romanzi per ragazzi, dal 2000 è anche ambasciatrice UNICEF.
Born in 1942, she's an Italian writer and screenwriter specialized in children literature.
She graduated in Classic Literature, with a thesis on Prehistoric Archeology. For seven years she worked as a responsible for cultural children’s television programmes for the Italian public television (RAI). She also worked as an archeologist, theatre writer, screenwriter, lyricist and teacher.
From 1970 to 2011 she published many assays and novels, for both kids and adults, translated in many countries all over Europe, America and Asia. She translated Tolkien, Sylvia Plath, David Grossman, Enrique Perez Diaz, Töve Jansson, Soledad Cruz Guerra e Mariela Castro Espìn.
She lives in Milan. She doesn’t love traveling but visits Cuba often and collaborates with the local cultural institutions. Since 2004 she stopped writing for younger readers, concentrating only on adult books. Her most popular works are: La bambina col falcone 1982; Vita di Eleonora d'Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatras, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un'Estate al Mare al Carmelo, 2009. La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi) 2015.
Si sconsiglia vivamente la lettura alle fans di Mr Edward Rochester
Questo romanzo viene spesso presentato come lo spin-off di Jane Eyre di Charlotte Brontë, ma in realtà è molto di più. Abituata come sono a leggere gli spin-off dei romanzi di Jane Austen, scritti spesso da persone che non sono all’altezza del compito che si sono accollato (ma non sempre, Aidan, Grange e Bebris e senz’altro tanti altri scrittori sono adeguatamente preparati sul contesto storico e sulla grandissima scrittrice inglese), non mi pareva vero che un’autrice del livello di Pitzorno si fosse abbassata a scrivere fan-fiction! E infatti La Bambinaia va considerato solo ed esclusivamente come un Romanzo Storico bellissimo, pieno di riferimenti a personaggi del tempo e ricco di omaggi a scrittori, musicisti e filosofi, in cui, casualmente, i personaggi e i luoghi di Jane Eyre compaiono per presentarci la contrapposizione fra le diverse società del tempo, la Francese, più illuminata e flessibile contro l’Inglese, più rigida, moralista e intransigente.
L’idea per questo romanzo nasce dal libro (già spin-off di Jane Eyre) scritto da Jeanne Rhys nel 1966, Il Grande Mare dei Sargassi, in cui si parla della vera storia di Bertha Mason, la moglie pazza di Rochester. Inoltre Pitzorno nella postfazione scrive:
Il primo doveroso omaggio va a tutte le opere di Charlotte Bronte, e in particolare a Jane Eyre e a Villette, dove l'autrice esprime senza mezzi termini la sua opinione sul carattere 'falso, frivolo e superficiale' delle donne francesi, e sugli adulti che si inteneriscono eccessivamente sull'infanzia. A questa doppia dichiarazione di disistima io, che ho un debole per i bambini e una grande ammirazione per il carattere e la cultura dei francesi, specie quelli dell'Ottocento, cerco di dare la mia risposta.
E così Rochester è presentato malissimo, un libertino impenitente, che fa il moralista quando gli conviene (cioè quando si tratta di donne, mentre agli uomini - soprattutto ricchi e aristocratici - tutto è concesso, infatti più di una volta ha rischiato la bigamia). Jane Eyre è piuttosto fredda e rigida, ma anche molto ingenua, e casca tra le maglie della rete tesale da Rochester.
Fra l’altro Pitzorno si rivela una estimatrice di Jane Austen come me: più volte nel corso del libro viene omaggiata la scrittrice inglese, il cui romanzo L’Abbazia di Northanger è il preferito della protagonista. (E, fra parentesi, le atmosfere gotiche di Jane Eyre sono proprio ciò che viene maggiormente messo alla berlina nell’Abbazia, e questo crea un intreccio fra le trame dei tre libri – e anche di Udolpho di Radcliffe – come se Jane Austen fosse riuscita, da morta, a prendersi gioco di Charlotte Brontë). E questa potrebbe essere una specie di vendetta su Charlotte Brontë, che era una grande detrattrice di Jane Austen… non voglio attribuire a Pitzorno dei sentimenti così meschini, ma io leggendo questo romanzo ho pensato (e l’ho anche commentato fra le note a margine): Jane Austen: 1 – Charlotte Brontë: 0!
Quindi: sconsigliato vivamente alle fan innamorate di Rochester, altrimenti, più che consigliato a chi è aperto a vedere la storia sotto altri punti di vista: per me un Grande Romanzo Storico da *****!
Il 26-08-2012 sul blog La città dei libri sognanti abbiamo celebrato i 70 anni di Bianca Pitzorno parlando di questo romanzo: https://librisognanti.wordpress.com/2...
Ogni libro per bambini/ragazzi ha bisogno di un cattivo. Qui il cattivo di turno è l’eroe di un’altra storia, romantico-gotica, per adulti, Jane Eyre. La protagonista è invece quella che nel romanzo di Charlotte Bronte è solo una comparsa, la bambinaia francese che accompagna a Thornfield la “pupilla” di mr Rochester, Adele Varens. Se non avete mai letto Jane Eyre vi sarete già persi a questo punto ed è normale. Se invece l’avete letto avrete compreso che il libro di Bianca Pitzorno è molto diverso dalla storia raccontata dalla Bronte e che probabilmente (succede al 90% dei lettori di Jane Eyre) avete amato. Il libro, per stessa ammissione dell’autrice nella postfazione, vuole rendere giustizia a tutti quelli che in Jane Eyre vengono messi in cattiva luce (francesi, bambini e servitù) e, per riuscire in questo intento, il mezzo usato è la denigrazione di coloro i quali del romanzo originale sono protagonisti. Attenzione, dico “protagonisti” e non “buoni” perché i protagonisti di Jane Eyre, mr. Rochester in primis, sono tutt’altro che buoni. E’ facile quindi che il loro lato oscuro si presti ad essere esaltato in un racconto come questo che assume il punto di vista di un terzo estraneo e straniero: la bambinaia francese appunto. Le storie cambiano a seconda di chi le racconta e quello che vive e percepisce Jane Eyre (e racconta in prima persona nel romanzo della Bronte) ora è raccontato attraverso l’esperienza e la percezione di Sophie, la bambinaia di Adele. Il romanzo racconta la storia di Sophie che, rimasta orfana a nove anni, viene adottata dalla famosa ballerina d’opera Celine Varens. La donna la accoglie in casa sua dove la bambina può studiare, insieme a un ragazzino di colore che mr. Rochester, il marito (si il marito!) incostante, burbero e severo, ha regalato alla donna. I due vengono educati da un nobile illuminato e illuminista, il cittadino Marchese, agli ideali della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità con metodi di studio all’avanguardia e tanto buon senso. Quando il cittadino marchese muore e lascia tutto alla figlioccia madame Varens, la situazione precipita e la donna viene incarcerata con l’accusa, rivoltale dai nipoti, di aver circuito il vecchio marchese per appropriarsi dei suoi beni. Sophie si prende allora cura della figlia della benefattrice seguendola fino in Inghilterra, dove mr. Rochester, padre della bambina, la porta per prendersi cura di lei visto che la madre si trova in prigione. E’ inutile fare un resoconto dettagliato degli eventi, anche perchè molti si sovrappongono a quelli di Jane Eyre, potrei elencare invece, per chi ha letto il romanzo della Bronte le cose che troverà del tutto cambiate nella versione della storia raccontata dalla Bambinaia di Adele (e quindi dalla Pitzorno): - Rochester è quello che ho ribattezzato “uno sposo seriale”. Va in giro per il mondo a sposare donne per poi abbandonarle. Nel mettere in dubbio la descrizione che la Bronte fa delle ballerine francesi (per bocca di Rochester), le carte in tavola vengono stravolte. Non è la ballerina che è una seduttrice, ma è lui che, non è un seduttore, ma uno che seduce e poi sposa le donne sedotte (anche se la ballerina, di cui sembra avere così poca considerazione, ha già ceduto al suo fascino, tanto che l’ha sposata già incinta). Non solo. Lui è così senza