Il libro che Bolaño più amava tra i suoi è anche quello meno amato dai suoi lettori e, potremmo concludere, nessun autore forse è il miglior interprete di se stesso. Devo dire che dissento un po’ dai bolaniani e non posso dare proprio tutti i torti a Bolaño. Del resto Anversa (o Amberes, nell’originale) è un romanzo che non può non piacermi, nonostante abbia cercato di odiarlo per varie ragioni, che mi pare inopportuno discutere con estranei. Non può non piacermi perché Anversa è una specie di tela astratta, alla Kandiskij, dove persistono sul campo, appena abbozzati, lacerti di realtà, figure umane e scomposte. Questi sono gli unici elementi che il lettore ha in mano per decifrare un qualcosa che sembra avere un senso, ma forse non ce l’ha; che sembra non avere un senso e forse ce l’ha. In mezzo però a questa pista, si aprono squarci lirici impagabili, alcuni forse giovanili e pieni di sottile intemperanza; altri invece prodotti con estrema raffinatezza, sensibilità e gusto, come creati da un vecchio signore che ben conosce il mestiere. Non è un caso se questo fu il primo libro scritto da Bolaño e l’ultimo da lui pubblicato. Diciamo che in questo primo, primissimo Bolaño, c’è dentro tutto un mondo letterario, e anche un’avventura, l’intera avventura, per chi vorrà percorrerla.
Qualche sera fa discutevo con una cara amica di una poesia del giovane Bolano che mi piace postare qui, e citare sempre, perché è anche una di quelle poesie, forse non bellissima, in cui però ci ho letto una storia che parla di me e a me.
I cani romantici
A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non importava.
Né lavorare, né pregare,
né studiare la notte
insieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una camera di legno,
in penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E a volte mi guardavo dentro
e visitavo il sogno: statua eternata
in pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorce
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma crescere a quel tempo sarebbe stato un crimine.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui io resterò.
(Trad. Ilide Carmignani)
Questa poesia parla dei vent’anni.
I vent’anni sono il simbolo della giovinezza, ma in Bolaño si tingono sempre di una sfumatura polemica, iconoclasta. A vent’anni non si è solo giovani, si diventa anche pazzi. A vent’anni puoi perdere un paese, non importa quale, ma quasi sempre più è alto il valore di quella perdita e più il sogno che guadagni è forte e sei disposto a fare qualsiasi cosa pur di difenderlo, a qualunque costo. Te lo coltivi, e di notte lo visiti, a volte questo sogno è come una statua che tu hai costruito con questi pensieri un po’ inafferrabili, liquidi, perché la gioventù è fatta di slanci e gli slanci raramente sono ragionati, raramente hanno un senso; e a volte questo sogno è un verme bianco, una specie di lombrichetto che si contorce in qualcosa di più grande, di sfrenato, un amore selvaggio, assoluto, un amore che diventa come un sogno dentro un altro sogno. I cani romantici, questi giovani pazzi e furiosi, possono fare queste due cose: possono innalzare statue, possono far crescere un ideale, possono seguire senza sosta un mito e morire per esso oppure possono contorcersi nel fango, morire nel dolore di un amore non corrisposto, di un amore perduto. La gioventù romantica non sa fare altro.
Ma arriverà il tempo in cui qualcuno, i cani romantici non avranno difficoltà a riconoscerlo come l’incubo, quel qualcuno ti dirà: crescerai. Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto e dimenticherai. Quella sofferenza che ci avrà lacerato i fianchi, che ci avrà fatto perdere il senno, la perderemo, non ci rimarrà più nulla, dimenticheremo. Ci lasceremo dietro le immagini del dolore e del labirinto, ossia le immagini di quel percorso tortuoso che è la passione divorante degli anni giovanili. Anche Aldo Busi, ricordo perfettamente quel suo famoso incipit, lo dice con parole molto belle:
Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da oggi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato.
L’incubo una mattina ci sveglia e quel sogno che abitavamo da giovani, in cui tutte le angosce venivano cavalcate come destrieri alati, svanisce. E la vita ci mostra la sua parabola. Ma è molto bello quando vedi qualcuno che si stacca dalla coda. Io ho sempre in mente l’immagine della Magnani in Roma Città Aperta quando si lancia contro le camionette tedesche a rincorrere il suo amore, il suo sogno. Lì hai proprio l’impressione di una massa uniforme di gente, che si mette in coda con il biglietto, sono tutti in fila verso la morte, non importa se sarà domani o dopo qualche anno o dopo cent’anni, tutti moriranno, ma pochi si staccheranno dagli altri, pochi sapranno farlo come Anna, con la sua forza, mentre insegue il suo sogno. Ed è solo lei che i posteri ameranno e ricorderanno, non gli altri. Anna, come Roberto Bolaño, sembra dire a quell’incubo No, non mi avrai. Sono qui con i cani romantici, con coloro che sanno morire e vivere per il sogno.
E qui io resterò.