#M1
L’ammirazione e la paura sono sempre un po’ parenti
Avevo letto il padre infedele e mi era parso il romanzo di uno scrittore che non aveva l’abitudine di leggere. Chissà se a Scurati piaccia leggere i romanzi, sicuramente è uno che non si tira indietro di fronte alle carte, di quelle deve averne lette parecchie per allestire il suo M. Il figlio del secolo. Deve aver spulciato quotidiani, dispacci, decreti e corrispondenze private. Deve aver vagliato atti processuali e programmi elettorali. Dietro a questo libro c’è una documentazione pluriennale, è un romanzo innestato nella storia del nostro paese. Le licenze di Scurati sono credibili grazie ad un linguaggio da Istituto Luce, ad una prosa tardo ottocentesca. I punti di sutura fra storia e romanzo non sono in rilievo, le cicatrici sono delle macchie opache. La narrazione inizia nel marzo 1919, la mia lettura è iniziata cento anni esatti più tardi.
(Ho iniziato M. stamani. Sono soddisfatto, ho temuto fosse tutto in prima persona come il primo capitolo, invece ha virato in una benefica narrazione in terza. Scurati l’avevo bandito dopo un libro di narrativa, trovo invece che questa forma storico/romanzata gli si addica parecchio e che gli dia modo di sfoggiare un lessico ricco, vetusto, ricercato, appropriato. Mi son segnato dei Caimani del Piave, incursori che avevano la fama di gettarsi nudi in acqua di notte per scuoiare i nemici sull’altra sponda. Sono di fronte al problema dei reduci, sempre lo stesso dopo qualsiasi guerra. Su quelli del Vietnam Hollywood ha girato centinaia di pellicole, degli Arditi conoscevo solo il nome, non sapevo quando e come avessero operato).
Il fascismo l’ho studiato sommariamente a scuola, ricordo principalmente i racconti di mio nonno, nato nel settembre del 1922. Tutto ciò che c’è nel libro è precedente a quei racconti, la narrazione si interromperà a gennaio del 1925 e non sarà dato sapere della sorte dei personaggi principali di cui vengono raccontate le gesta. Non ho resistito alla tentazione di vedere le date che hanno delimitato la loro esistenza
Benito Mussolini (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883 – Giulino, 28 aprile 1945)
Margherita Sarfatti, (Venezia, 8 aprile 1880 – Cavallasca, 30 ottobre 1961)
Italo Balbo (Quartesana, 6 giugno 1896 – Tobruch, 28 giugno 1940)
Roberto Farinacci (Isernia, 16 ottobre 1892 – Vimercate, 28 aprile 1945)
Nicolò Bombacci, (Civitella di Romagna, 24 ottobre 1879 – Dongo, 28 aprile 1945),
Gabriele D'Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938)
Albino Volpi (Lodi, 21 settembre 1889 - Milano, 7 agosto 1939)
Amerigo Dùmini (Saint Louis, 4 aprile 1894 – Roma, 25 dicembre 1967)
Leandro Arpinati (Civitella di Romagna, 29 febbraio 1892 – Argelato, 22 aprile 1945)
Filippo Turati (Canzo, 26 novembre 1857 – Parigi, 29 marzo 1932)
L’unico di cui viene comunicata la data di morte è colui che viene ucciso in quegli anni
Giacomo Matteotti (Fratta Polesine, 22 maggio 1885 – Roma, 10 giugno 1924)
La vita di ciascuno di noi è incasellata in quelle due date: la prima la ripetiamo centinaia di volte, la seconda sarà affidata ai nostri custodi, se mai ne avremo.
Gravidanza, nascita, infanzia e adolescenza del fascismo. Scurati si occuperà anche di maturità senilità e morte in un secondo libro? Questa che ho letto non è un’apologia, non è un omaggio al figlio del fabbro di Predappio, è un libro che aiuta a capire come si evolsero gli eventi che lo portarono a Palazzo Chigi. Aiuta a comprendere anche l’odio inveterato che molti ancora oggi nutrono per D’Annunzio quando rinunciano a scindere l’uomo dal poeta, assecondando con ciò, si badi bene, la sua precisa volontà.
In ultimo una considerazione che credo sintetizzi il lavoro fatto da Scurati, riguarda ciò che il romanzesco aggiunge alla storia, in parte spiega perché leggere un romanzo sia più appagante che dedicarsi ad un saggio
Resta sicuramente il fatto che le titaniche forze del secolo contrapposte in una lotta mortale, se adotti la focale corta, se stringi l’inquadratura fino al primo piano dei volti, rivelano persone, non personaggi storici, e quelli hanno un’infanzia, una giovinezza, spesso comune, piccole idiosincrasie, manie, talvolta decisive, piccole vanità – il cranio raso da condottiero, la barba fluente da profeta – piccoli segni d’espressione agli angoli della bocca, o attraverso la fronte corrugata, e sono quelle minuzie, quelle simpatie o antipatie, quegli insulsi ricordi di bevute all’osteria, a tracciare nella vita, come nella storia, la rotta delle persone. L’odio implacabile dell’epoca è muto come una sanguinaria divinità babilonese. Gli uomini, però, si parlano.