cuore che si prende a carico una bambina che la donna, in un momento di rabbia, gli ha confessato non essere sua figlia, e la vuole tenere in Inghilterra, lontana dalla madre anche se è sicuro di non avere legami di sangue con lei. Un comportamento da psicopatico, praticamente. Non che Rochester fosse una persona normale,il raggiro che organizza per sposare Jane Eyre è degno di un folle, ma il fatto che lo abbia fatto alte volte (e niente a questo punto ci vieta di scrivere il punto di vista delle altre sue amanti, nominate in Jane Eyre, e dire che le ha sposate tutte) è quanto mai inquietante. - Jane Eyre è una rigida, antipatica, fredda e inquietante istitutrice. Avete presente quegli esseri terribili e antipatici che descrive Blanche Ingram? Ecco. Non importa alla Pitzorno che sia descritta dalla Bronte come una giovane donna intelligente, dignitosa e forte. Uno spirito che brucia, piegato, ma non spezzato dalle regole che è costretto a seguire. Quella Jane che provava attaccamento per Adele, che era l’unica a trattarla come un essere umano, quella Jane che affermava che un essere umano, anche una donna, non si accontenta della serenità, ma vuole l’azione e non farà che cercarla, finchè non l’avrà trovata, quella Jane, la Jane di Charlotte Bronte, non c’è più. C’è la fredda e grigia istitutrice che sgrida Adele ad ogni movimento e che le insegna, secondo la sua bambinaia (una ragazzina francese di 17 anni a conoscere fisica, biologia, astrologia, meccanica ecc ecc) “chissà cosa”. - Santa Cecile Varens da Parigi è una perseguitata martire che, finalmente fuori dai guai, rivuole la figlia, ma il perfido Rochester tiene prigioniera presso di se. Una bambina che disprezza, che non è sua e che vede come un problema. Perché non la rimanda in Francia? Nessuno lo sa. Cattiveria probabilmente. - Bertha Mason è l’unica amica di Adele a Thornfield, perché si sa, i pazzi vanno d’accordo solo coi bambini. Infatti Grace Poole spesso faceva salire a “giocare” con la signora bambini di mendicanti che passavano da Thornfield (eh?) con i quali lei non era né violenta, né scostante. Anche qui come nel romanzo di Joan Rhys, Bertha è una vittima dell’orco Rochester. Anche qui, come nel romanzo della Rhys, per motivi assolutamente inspiegabili Rochester se la porta dietro in Inghilterra per farsi rovinare la vita. Tutte le autrici che scrivono sequel o prequel di Jane Eyre, in questo sono concordi: Edward Rochester ama caricarsi di pesi, solo per poi essere tormentato e lamentarsene. - La schiavitù è un tema portante e fondamentale. Protagonista insieme a Sophie è un ragazzino di colore, Tuissant che è stato regalato a Celine Varens da Rochester (si, è anche schiavista convinto). Questo aspetto è, devo ammettere, possibile e molto probabile. La schiavitù era probabilmente ancora in vigore quando Rochester sposò Bertha Mason in Giamaica perché è solo nel 1833 che la Gan Bretagna ha abolito la schiavitù in tutti i terrori. Ovviamente tutti i protagonisti francesi sono anti schivitù (anche la Francia all’epoca non l’aveva ancora abolita, ma sono dettagli spiegabili con il fatto che in un libro per bambini gli eroi devono fare da esempio educativo). - Tutto il finale del libro viene riscritto. Bertha non muore e Adele non va in collegio e non viene trattata come una figlia da Jane (che alla fine del romanzo della Bronte racconta di averla tolta da un collegio dove la trattavano male e l’aveva iscritta a una scuola più tollerante e vicina a casa). Entrambe vengono salvate durante l’incendio e vengono riportate in Francia. Alla fine della fiera, tutti (ma proprio tutti) si trasferiscono ai caraibi.
In conclusione di questa disamina, mi rendo conto un po’ troppo dettagliata della trama (ma era necessario, perché Jane Eyre è uno dei miei libri preferiti), devo però ammettere che, al di là delle incongruenze e la palese ostilità verso il modo i cui vengono descritti i personaggi dalla Bronte, è una piacevolissima lettura. La Pitzorno ha infarcito il libro di riferimenti letterari (Hugo e Jane Austen i più frequenti) e, se si dimentica il libro originale, non puoi fare a meno di parteggiare per gli straordinari personaggi descritti in questa versione della storia. Sophie, il cittadino marchese, Tuissant e la stessa Adele sono personaggi ben descritti, sfaccettati, profondi e divertenti. E’ un libro istruttivo e ben documentato anche se non so quanto un bambino di 12 anni possa comprenderlo. Anche se è scritto con uno stile semplice, a volte le spiegazioni possono essere difficoltose per un bambino e anche l’alternarsi di racconto in prima persona e stile epistolare non rende facile orientarsi attraverso la trama. Credo sia più adatto a un adulto che ha già letto Jane Eyre. Si arrabbierà, storcerà il naso, ma poi si dovrà arrendere perché anche questa, come tutte le storie, può avere diversi punti di vista e quello della Pitzorno è così affascinante che, anche se ogni tanto scappa un “ma va!”, alla fine piace.
p.s. Se potessi rivolgere una domanda all’autrice sarebbe questa: davvero crede che una bambina di 10 anni cominci a scrivere parole inglesi tra quelle della sua lingua madre, appena mette piede in Inghilterra? Apprende attraverso l’aria?
Per le prime cento pagine viene da pensare “Che meraviglia!” ed effettivamente, questo romanzo di Bianca Pitzorno, che fino ad allora conoscevo solo per alcuni racconti letti da bambina più il romanzo “Ascolta il mio cuore”, fresco e tenero, si apre che è una meraviglia. E con una storia che ha il sapore dei grandi classici, dei feuilletton dell’Ottocento, e che sinceramente non vedo diretta (solo) ad un target giovanile. La protagonista è Sophie, una giovanissima orfana, che cresce nei sobborghi della Parigi di inizio 800, con estrema povertà ma anche con grande dignità, e che viene poi accolta nella dimora della magnanima Céline Varens, nota “étoile” dell’Opera. Tutto, il contesto, la descrizione di ambienti, abitudini, usi, costumi, sapori e profumi, rimanda all’immenso mondo della Francia post-rivoluzionaria, ricordandoci appunto le storie dei grandi romanzi classici, da Hugo a Dickens, più nella storia che nello stile, che resta sempre leggero, mai pedante. Sophie inizia una nuova vita ed entra in contatto con altri personaggi, fra cui l’amato Toussaint, un piccolo schiavo nero proveniente da Haiti (allora colonia francese), regalato a Céline dal suo innamorato e (forse) padre della loro figlioletta…Edward Rochester. Questo nome mi ha fatto “crollare” un po’ tutto, ed ho capito perché “La bambinaia francese” mi ricordava i grandi classici. Edward Rochester altro non è che l’innamorato di Jane Eyre e questo romanzo è l’antefatto al classico della Bronte, cioè svela le vicende che hanno preceduto l’incontro fra Rochester e la Eyre a Thorfield Hall. Quando Céline Varens cade in disgrazia, infatti, finisce in prigione e Sophie e la figlioletta di Céline ed Edward, Adèle, vengono portate da Edward nella sua tenuta inglese, la stessa in cui appunto Jane Eyre verrà a lavorare come istitutrice per la bambina. Insomma, la Pitzorno si è cimentata sì in un romanzo non facile, che ha il sapore dei grandi classici, ma lo ha fatto allacciandosi proprio ad un grande classico già esistente, incrociandolo e quindi ricevendone “supporto”. La storia è bella, intrigante, i personaggi sono riusciti, dipinti in varie sfaccettature (interessante ad esempio come la stessa Jane Eyre appaia come una donnetta austera, bigotta, poco affascinante e piuttosto antipatica), quindi nel complesso il romanzo “funziona”. Il fatto di aggrapparsi però, a un classico già noto, e, soprattutto, il fatto di passare a circa la metà, da una narrazione a una forma quasi completamente epistolare fra i vari personaggi, lontani fra loro, mi hanno fatto perdere quel fascino che avevo intravisto nella prime 100 pagine. Resta comunque un buon esperimento letterario, con una storia che non annoia, e che si è curiosi di leggere.
