Perché io sono il significato che la gente mi dà come essere, e non sarei nulla se non ci fossero gli altri.
Un'altra di quelle letture il cui ricordo serberò per sempre nel mio cuore. La letteratura in generale mi affascina, ma quella classica, vittoriana, novecentesca, ancor di più, e non mi impongo mai alcun limite. Non mi alieno mai. Eppure, sul piano delle mie letture, ci sono ancora diversi autori che sono ancora isolati dal mio cerchio personale. Anche se ammetterlo, scriverlo, non è propriamente prudente, dignitoso, scrittori o scrittrici che più mi aggravano, ancora lontane e sconosciute. Non sarebbe dignitoso scrivere tutto questo perché sono autori che sono affini al mio essere e danno l’impressione di sapere esattamente cosa dire o comunicare alla mia anima, mettendo in discussione i motivi per cui il nostro conoscersi – per alcuni già accaduto, per altri non ancora – sia stato così tardivo: la mia sete di conoscenza è sempre più pressante, irrinunciabile, attraente, magnetica dotata di un eleganza naturale, spontanea, aumentata così a dismisura e così in fretta che ha già una sua forma, una sua importanza, e come certe visite in certi bellissimi posti, non ho bisogno di tempo o parole per tesserne le lodi ( gli stessi con le quali ho parlato e straparlato di autori come Murakami Haruki o Paul Auster o Philip Roth. Sono delle figure che un tempo erano anonime, quasi invisibili, che hanno adottato la retorica come forma quasi accidentale, veritiera, perché desiderosi di mettere qualcosa a posto dentro di loro. In definitiva, deliberatamente, affinchè il mondo potesse vedere a nudo la loro anima. In reltà, Sylvia Plath non fu meno emancipata di questi autori che ho citato, e forse non lo è mai stata dato che la nostra conoscenza è avvenuta quest’anno, dopo anni e anni di forti e incomprensibili aneliti. Emancipata lo è poi stata, ma non come avrebbe voluto essere. Poiché completamente sola, senza appoggi, senza confidenti, senza una vera e propria patria. Indipendente, ma fino ad un certo punto. Ambiziosa? Assolutamente, ma sensibile, fragile, incompresa, e irrimediabilmente attratta dalla scrittura, da quelle parole che avrebbero concepito calore, suscitato amore, assonanze e dissonanze fra generi, aspirazioni, ideali, mediante il quale potè raggiungere la felicità. Interpretare l’aspetto grottesco della vita da cui tutti vorremmo fuggire.
Sylvia Plath fu più ambiziosa di quelle donne scrittrici che ho avuto modo di conoscere, di tutte quelle indipendenti femministe messe insieme, con un discreto nugolo di uomini attratti da lei a cui si rivolse con modestia e un po’ di timore. Con quale diritto però si affermarono su di lei considerandola recidiva, questo non so dirlo. La Plath era consapevole di ciò a cui aspirava, di idee, ambizioni, coraggio, invettiva ne aveva a dismisura, ma il rispetto doveroso e corretto che avrebbe dovuto occupare un posto particolare nella sua vita fu l’aspetto più importante. Mi sono domandata, come hanno fatto gli << amici >> , i parenti, chi, in generale, gli stette accanto, a non vedere che era una donna timorosa della vita, dell’amore, persino di Dio? Non vedevano come fosse irrimediabilmente inconsolabile, fragile, introversa, ma dall’anima semplice e romantica? Be, sicuramente l’amore per la scrittura, la letteratura, per la Woolf o Philip Roth sortì un certo fascino a quella cerchia di virtuosi collegiali che le procurano un certo prestigio. Ma fu il suo rapporto con la stessa scrittura, il suo desiderio di riversare irrimediabilmente, quasi furiosamente, nero su bianco, le sue vivide impressioni, a colpirmi intensamente. Come scrittrice, poetessa, fu davvero eccezionale. Lei che si interrogò ripetutamente sulla determinata ostinazione di non aver sfruttato al meglio le sue capacità o possibilità, con la costante paura di non aver fatto abbastanza. Lei che fece parte di un tutto indissolubile, con tensioni attorcigliate, irragionevoli amori, sordide lealtà, condannata ad essere circoscritta in una sfera d’azione, di pensiero e sentimento rigidamente consolidati nella sua ineluttabile femminilità. La scrittura ha evaporato ogni paura, ha contrastato il mondo reale, ha dissipato ogni dubbio, perplessità, inducendola a vagare come uno spettro in una landa desolata, poco confortevole, senza nessuno, in silenzio, e drasticamente coinvolta. E come non restarne affascinati, sedotti da tutto ciò? Questo, in certe situazioni, potrebbe essere considerato come un’interpretazione distorta dell’anima, quasi una visione mistica di ciò che ottenebra e offusca i nostri sensi. Ma la Plath li rese classificabili, dotati di “vita” in un buco arretrato come quello in cui fu costretta a vivere, di cui sfido chiunque sarebbe impossibile non esserne coinvolti. Perché diavolo non ha trovato la forza di rialzarsi, rinascendo dalle sue stesse ceneri? Che l’essere debole e fragile rientrasse nel suo temperamento, che certe situazioni non mi siano andate a genio, non dovrebbe suscitare scalpore.
C’è stato però, in particolare, un legame fra noi che mi ha permesso di comprenderla nell’immediato. Pieno di animosità, in sintonia col mio essere coraggioso, intraprendente ma introverso, che crede ancora di non aver letto abbastanza per conoscere la vita. Non aver vissuto pienamente quelle idee letterarie o artistiche indipendenti o rivoluzionarie, che sono parecchie diverse dalle mie ma che concretizzano la mia idea di passato. Intellettualmente ancora distante a ciò che aspiro, ma sempre lieta nel constatare come anche la Plath ha proiettato la sua aura profetica su di me. A fine lettura, col forte desiderio di leggere ancora di lei, << corteggiarla >> come si deve, di stabilire chiaro e tondo i motivi imprescindibili per cui è necessario non smorzare questa nostra conoscenza. Con pagine di diario che mi hanno sconcertato, incantato, manovrato ed interessato invariabilmente al passato.