Questa raccolta di dodici scritti inediti di Kurt Vonnegut, pubblicata postuma dal figlio Mark, è incentrata sugli orrori della guerra, le speranze di pace e di ricostruzione e le future minacce incombenti sul mondo. Dopo una splendida e commovente introduzione di Mark, in cui ci offre un ricordo personale ed intimo del Vonnegut scrittore, del Vonnegut padre e soprattutto del Vonnegut uomo, e una significativa lettera scritta nel maggio del 1945, alla fine della guerra, dal soldato Kurt ai suoi famigliari, tale raccolta si apre con l'ultimo discorso scritto da Vonnegut, che non fece in tempo a tenere personalmente, ma che venne letto dal figlio a Indianapolis nell'aprile del 2007, pochi giorni dopo la morte del padre: un esempio tipico del suo particolare stile oratorio che, con ironia, umorismo nero e un po' di cinismo, tocca argomenti dai più seri e impegnati ai più scanzonati e leggeri, saltando dagli uni agli altri in modo imprevedibile con freddure e battute di spirito, parlandoci di letteratura, storia, filosofia, religione, scienza, politica e antropologia, riflettendo su violenza, guerra, distruzione, morte, umana idiozia, razzismo e cambiamento climatico, esponendo la sua visione del mondo e le sue opinioni su Gesù e Karl Marx, capitalismo e comunismo, Stati Uniti e Cina, tortura e pena di morte, società e progresso tecnologico, famiglia e vecchiaia. Un vero e proprio testamento spirituale.
Riporto dall'Introduzione di Mark Vonnegut: “Scrivere per mio padre era un esercizio spirituale” (pagina 5). “Insegnava come narrare storie e insegnava ai lettori come leggere. I suoi scritti continueranno a farlo per un pezzo. Era ed è un sovversivo, ma non nel senso che crede la gente. Era la persona meno stramba che io abbia mai conosciuto. Niente droga. Niente macchine veloci. Ha sempre cercato di stare dalla parte degli angeli […]. Leggere e scrivere sono atti sovversivi di per sé. Quella che sovvertono è l'idea che le cose devono essere come sono, che tu sei solo, che nessun altro si è mai sentito come ti senti tu. Ciò che pensa la gente quando legge Kurt è che le cose sono più a portata di mano, e di molto, di quanto si creda. Il mondo diventa un posto un po' diverso solo perché hanno letto un libro. Pensate!” (pagina 9).
Ecco invece un concentrato dell'ironia caustica di Kurt Vonnegut, dal discorso di Indianapolis: “Come umanista, amo la scienza. Odio la superstizione, che non avrebbe mai potuto darci le bombe atomiche” (pagina 21). “Se Gesù oggi fosse vivo, lo uccideremmo con un'iniezione letale. Ecco quello che io chiamo progresso” (pagina 23).
Gli scritti successivi vanno dalla testimonianza autobiografica del bombardamento alleato di Dresda (“Da tutte le strade si alzeranno lamenti”), dal quale Vonnegut si salvò miracolosamente (e che fu al centro del suo capolavoro, il romanzo “Mattatoio N.5”), e che ha descritto in presa diretta, senza filtri e in tutte le sue atrocità e tragedie (per via delle sue denunce coraggiose, Vonnegut verrà definito “il romanziere della controcultura”), a quelli ambientati nell'Europa di fine conflitto, che mescolano verità e finzione e che ci mostrano sia le miserie dei soldati americani, sia le sofferenze della popolazione civile (“Cannoni prima del burro”, “Buon compleanno, 1951”, “Su con la vita”, “Spoglie”, “Solo tu e io, Sammy”, “La scrivania del comandante”), fino ad arrivare a racconti ambientati in un lontano passato di soprusi (“La trappola dell'unicorno”), in un presente appacificato e prospero ma non esente da strazi e dolori (“Milite ignoto”) o in una folle dimensione cronosismica scaturita a seguito degli assurdi orrori della guerra (“Gran giorno”, che gioca sull'ambiguità di un espediente fantascientifico, il viaggio nel tempo, utilizzato anche in “Mattatoio N.5”), per chiudere con il racconto di fantascienza vera e propria, “Ricordando l'Apocalisse”, che dà il titolo all'intera raccolta: una caccia al Maligno che perseguita l'umanità, una rivisitazione caustica e dissacrante di Armageddon, l'eterna battaglia tra Bene e Male. Perché anche di tutto questo, sembra suggerire Vonnegut, si può ridere. A denti stretti, ma si può ridere.
Suggestive illustrazioni e citazioni. È davvero irresistibile, unico, il modo con cui Vonnegut ci dice sempre la verità senza mezzi termini, fuori dai denti. Schietto e sincero, non teme di mostrarsi pensatore scomodo e fuori dagli schemi, ci dà consigli e perle di saggezza. Forse è per questa sua umanità che ci fa ridere e commuovere. Come nella vita reale, vissuta, anche nei libri non ci nasconde segreti, non ci tiene mai sulle spine, va sempre dritto al sodo (“Al diavolo la suspense!”, diceva). Già solo la lettura del primo racconto, quello maggiormente autobiografico, sul bombardamento di Dresda, vale l'intero libro. Una testimonianza preziosa, inestimabile. Un inno al pacifismo e all'antimilitarismo. Un messaggio per le generazioni presenti e future.