Iako se često ističe da je roman Francuska dadilja varijanta ili, kako kažu blogerke, preprič Džejn Ejr, (zapravo, samo je jedna pripovedna linija vezana uz lik Džejn Ejr i zamisao je da ona u ovom romanu bude sporedan lik, pa mi je na momente bilo žao nje, koliko god da sam više naginjala protagonistkinjama) ja sam u nekom trenutku između želje da čitam i samog čitanja na to zaboravila. Tim je zadovoljstvo čitanja bilo veće i stvarno, baš mi je žao što se s ovom knjigom nisam srela kao dvanaestogodišnjakinja, iako ne mogu da tvrdim da je ona savršeno štivo za svaku dvanaestogodišnjakinju, jer je em obimna, em prepuna referenci koje zahtevaju određeno čitalačko iskustvo i znanje iz istorije. U knjizi se ipak može uživati i bez tih znanja i prepoznavanja, štaviše, ona pobuđuje radoznalost u vezi sa različitim važnim temama i to je samo jedan od razloga zašto je super. Malo sam kolutala očima na kraju na romantičan rasplet, ali to se s obzirom na kontekst u kome delo nastaje moglo očekivati.
Premessa #1: Non riuscirò ad essere oggettiva, nel commentare questo romanzo, in quanto si interseca e rilegge un romanzo che ho molto amato (Jane Eyre, di Charlotte Brontë) in chiave, a mio parere, per lo meno opinabile.
Premessa #2: Ciononostante, non si tratta di un'opera scadente o canonicamente brutta. La severità del mio giudizio si basa principalmente sul confronto fra i due romanzi (un confronto che però non imposto io da lettrice aprioristicamente, è l'autrice che, ponendo le due storie in aperto contrasto, ti obbliga, per così dire, a farlo), ma non dubito che un lettore, specialmente giovane, quale immagino sia il target di questo romanzo, chiaramente non per bambini ma certamente per giovani adulti, o comunque qualcuno che non abbia ancora avuto modo di approcciarsi all'opera della Brontë, possa trovarlo piacevole.
Esaurite le premesse, parliamo de La bambinaia francese, romanzo del 2004 di Bianca Pitzorno che rilegge parte delle vicende narrate in Jane Eyre offrendo una prospettiva narrativa differente, quella della bambinaia di Adele, che nella storia originale era una bambina che Rochester ospitava in casa propria e per l'istruzione della quale si prodigava ad assumere Jane. Adele si trovava a Thornsfield in quanto la madre, Celine Varens, nota ballerina classica, l'aveva abbandonata per fuggire in Italia con il proprio amante, un musicista.
In La bambinaia francese la Pitzorno immagina una storia fondamentalmente diversa: in questa rivisitazione, Rochester è il padre biologico della bambina, che ha strappato alla madre quando questa, in seguito alla morte del suo padrino, ingiustamente accusata del suo omicidio dai nipoti dello stesso, è caduta in disgrazia, venendo rinchiusa in prigione, malmenata e torturata, perdendo il senno. Rochester porta via la bambina e, con lei, la bambinaia, Sophie, per certi versi anch'essa "figlia adottiva" della Varens, ospitandole in casa propria e dicendo alla bambina che la madre è morta, e di dimenticarsi di lei.
Fino a circa la metà del romanzo, comunque, il lettore può sospettare qualcosa, ma non avere la certezza di trovarsi di fronte a un retelling, in quanto Rochester, conosciuto in casa Varens come, semplicemente, "monsieur Edouard", non menziona mai il proprio cognome, ed anche le prime volte in cui lo fa non si è portati a collegare immediatamente il romanzo con Jane Eyre. Fino a quel punto, il romanzo è intrigante, costruisce curiosità attorno al mistero delle continue sparizioni di "monsieur Edouard" e, pur non entusiasmando, tiene comunque compagnia al lettore, che è curioso di capire dove vada a parare la vicenda.
Quando, però, l'autrice comincia a porre la storia in contrasto con quella originale, ecco dove la narrazione perde mordente, dove cade di tono. La narrazione si fa improvvisamente estremamente morale, ed ecco che tutti i personaggi (quantomeno i buoni), si fanno alternativamente paladini dell'abolizione della schiavitù, dell'emancipazione femminile, delle pari opportunità per tutti a prescindere dalle condizioni economiche e dalla posizione sociale.
Tutto questo, ovviamente, non fa che porre in cattiva luce sia il personaggio di Rochester, così rigido, egoista, attaccato alle consuetudini e ai privilegi del suo rango, sia quello di Jane, descritta come bigotta, incapace di comprendere costumi e ideologie differenti dalle proprie, portata ad umiliarsi rispetto a chiunque altro, distaccata, anaffettiva, mentre non si fa ovviamente menzione, se non in minima parte, delle caratteristiche più positive e rivoluzionarie del suo carattere, come ad esempio la sua ostinata indipendenza.
La grande forza di Jane Eyre stava nel suo caparbio rifiuto di porre il lettore davanti a personaggi "semplici", che fosse facile identificare come buoni. Sia Rochester che Jane sono persone abbastanza sgradevoli, hanno difetti macroscopici, ma sono incastonati nella realtà del loro tempo, una realtà che naturalmente non giustifica i loro egoismi e le loro ignoranze, ma che certamente li motiva.
La Pitzorno li pone invece a confronto con personaggi tutti avanti di mille anni luce rispetto al grado di maturità sociale presente in Inghilterra nell'800. Sophie e combriccola sono tutti piccoli rivoluzionari, tutti credono nell'uguaglianza, tutti vogliono abolire la schiavitù, tutti vorrebbero che fosse possibile anche per le donne studiare, lavorare e decidere autonomamente del loro futuro, tutti, insomma, pensano come personaggi degli anni 90-2000, pur vivendo, narrativamente, nell'800 anche loro.
Ora. Dico io. Siamo tutti bravi a fare la morale al secolo scorso. Com'erano brutti e cattivi quelli che nell'800 credevano che gli schiavi di colore fossero solo oggetti! Quelli che volevano che le donne fossero solo locandiere e lavandaie, e se per caso eri ricca non dovevi comportarti come niente di diverso che un bel manichino da mettere in mostra alle feste! Quelli che trattavano male i poveri, che lasciavano la gente a morire di polmonite nelle soffitte delle case, quelli che approfittavano delle debolezze di qualcuno per portargli via quanto avevano di più caro!
