La mostruosità della donna nel mito, nella letteratura gotica, nell’horror, nel true crime. Credo basti questa breve descrizione – molto approssimativa, me ne rendo conto – a evidenziare il difetto di questo saggio: troppo materiale da cui attingere e da analizzare.
Inevitabilmente, Doyle si è ritrovato a dover fare una cernita, puntando il faro dell’attenzione su questioni specifiche ed escludendone altre. E proprio questo, il principio con cui questa esclusione è stata attuata, invalida le fondamenta di questo saggio sbriciolandone la condizione di base necessaria a renderlo tale: non c’è rigore. Tutto è tratteggiato frettolosamente, citando ciò che serve a far quadrare i ragionamenti e le convinzioni dell’autore, per poi passare all’esempio successivo, preso da un altro campo e a volte poco coerente con quanto enunciato fino a quel momento. È un bel testo, scritto in modo molto godibile e scorrevole, ma allo stesso tempo mi è sembrato superficiale e furbo, un po’ opportunista.
Certo, su alcune questioni non c’è nulla da dire: che il patriarcato abbia minimizzato la donna, per secoli, riconducendola a modelli comportamentali asfissianti, è un dato assodato. Tuttavia, un’analisi di questo tipo – e intendo dire: così sommaria e poco approfondita – per certi versi ricade nel medesimo inganno del maschilismo: parlare di figlie, mogli e madri (ovvero delle varie declinazioni della donna “santificata”) ed escludere altre varianti di queste caselle fisse (tutte quelle riconducibili, se vogliamo, alla donna “puttana”) è perdersi, mi sembra, una buona fretta della mostruosità femminile. È come andare a cercare il nero nella massa bianca dimenticandosi che, laggiù, dove il candore finisce, da secoli esiste anche un fervente e convinto e coraggioso oscuro femminile. Che fine ha fatto, tutto ciò? Perché parlare solo di quando alle donne è stato imposta l’aura “mostruosa” e non di chi se l’è scelta? In entrambi i casi, alla radice di queste condizioni, c’è pur sempre il patriarcato.
Un esempio forse sciocco: nel libro si parla moltissimo di true crime, e di come, nei casi di assassini seriali, il mostro venga sempre ricercato in chi ha reso così spietato tale serial killer – spoiler: è sempre la madre. Mi sarebbe piaciuto, però, che l’analisi si spostasse anche sulle assassine seriali. Sono l’unico a trovare la figura delle infermiere “angeli della morte” estremamente intrigante? Mi sembra che, da un punto di vista femminista e all’interno di un’indagine sulla mostruosità, a riguardo ci sarebbe da dire moltissimo.
Insomma. Mi ha convinto fino ad un certo punto. Sarà che in alcuni punti la trattazione diventa quasi un discorso da pulpito populista, con idee pericolose quali “prendete la vostra mostruosità e date fuoco al mondo” – che sulla carta suona bene e mi vede concorde (è pur sempre il medesimo invito di James Baldwin e di tanti altri intellettuali del margine), ma che credo abbia bisogno di una riflessione un po’ più estesa, al di là della propaganda da bar, coinvolgendo tutta la mostruosità e soffermandosi un attimo su quali aspetti di essa vogliamo davvero scatenare sul mondo (ché suona molto come scoperchiare il vaso di Pandora, e riconduce, inevitabilmente, all’annosa questione del “può il patriarcato essere ribaltato con gli strumenti del patriarcato?).
Infine, proprio per dare spazio a questi momenti da micce in mano e molotov in giardino, io l’ho avvertito un po’ poco intersezionale – cosa che mi sembra un po’ un crimine dire ad alta voce, considerando che l’autore vive, in quanto uomo trans, in una condizione molto meno privilegiata della mia. È probabile che questa sensazione sia dovuta al mio essere un uomo cis e al maschilismo che stenta a morire (però a volte mi sembra che da me, femminista, ci si aspetti solo il silenzio e qualche cenno di assenso).
Mi restano comunque moltissimi spunti e nuovi (e vecchi) libri da indagare.