Per fortuna mi sono accinta alla lettura di questo romanzo vecchiotto senza dare neppure un'occhiata ad altre recensioni, e così sono riuscita ad arrivare (facilmente, peraltro) in fondo senza alcun pregiudizio.
Allora, prima di tutto un applauso all'autrice per come ha sviluppato l'ambientazione: il romanzo si colloca nell'Inghilterra del 1277 (appena duecento anni dopo l'arrivo di Guglielmo I in terra d'Albione e mentre gli stati europei sono ancora coinvolti nella nona Crociata, quella, per intenderci che si concluse con la perdita di S. Giovanni d'Acri e la fine delle lotte in Terrasanta); ci viene offerto pertanto un medioevo spesso brutto, spesso sporco, quasi sempre ignorante e pure malevolo, dove terre e vassalli vengono distribuiti a seconda del favore del sovrano e possono essere già perduti con la generazione successiva, se non ci sono eredi e abbastanza truppe per difendere i castelli dai baroni confinanti.
Dunque, quello che viene prospettato all'inizio è un quadro non roseo, certo, ma pur sempre realistico.
Inutile dire che non ci si può lamentare se i rapporti personali sono improntati (come invece avveniva) all'insegna di una comune violenza o se il protagonista appare politicamente scorretto: stiamo parlando di un romanzo di genere romantico, vero, ma pur sempre storico. Non ci possiamo aspettare una sorta di storico fantasy, dove tutto si risolve sempre a colpi di sorriso (o, peggio, di istant-love).
Il padre di Hastings muore senza eredi: era normale che lei venisse data come "merce di scambio" a un altro nobile per unire i due feudi, ed era più che normale che Severin si aspettasse una moglie sconosciuta, ma docile e obbediente, con il compito precipuo di generare un figlio.
Sì, i due non si innamorano al primo sguardo; sì, passano metà libro ad azzuffarsi; sì, forse c'è poco romanticismo e le donne non se la passano bene. Ma l'epoca è quella, punto; altri periodi si prestano forse di più a trame con balli, picnic e corse in carrozza.
Al contrario, qui forse Hastings è addirittura troppo moderna nell'essere così istruita, nel pretendere rispetto e nel saper usare segreti di erboristeria per medicamenti e intrugli vari.
Nel complesso, il libro mi è piaciuto (molto) sino a tre quarti: personaggi interessanti, vicenda ricca e piena di inghippi.
Personalmente avrei terminato con la scoperta di Rosehaven (e non è uno spoiler, ma il titolo originale!): gli ultimi capitoli sono più frettolosi e pasticciati, dunque meno incisivi.
PS. Severin il serioso ha la pazienza di un santo; tutta la mia forte simpatia per lui, anche solo per le scenette con Trist.