Personalmente non ho bisogno di leggere un romanzo pubblicato nel 2004 per sapere che gran parte delle convinzioni dei nostri antenati si radicavano nel razzismo, nella misoginia, nella paura e nell'ignoranza, ed erano pertanto convinzioni sbagliate. Lo so già da me. Non capisco l'operazione di rilettura che prende un romanzo del 1847 (che peraltro parlava già di emancipazione femminile per larga parte), e decide aprioristicamente di ignorare quanto di narrativamente rilevante creato dall'autrice in termini di costruzione dei personaggi per fornire ad essi una controparte morale moderna che li appiattisce e li ridicolizza in maniera quantomeno ingiusta, perché bara nel contrapporli a figure che ben poco hanno di temporalmente ben collocato, in quanto parlare con Sophie, o con qualsiasi altro dei suoi co-protagonisti, e parlare con una quindicenne moderna, in termini ideologici, sarebbe la stessa identica cosa. Cosa che, oltre ad essere poco credibile, rappresenta peraltro una scelta facilona e fastidiosa.
Il romanzo, poi, presenta una serie di piccole incongruenze, quando si interseca con la storia originale, in quanto tutto il pregresso (la storia della Varens, di Sophie, di Adele) si adatta e si incastra solo con qualche piccola forzatura alla storia scritta e pensata dalla Brontë, cosa che rende la lettura ancora più fastidiosa, e contribuisce a creare un senso di insofferenza che, verso il finale, si acuisce fino a rendere l'esperienza quasi spiacevole (certamente irritante).
Continuo a non beccare il libro giusto della Pitzorno, temo. Riuscirò mai a leggere qualcos'altro di suo che sia in grado di farmi elice come Ascolta il mio cuore?
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Questo libro pare la traduzione in romanzo dell'Enciclopedia e dei trattati degli illuministi; un lavoro probabilmente titanico per lo sforzo di documentazione storica, filosofica e letteraria, ma che - perciò - trasuda stucchevolmente tutte le sue fonti e abbraccia una tesi aprioristica, secondo la quale la Francia con tutto ciò che la riguarda è eticamente buono, anzi, pieno e perfetto, e ciò che è inglese è obsoleto, dannoso, se non malvagio, senza sfumatura alcuna, senza il velame di un dubbio o di una critica. A tratti il libro sembra scritto con l'ingenuità di un principiante; a tratti con la sicumera dell'imbonitore. E' desolante l'appiattimento unilaterale del romanzo ispiratore, dei cui personaggi periferici questo si erge a vindice: tendenza, del resto, così fieramente francese...
In primis c'è da dire che non è facile digerire il fatto che il mio amatissimo Mr Rochester e la splendida Jane Eyre siano i "cattivi" di questo romanzo! Tuttavia, dopo aver accettato la cosa e deciso di archiviare il tutto come elemento di secondo piano, posso dire di aver trovato La bambinaia francese un romanzo splendido! Scorrevole, accattivante e avvincente, con protagonisti unici a cui è facile affezionarsi. Le parole della Pitzorno trasportano il lettore nella Francia del 1800, dalla squallida soffitta in cui vive la piccola Sophie alle casa signorile di Celine Varens, ballerina acclamata in tutto il paese, che accoglie la ragazzina come una figlia e che le garantisce un'istruzione inusuale per una donna, fatta di filosofia e scienza, libertà e uguaglianza.
La Pitzorno scrive veramente molto bene, ha una scrittura scorrevole e la storia e' sicuramente mai piatta e piena di colpi di scena, pero' scusatemi tanto ma a me di orfanelle scheletriche e ballerine ingannate sinceramente me ne frega molto poco...non sono una fan di Jane Eyre di cui questo libro e' apparentemente uno spin off, e non metto assolutamente in dubbio le capacita' letterarie della Pitzorno, e' la storia che non mi interessa proprio, non mi prende, non e' uno di quei libri che non vedo l'ora di avere due minuti liberi per mettermi a leggere.Detto cio', lo consiglio sicuramente alle "giovinette" al quale penso che comunque il libro sia stato destinato in origine dalla Pitzorno, ed a chiunque abbia voglia di un bel feuilleton d'altri tempi.
Bianca Pitzorno è per me una voce amica, una voce che mi accompagna fin da quando ero piccolissima e leggevo per ore senza mai fermarmi nemmeno un istante a riflettere su ciò che trovavo nei libri. Eppure, quando torno a pensare alla sua voce, così magnetica e dai toni ammalianti e pieni di promesse, mi trovo a pensare che, probabilmente, senza i suoi libri sarei stata un'altra persona. Non lo potevo sapere, quando avevo una manciata di anni e trascorrevo pomeriggi interi insieme a Cora, a Prisca ed Elisa, a Lavinia e Làlage e anche Violante (ero troppo piccola per Violante, ma quanto mi piaceva quel brivido di proibito che mi spingeva a continuare a leggere anche se alcune cose non le capivo!) non lo sapevo che quelle ore stavano piantando in me dei semi inestimabili. Semi silenziosi, che ho custodito forse con un po' di noncuranza, ma che sono stati una piccola fortezza di luce. Un piccolo baluardo di incrollabile certezza, di modelli femminili positivi, di lotta e meravigliosa, meravigliosa ribellione. "La bambinaia francese" è arrivata per la prima volta quando stavo per affacciarmi sulla soglia dell'adolescenza: ricordo che lo lessi voracemente, passando in compagnia di Sophie, Tùssi e Monseur Rochester (esatto, proprio quell'Edward Rochester) solo un paio di giorni d'estate, leggendo per ore e ore, come purtroppo la me adulta non ha più il tempo di fare. Non conoscevo "Jane Eyre": questo nome mi richiamava alla memoria soltanto qualche eco confusa, al punto che credevo si trattasse solo di un altro personaggio storico (come Victor Hugo o Dickens) che però io non riuscivo a riconiscere. Inutile dire che questa visione "dal basso", dalla parte dei denigrati (interessantissime le riflessioni su alcune affermazioni infelici della stessa Jane poste in coda al romanzo, quelle che ovviamente da ragazzina saltai a piè pari) ha irrimediabilmente influenzato la mia visione, perché quando, anni dopo, incontrai "la vera" Jane Eyre e il "vero" Edward Rochester, buona parte della mia simpatia era rivolta altrove. Insomma, Bianca Pitzorno mi ha salvata da quella terribile sindrome da crocerossina che probabilmente avrebbe fatto cadere la me sedicenne vittima indiscussa del fascino tenebroso di Mr. Rochester, e questo non è poco.
Ora che sono un'adulta, riesco ad approcciarmi a questo libro con una consapevolezza tutta nuova, e non posso che riconoscere di nuovo (nel caso ce ne fosse bisogno) la grandezza di Bianca Pitzorno, che ha saputo costruire un romanzo che ha l'ampio respiro dei classici della letteratura, in un delizioso impasto di narrativa, romanzo epistolare e pagine di diario. Questo romanzo è una grande avventura, ma è anche un tuffo nella francia della restaurazione, è un crogiolo di idee rivoluzionarie, di difesa dei diritti umani, di rivendicazioni femminili e meravigliose colte citazioni. Leggendo questo romanzo si impara a conoscere l'evoulzione del balletto classico, si vede la nascita de "La Silfide" e delle scarpette di gesso di Marie Taglioni. Si conosce la rivoluzionaria pedagogia di Pietro Verri (no-vax, prendete nota), si apprendono i principi di Rousseau, ci si commuove assieme a Victor Hugo. Si cantano arie di Rossini, si combatte la rivoluzione degli schiavi di Haiti, e si impara a non vedere un fantasma dietro ogni porta socchiusa assieme alla Catherine Morland di Jane Austen. Si impara anche che la società, con il suo doppio standard nel considerare uomini e donne, è terribilmente ingiusta, e ci si sente il cuore scoppiare d'orgoglio leggendo le parole di Mary Wollstonecraft. Tutto ciò è presentato anche ai lettori più giovani con una tale naturalezza che è impossibile sentrisi frastornati dalla raffinatezza e dalla completezza di questo bellissimo affresco.
Questa Bertha, poi (che è in fondo la Bertha del meraviglioso "Il grande mare dei Sargassi") mi è entrata nel cuore, accendendomi di indignazione e compassione come pochi altri personaggi hanno saputo fare.
Se tutto questo non bastasse a farmi amare questo romanzo che si legge divinamente quando si è poco più che bambini, e si apprezza infinitamente quando bambini non lo si è più da un pezzo, Bianca Pitzorno mi ha offerto 500 deliziose pagine da sbattere sul naso a chiunque mi chieda perché, ora che sono quasi vicina ai trent'anni, perda ancora tempo a scrivere fanfiction.
Bello, bello, bello! Ma ci sono un paio di cose che a mio avviso non lo rendono un libro da 5 stelle: primo, lo stile epistolare non mi fa impazzire, avrei preferito un ritmo più dinamico; secondo, Jane Eyre non mi è mai piaciuto troppo (forse dovrei rileggerlo per ricredermi) ed anche se qui il pdv è avverso "agli eroi" del libro originale, resta sempre una storia che non mi convince; terzo, per quanto mi piacciano il periodo e la storia francese, a volte l'autrice è troppo pedante nelle spiegazioni ed anche nei riassunti dei libri dell'epoca. Forse togliendo tutto ciò il romanzo avrebbe perso di valore, o forse no, fatto sta che il mio giudizio è...
In Jane Eyre, il romanzo considerato all’unanimità il capolavoro di Charlotte Brontë, c’è un personaggio, la balia di origine francese che si occupa della piccola protetta del signor Rochester, Adèle, che appare pochissime volte, non parla praticamente mai e non ha il minimo rilievo nelle vicende di Thornfield. Bianca Pitzorno prende per mano la piccola, trasparente, insignificante bambinaia francese di Jane Eyre e la trasforma nella protagonista di una storia straordinaria, così ricca di vicende e personaggi da sembrare che sia sempre stata lì, dietro le pagine di Jane Eyre, e che Bianca Pitzorno l’abbia solo portata alla luce. Nel 1832, a Parigi, Sophie Gravillon – “sassolino di fiume”, è questo il significato del suo cognome – ha nove anni e da quando ha perso suo padre sulle barricate nel luglio del 1830 vive in una squallida soffitta di Monmartre con la madre malata, Fantine, una povera sarta che riesce appena a guadagnarsi di che vivere. Céline Varens, acclamata ballerina dell’Opéra di Parigi, ha fatto una promessa a sua madre, molti anni prima: se avesse trovato sulla propria strada una bambina in difficoltà avrebbe fatto qualunque cosa per aiutarla. E quando Sophie, stremata dal freddo e dalla fame, bussa alla porta della sua casa ricca ed elegante, sui boulevardes, per consegnarle le camicie che Fantine ha cucito per lei, Céline capisce che è giunto il momento di mantenere la promessa. Così la accoglie nella sua casa e in cambio di una dimora confortevole, una nuova famiglia, affetto e perfino un’istruzione di primo livello grazie al Cittadino Marchese, un aristocratico sostenitore dei principi rivoluzionari, Sophie deve solo aiutare la bambinaia a prendersi cura della piccola Adèle, figlia di madame Céline e di suo marito, un nobile inglese freddo, arrogante, burbero e scontroso. E qualche anno dopo, quando madame Céline cade in disgrazia a causa dell’avidità e della crudeltà altrui, sarà Sophie, ormai cresciuta, a dover mantenere una promessa: prendersi cura di Adèle come se fosse sua figlia, anche quando sarà costretta a recitare la parte della bambinaia per seguire in Inghilterra lei e suo padre, il marito di Céline… Edward Rochester. La bambinaia francese, dunque, è una riscrittura parziale di Jane Eyre che parte da fatti e personaggi ideati da Charlotte Brontë per costruire un intero mondo a sé stante e si rivolge principalmente a un pubblico di giovani lettrici. Un libro per bambine, allora? Assolutamente no, o meglio, non solo un libro per bambine. Non c’è dubbio che la lettura, grazie allo stile leggero, semplice e lineare, sia particolarmente adatta a coloro che dopo l’infanzia si avvicinano per la prima volta a testi più complessi e possa costituire un ponte tra gli ingenui libri dell’infanzia e la letteratura, ma allo stesso tempo sa essere appassionante e attrattiva anche per il pubblico adulto grazie a un quadro d’insieme straordinariamente ricco e vivace, animato da personaggi vivi e pulsanti, ambienti ben modellati, un’accuratissima documentazione sulla vita del tempo e una gran quantità di riferimenti storici, culturali, artistici, letterari (Rousseau, Victor Hugo, la famiglia Taglioni, Delacroix, Jane Austen, Rossini) che svelano l’ampio bagaglio culturale dell’autrice. Tutti questi elementi conferiscono alla narrazione uno spessore insolito per un libro destinato ai più giovani e la capacità di catturare e incuriosire anche un pubblico più smaliziato. Il fatto di appoggiarsi a un classico della letteratura inglese, dunque, non sminuisce in alcun modo il valore di La bambinaia francese, che si presenta alla lettura come un’opera completa, a tutto tondo e quasi perfettamente autonoma per gran parte della narrazione. Solo nella seconda metà del libro, quando la vicenda si sposta a Thornfield Hall, la dimora del signor Rochester, il legame con Jane Eyre si fa inevitabilmente più stretto, ma il finale nasconde non poche sorprese e il vasto, ricco mondo creato dalla Pitzorno è sempre lì, dietro la ben nota vicenda di Jane, e si impone al lettore con tanta forza, efficacia e naturalezza che tornando al romanzo di Charlotte Brontë, dopo aver letto La bambinaia francese, se ne avverte ancora la presenza. Rispetto al romanzo della Brontë, Bianca Pitzorno si pone con mente aperta e spirito critico, interrogandosi sulla vera natura delle cose, dando voce ai punti di vista inascoltati e mostrando una prospettiva alternativa da cui osservare gli eventi, arrivando talvolta a capovolgere le idee e le convinzioni che potrebbero appartenere a una fan sfegatata della storia d’amore tra Jane e Rochester e probabilmente è per questo che La bambinaia francese ha suscitato a volte reazioni negative tra i lettori più fedeli e appassionati di Jane Eyre. Ma l’obiettivo dell’autrice, forse, è proprio questo: mente aperta e spirito critico, disponibilità a dare spazio a punti di vista giudicati secondari e ad accogliere possibili verità inaspettate sono qualità indispensabili per la lettura di questo romanzo e che dunque esso si propone di stimolare nei propri lettori, più o meno giovani che siano, insieme all’amore per la conoscenza, alla generosità verso il prossimo, al disprezzo dei pregiudizi. Sophie, che grazie a madame Varens e al suo singolare padrino, il Cittadino Marchese, ha ricevuto un’ottima educazione, sebbene a Thornfield sia costretta a fingersi addirittura analfabeta per indagare in tranquillità sulle intenzioni del signor Rochester e proteggere Adèle, è appassionata lettrice di un romanzo straordinario, Northanger Abbey di Jane Austen, nel quale le disavventure della protagonista, Catherine, invitano a non lasciarsi condizionare eccessivamente dalla letteratura, soprattutto quella gotica, sensazionale e irrealistica di moda alla fine del Settecento, e a guardare la realtà per quello che davvero è, con i suoi “mostri” e le sue brutture ben più prosaiche, banali e quotidiane. Forse con La bambinaia francese, in cui sono numerosi i riferimenti a Northanger Abbey, Bianca Pitzorno si propone di rivolgere lo stesso invito ai suoi lettori e in particolare ai fan di Jane Eyre: imparare a guardare ogni cosa, anche ciò che più si ama e si crede di conoscere alla perfezione, con mente lucida e sgombra. E ne saremo arricchiti.
Bello! Bello! Bello! Lessi questo romanzo tantissimi anni fa, quando frequentavo ancora le scuole elementari. Di conseguenza i miei ricordi su trama e personaggi risultavano parecchio confusi e offuscati. L'unica cosa che ricordavo con certezza è quella sensazione che ti rimane quando sai di aver letto un bel libro. La bambinaia francese è una riscrittura di un grande classico della letteratura inglese, Jane Eyre di Charlotte Brontë. Bianca Pitzorno ci racconta, attraverso il personaggio di Sophie, la vita della piccola Adèle prima di arrivare in Inghilterra e della "storia d'amore" tra la ballerina Cèline Varense ed Edward Rochester. Ci troviamo di fronte ad un romanzo di formazione e avventura che si pone come obbiettivo quello di far riflettere i giovani lettori su svariate tematiche. In questo libro si parla di razzismo, lotta di classe, emancipazione e molto altro ancora. È sorprendente come l'autrice riesca ad affrontare argomenti così delicati e importanti con così tanta schiettezza in un libro destinato a bambini e giovani adulti. Il romanzo di Pitzorno dà inoltre voce a quei personaggi femminili che nel romanzo di Brontë prendono vita solo attraverso i racconti di un narratore non attendibile quale è Mr. Rochester, che qui svolge in tutto e per tutto il ruolo di antagonista principale. Devo dire però che la visione di Rochester proposta da Pitzorno all'interno della sua opera non è molto diversa dall'idea che mi ero fatta di lui mentre leggevo Jane Eyre. Insomma, se fate parte di quella fetta di lettori che apprezza Edward Rochester sappiate che tra queste pagine non troverete soddisfazione.
Lo stile è ottimo, la critica sociale a Rochester pure meglio, e userò di sicuro questa storia per l'articolo che sto scrivendo sul mio blog sui retelling
Bianza Pitzorno è una famosa autrice di libri per ragazzi, ma dispiace limitare a un pubblico ridotto la lettura di questo bel romanzo. La bambinaia francese nasce come rilettura del famosissimo classico inglese dell’Ottocento Jane Eyre. Lo spunto consiste nella volontà di contestare a Charlotte Brontë due punti molto espliciti nella sua narrativa. La Brontë infatti esprime un’opinione negativa ‘sul carattere “falso, frivolo e superficiale” delle donne francesi e sugli adulti che si inteneriscono eccessivamente sull’infanzia’ (cit. dalla postfazione della Pitzorno al proprio romanzo). In qualità di estimatrice del carattere e della cultura francesi, nonchè ovviamente del mondo infantile, la Pitzorno riscrive la storia di Jane Eyre da parte della bambinaia francese di Adele Varens (la figlia naturale di Rochester) così come prima di lei Jean Rhys aveva riscritto la stessa storia dal punto di vista di Bertha Mason.
Contemporaneamente la Pitzorno ironizza sugli aspetti gotici presenti in Jane Eyre, utilizzano come controcanto la parodia gotica di Jane Austen, L’abbazia di Northanger, più volte citata nel romanzo, insieme a moltissimi altri protagonisti culturali dell’Ottocento francese e inglese. L’autrice approfitta dell’occasione per parlare diffusamente degli ideali rivoluzionari francesi, dell’importanza dell’istruzione per tutti e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, siano essi uomini o donne, bianchi o neri, nobili o schiavi.
La storia, ambientata negli anni ’30 dell’Ottocento, si svolge per una prima metà in Francia e successivamente in Inghilterra. Inizia con la piccola Sophie che, dopo essere rimasta orfana, rischia l’Ospizio di Mendicità ma viene salvata in extremis dalla ballerina Celine Varens che, dopo un in contro di pochi minuti, decide di prendersene cura. Sophie entra in casa Varens ufficialmente come aiuto cameriera per non irritare l’irascibile marito di Celine, Monsieur Edouard, che non ne condivide lo spirito libertario. In realtà la piccola viene trattata come una figlia e continua gli studi con il padrino di Celine, Cittadino Marchese, un nobile che nutre una profonda fede nell’uguaglianza di tutti.
Il collerico Monsieur Edouard altri non è se non Edward Fairfax di Rochester, qui descritto come un uomo crudele, bugiardo e fedifrago. La stessa Jane Eyre assume il carattere di una zitella inflessibile priva di trasporti affettuosi e totalmente incapace di riconoscere il vero carattere di Mister Edward. Chi ha amato i personaggi di Jane Eyre rimarrà probabilmente deluso da questa caratterizzazione, ma per gli splendidi personaggi francesi creati da Bianca Pitzorno vale assolutamente la pena di soffrire un po’.
FORSE CONTIENE SPOILER, FORSE NO (non ho ancora deciso)
Delusione totale. Ero convinta, per le prime 150\200 pagine, di aver trovato il mio nuovo romanzo preferito. Invece niente, nada, nisba!! Partiamo dal principio: la prima parte della storia è perfetta, scorre molto bene, i personaggi sono presentati a dovere. Noia totale nella seconda parte: Sophie e Tussì non hanno altro modo di comunicare se non tramite lettere. Duecento pagine però mi sembrano un po' eccessive. Non ha permesso al lettore di immedesimarsi nella storia, provare emozioni per i personaggi. L'assenza dei dialoghi si è fatta sentire perché ha reso la storia molto pesante e poco scorrevole. Inoltre non mi è piaciuto l'inserimento di Jane Eyre. Sarò all'antica, ma non comprendo il motivo per cui un autore debba riprendere racconti di altri autori. Nella terza parte ho trovato che il tutto fosse troppo affrettato. Verso la fine, la storia riprende un po' di vigore..
"-Adèle- grida madame de Merlin -Guarda quella montagna là in fondo! E' il Pan de Matanzas. E quel villaggio è Puerto Escondido. Tra poco vedremo il Castillo de la Fuerza, e saremo arrivati all'Avana. Benvenuta a Cuba, Bambina"
A questo punto mi trovo con mille domande: Tussì troverà la mamma e la sorella?? Bertha riuscirà a ricongiungersi con il suo amato? Sophie ce la farà a diventare medico? La piccola Adèle imparerà anche lo spagnolo, così renderà le sue letterine ancora più incasinate (le lettere per metà in inglese non le ho ancora digerite)? Cèline si rifarà una vita con il nuovo amore? Tornerà a ballare, date le sue condizioni di salute? Giro pagina e.. FINE?!?! Ma stiamo scherzando?! L'unica nota positiva, che mi ha lasciato con un senso di speranza, è il fatto che sta/potrebbe/è già nato del tenero tra Sophie e Tussì.
La bambinaia francese non è assolutamente un libro solo per bambini. Ho avuto l'occasione di noleggiare questo libro in biblioteca e ne sono molto felice, adoro i personaggi di Sophie, Adele, Toussaint ed il Cittadino Marchese, ma il mio personaggio preferito è sicuramente Madame Céline Varens, sempre buona ed allo stesso tempo coraggiosa. La scrittura di Bianca Pitzorno mi è piaciuta molto, è riuscita a scrivere un libro che racchiude numerose informazioni storiche che però si intrecciano bene ad una trama scorrevole e ricca di colpi di scena e, pagina dopo pagina, non vedevo l'ora di vedere come andavano a finire le storie di tutti i protagonisti. Bianca Pitzorno tocca numerosi temi: la rivoluzione francese, la schiavitù, i problemi mentali, la povertà, le malattie...e secondo me questo è un libro perfetto anche per gli adulti, dolce, ma anche ricco di insegnamenti.
Stupendo!! Ho letto qualcosa di Bianca Pitzorno da piccola, nella collana junior...ora ho avuto l'occasione di leggere questo libro e riscoprire questa bravissima autrice! Il modo in cui ricrea l'ambiente e lo stile della Francia ottocentesca è strabiliante, sembra quasi di essere lì, tra le strade di Parigi, immersi prima nella povertà e poi nei salotti e nel fervore culturale dell'epoca (che tra parentesi, dev'essere stato meraviglioso da vivere!!). L'idea di riprendere un romanzo famoso come Jane Eyre e raccontarlo da un punto di vista diverso, poi, è molto riuscita. Non scade nel banale e fa rivivere i personaggi sotto un'altra luce. Consigliatissimo!! :)
Bello, bello. Forse ha momenti un pò lento, ma è tutto fatto talmente bene che si perdona questa piccola pecca. Mi piace che l'autrice abbia preso come riferimento Il Grande mar dei Sargassi e che ne faccia, insieme a Jane Eyre, un quadro completo. cavvero trovo che Mr Rochester sia più a fuoco qui che nel romanzo originale. Io non l'ho mai sopportato e non gli perdonerò mai il suo voler disonorare Jane.
3 e mezzo! A mio parere da leggere gli amanti di Jane Eyre. E' un libro interessante e piacevole, forse non troppo scorrevole ma tutto sommato si fa leggere abbastanza velocemente.
Partita molto emozionata nel leggere finalmente un libro della Pitztorno. Mi ha stupito sotto diversi aspetti, partendo da una narrativa scorrevole dovuta allo scambio epistolare presente all'interno del romanzo. Se la prima parte del libro consolida le basi di quest'ultimo aiutandoci ad immedesimarci nella vita della protagonista Sophie, la seconda, ambientata in Inghilterra, ci fa rivivere la storia di uno dei più grandi romanzi della letteratura inglese, Jane Eyre, sotto un nuovo punto di vista. È un libro all'apparenza semplice, ma molto profondo, soprattutto per i temi ricorrenti per tutta la durata della storia.
Leggendo questo libro non potrete più pensare a Jane Eyre allo stesso modo. Non è un capolavoro quello della Pitzorno, ma sicuramente un libro gradevole che, si ispira a uno dei grandi classici della letteratura e ne copre alcune "lacune". Personaggi gradevoli, che strappano un sorriso in più di un'occasione, una narrazione fatta di lettere, diari e ricordi che non si spezza mai e non diventa mai noiosa. Lo consiglio a tutti gli amanti del romanzo, a tutti gli amanti dei libri storici visto la quantità (forse anche troppi a volte) di riferimenti a opere, personaggi della seconda metà dell'800.
Pur sapendo che era un retelling di Jane Eyre, mi sono immersa così tanto nella narrazione da non riconoscere nessun nome se non quando ormai è inevitabile. La prima parte nettamente migliore della seconda che soffre del cambio di narratore senza motivo e di un finale troppo buonista. I personaggi meravigliosi, in particolar modo Toussaint.
Nonostante i difetti il romanzo mi ha trascinato nella Parigi dell'800 e ho fatto fatica a staccarmene. Bellissimo!
Mah, sì, questo libro mi è piaciuto. Ho deciso di comprarlo, spinto dal fatto che ho letto “Ascolta il mio cuore” della stessa autrice, e mi era piaciuto talmente tanto che ho iniziato a considerare la Pitzorno una delle mie autrici preferite, forse la migliore in Italia, e poi perché una delle mie ultime letture è stata proprio quella di “Jane Eyre”. Sinceramente mi aspettavo qualcosa di meglio, quel non so che, presente nelle avventure di Prisca e le sue amiche (le protagoniste di “Ascolta…”); bisogna comunque dire che lo stile di Bianca si sente e la sua capacità di narratrice è riscontrabile, anche se in maniera minore che nell’altro; ed è riuscita a imitare lo stile di narrazione ottocentesco delle Bronte, almeno in parte. Inoltre, alcuni contenuti, termini, e frasi fanno di questo uno dei libri più maturi dell’autrice, mi sembra. La storia, almeno nella prima e ultima parte è molto bella; quasi ci si commuove comprendendo la storia dei vari personaggi, anche se la maggior parte ha una sorte positiva. La tematica principale della storia è il desiderio dell’abolizione della schiavitù, che fa di questo romanzo una finestra dalla quale, aprendola, esce uno sbuffo d’aria fresca che accarezza le guance e scompiglia i capelli; poi anche i diritti delle donne, l’abolizione dei pregiudizi tra i popoli, tutte ottime cose. Per questo, la storia è da consigliare. Ma anche perché offre i retroscena del grande romanzo di Charlotte Bronte, quale è Jane Eyre; sembra quasi di leggere Harry Potter e il prigioniero di Azkaban: grazie alla Giratempo, Harry e i suoi amici possono cambiare gli eventi e il lettore prima viene a conoscenza di essi, e poi di come sono avvenuti, ovvero a causa dell’intervento dei tre amici magici; allo stesso modo una persona che ha letto J E ha saputo delle cose, ma con questo libro, sa cosa è successo veramente al posto di quelle o contemporaneamente altre che riguardano altri personaggi. L’idea è molto bella, se non fosse che, per attuarla, bisogna modificare drasticamente il personaggio di Rochester, che da bizzarro, ma simpatico è diventato, perdonatemi i termini, un impacco di merda e un puttaniere. Anche Jane viene vista da Sophie come una sfigata imbalsamata e priva di sentimenti positivi, come quando ha sgridato la piccola Adele perché ha deciso di cambiare look! Che esagerazione! E Celine, che viene descritta da Rochester the original una baldracca, qui è vittima di un baldraccone (sempre passatemi i termini); ma almeno così è diventato un personaggio formidabile, è generosa, bella, talentuosa, dignitosa e coraggiosa (tutto con la fine in –osa ). Adele è maggiormente descritta e approfondita qui, e per questo risulta più tenera e dotata di tante qualità che nell’originale, dove sembra solo pronta a guardarsi allo specchio e a ricevere regali. Inoltre, durante il soggiorno a Thornfield, mi è sembrato di rileggere alcune pagine del romanzo originale, praticamente di buttare del tempo… ma tutto il resto, e escludendo l’imbruttimento dei personaggi, la vicenda è carina e abbastanza leggibile. E poi, ci sono informazioni e citazioni e spunti colti, che arricchiscono il tutto. Un aneddoto: ero giunto a buon punto del libro e sono andato in piscina. Mentre nuotavo a dorso, mi è venuta un’illuminazione: visto che la bambola è ingrassata, Celine la vuole subito, e Sophie ricorda che prima che arrivassero i nipoti cattivi la stava riempiendo di imbottitura, perché non dovrebbe averla riempita di documenti e gioielli? In tal caso, avendola in mano, riprenderebbe la memoria... Così è stato. A volte nuotare smuove le idee. Tornando al discorso della maturità di questo libro, non credo che i bambini/ragazzini sappiano cosa significa “orge” e cose del genere, più altri termini colti, se non scottanti; questo avvalora la mia tesi. Potrebbero creare dei dubbi, anche se io non ne ho avuto, e vabbè… Mi è piaciuta molto la struttura della narrazione, è stata una scelta carina. Da apprezzare i vari periodi della storia alternati tra loro fino a diventarne uno unico. Conclusione: sì, questo libro mi è piaciuto è mi sento di consigliarlo, ma è bene che si legga dopo Jane Eyre e si tengano presente entrambi, ma separati, perché non mi pare neanche il caso di odiare Mr. Rochester e Jane o “La bambinaia francese” perché in esso sono resi pessimi. Una stella per la struttura narrativa. Una stella per la storia narrata. Una stella per le tematiche, le informazioni, i riferimenti colti e le citazioni. Una stella per la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto quelli resi buoni e le situazioni che hanno creato, e per la bella idea di dar voce a tutti questi e di dare una nuova luce a questi e agli eventi. Quindi, sì, è da leggere.
Premetto che, in generale, non amo i retelling: secondo me non aggiungono aspetti rilevanti alla storia originale anche perché, nella maggior parte dei casi, fanno riferimento a visioni del mondo anacronistiche, essendo scritti in epoche successive. Ho letto questo libro dopo la rilettura di Jane Eyre perché mi incuriosiva (inoltre avevo letto recensioni entusiasmanti); a me, invece, non è piaciuto perché l'ho trovato, nella prima parte, troppo didascalico (interessante sicuramente, ma non avvincente) e, nella seconda, troppo distante dalla mia personale visione di Jane Eyre (uno dei miei libri preferiti, quindi non reagisco bene se viene maltrattato :P ). I personaggi sono tutti bidimensionali: o buoni (buonissimi sino a essere stucchevoli) o malvagi (da fare concorrenza a Crudelia Demon & co.) L'unico aspetto su cui concordo è la descrizione realistica e poco romantica di Mr. Rochester (uno dei tanti casi di romanticizzazione della brutalità nei confronti delle donne di cui è piena la letteratura e, ahimè, non solo).
If you, like me, have always loved Mr Rochester, maybe you won't love this book. But , to be honest, I must say this is such a well written novel that its author must be forgiven. In "La Bambinaia Francese", Bianca Pitzorno has turned Rochester, my Mr Rochester , into a horrible, wicked, unbearable character. Better to tell you the whole truth: in this story he is a racist, a class system supporter, a misogynist as well as a grumpy, violent man with no hope for redemption. Suffering for my Mr Rochester, I must also add that being so good, I think this novel should be translated in English so that the many fans of Charlotte Bronte's "Jane Eyre" might have the possibility to evaluate this original outlook on their favourite hero and heroine. The Plot The story takes place in Paris in 1832 On a winter evening Sophie, 9 years old, knocks at Céline Verens’s dooor. Céline is the étoile at Paris opera house. The little girl wants to deliver the shirts her mother sewed in the humble attic they lived in at Montmartre. It’s the beginning of a close friendship between the dancer and the poor orphan . Through the years Sophie becomes the favourite pupil of an old enlighted noble man who survived the French Revolution and the following disillusionment of the Empire and the Restoration. In the school run by this man, who is curiously called Citizen Marquis Sophie the most extravagant and miscellaneous group of pupils, but her favourite one is Haitian Toussaint, a little black slave given to her benefactress Céline by her lover , an English gentleman , Eduard Rochester. Together, Toussaint (Tussì) and Sophie grow up and learn the importance of education, knowledge, reading and writing as well as the respect for the others , all of them, whatever is their origin, race and class. Together they face every kind of dangerous adventure, first in France then in England, to save their protector from their persecutors and and little Adéle, her daughter, from the disquieting mysteries of Thornfield Hall. A book full of books Bianca Pitzorno wrote that this novel was the result of her personal reflections of Jane Eyre by Charlotte Bronte (1847) that she read and loved when she was 15. She said she wished to re-write it from a different point of view since she noticed some incongruences, though she considered it a real masterpiece : the proud, obstinate, independent little girl Jane, after fighting to survive at Lowood School , becomes a cold, detached governess to little Adèle. Then she didn't like theprotrait of little Adéle as frivolous and shallow . But this is a book full of ... books. To prepare to the task of writing her "La bambinaia francese", she read and researched a lot. Her main sources were all Charlotte Bronte's works, especially Jane Eyre and Villette. But also The Great Sargasso Sea. In this novel you'll also find a bit of Jane Austen's Northanger Abbey, Mary Wollstonecraft's ideals on women's rights and , her dauther's (Mary Shelley) original Gothic novel, Frankenstein. Ms Pitzorno also declares she freely borrowed characters from Dickens's Hard Times and A Tale of Two Cities. And then , many essays from Rousseau and about slavery, on children's educaton in 19th century. I'm afraid many of you won't be able to read this book. We'd need a publisher interested in a good translation! It has only been published in Italian!
Premessa: sono italiana ma, essendo la prima volta per me su goodreads, mi sono accorta solo dopo aver pubblicato questa recensione in inglese che si potesse scrivere anche in italiano. E vabè ahahah. Buona lettura in inglese, se vi va ;) Bianca Pitzorno has got a fresh and elegant style, but very suitable for teenagers! This novel was very romantic, exactly as France, were the main characters move. Besides, the novel recalls the classic "Jane Eyre" by a sweet point of view, suitable for children and young people. We can read about famous character as Victor Hugo, Delacroix, Voltaire and so on, and, nevertheless the protagonist didn't exist for real, when we read about Sophie and Toussant, for example, we only think they lived for real, in the France of 1800. Binca Pitzorno is always very kind in her novels and I love her for this detail. I would advice you to read "La bambinaia francese", you could fall in love with it!
Questo libro mi è piaciuto particolarmente. Racconta il passato di Adèle, la bambina di cui Jane Eyre è l'istitutrice, attraverso il punto di vista di Sophie, che nel libro di Charlotte Bronte ne è la bambinaia. Ho amato l'ambientazione del libro, prima Parigi, dove tra i personaggi che incontriamo ci sono Victor Hugo e George Sand, e poi nella desolata Thornfield, pervasa invece dal rigido bigottismo inglese dell'epoca. Edward Rochester, che già non mi piaceva in Jane Eyre, questa volta l'ho odiato con tutta me stessa. Se adorate i libri francesi scritti nell'800, questa storia, che ne è un'apologia, fa al caso vostro!
Super feuilleton che, dopo una prima parte che mi ha lasciata leggermente indifferente (per non dire annoiata a tratti) si risolleva in concomitanza con il suo intreccio Bröntiano e devo dire, migliora esponenzialmente. Peccato non essermi resa subito conto di "chi fosse chi", da un'amante di Jane Eyre quale mi reputo non me lo sarei aspettata, ma ho apprezzato molto l'intricata costruzione che l'autrice mette in atto per "mischiare" i due libri.
anche se non amo molto lo stile epistolare devo dire che �� stata una lettura piacevole ricca di informazioni storiche e culturali dell'epoca e non mancano i colpi di scena a tenere desta l'attenzione del lettore...e adesso non si pu�� fare a meno di leggere "L'Abbazia di Northanger" romanzo di Jane Austen pi�� volte citato da Sophie (la bambinaia francese).