Ogni libro per bambini/ragazzi ha bisogno di un cattivo. Qui il cattivo di turno è l’eroe di un’altra storia, romantico-gotica, per adulti, Jane Eyre. La protagonista è invece quella che nel romanzo di Charlotte Bronte è solo una comparsa, la bambinaia francese che accompagna a Thornfield la “pupilla” di mr Rochester, Adele Varens.
Se non avete mai letto Jane Eyre vi sarete già persi a questo punto ed è normale. Se invece l’avete letto avrete compreso che il libro di Bianca Pitzorno è molto diverso dalla storia raccontata dalla Bronte e che probabilmente (succede al 90% dei lettori di Jane Eyre) avete amato.
Il libro, per stessa ammissione dell’autrice nella postfazione, vuole rendere giustizia a tutti quelli che in Jane Eyre vengono messi in cattiva luce (francesi, bambini e servitù) e, per riuscire in questo intento, il mezzo usato è la denigrazione di coloro i quali del romanzo originale sono protagonisti. Attenzione, dico “protagonisti” e non “buoni” perché i protagonisti di Jane Eyre, mr. Rochester in primis, sono tutt’altro che buoni. E’ facile quindi che il loro lato oscuro si presti ad essere esaltato in un racconto come questo che assume il punto di vista di un terzo estraneo e straniero: la bambinaia francese appunto. Le storie cambiano a seconda di chi le racconta e quello che vive e percepisce Jane Eyre (e racconta in prima persona nel romanzo della Bronte) ora è raccontato attraverso l’esperienza e la percezione di Sophie, la bambinaia di Adele.
Il romanzo racconta la storia di Sophie che, rimasta orfana a nove anni, viene adottata dalla famosa ballerina d’opera Celine Varens. La donna la accoglie in casa sua dove la bambina può studiare, insieme a un ragazzino di colore che mr. Rochester, il marito (si il marito!) incostante, burbero e severo, ha regalato alla donna. I due vengono educati da un nobile illuminato e illuminista, il cittadino Marchese, agli ideali della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità con metodi di studio all’avanguardia e tanto buon senso. Quando il cittadino marchese muore e lascia tutto alla figlioccia madame Varens, la situazione precipita e la donna viene incarcerata con l’accusa, rivoltale dai nipoti, di aver circuito il vecchio marchese per appropriarsi dei suoi beni. Sophie si prende allora cura della figlia della benefattrice seguendola fino in Inghilterra, dove mr. Rochester, padre della bambina, la porta per prendersi cura di lei visto che la madre si trova in prigione. E’ inutile fare un resoconto dettagliato degli eventi, anche perchè molti si sovrappongono a quelli di Jane Eyre, potrei elencare invece, per chi ha letto il romanzo della Bronte le cose che troverà del tutto cambiate nella versione della storia raccontata dalla Bambinaia di Adele (e quindi dalla Pitzorno):
- Rochester è quello che ho ribattezzato “uno sposo seriale”. Va in giro per il mondo a sposare donne per poi abbandonarle. Nel mettere in dubbio la descrizione che la Bronte fa delle ballerine francesi (per bocca di Rochester), le carte in tavola vengono stravolte. Non è la ballerina che è una seduttrice, ma è lui che, non è un seduttore, ma uno che seduce e poi sposa le donne sedotte (anche se la ballerina, di cui sembra avere così poca considerazione, ha già ceduto al suo fascino, tanto che l’ha sposata già incinta). Non solo. Lui è così senza cuore che si prende a carico una bambina che la donna, in un momento di rabbia, gli ha confessato non essere sua figlia, e la vuole tenere in Inghilterra, lontana dalla madre anche se è sicuro di non avere legami di sangue con lei. Un comportamento da psicopatico, praticamente. Non che Rochester fosse una persona normale,il raggiro che organizza per sposare Jane Eyre è degno di un folle, ma il fatto che lo abbia fatto alte volte (e niente a questo punto ci vieta di scrivere il punto di vista delle altre sue amanti, nominate in Jane Eyre, e dire che le ha sposate tutte) è quanto mai inquietante.
- Jane Eyre è una rigida, antipatica, fredda e inquietante istitutrice. Avete presente quegli esseri terribili e antipatici che descrive Blanche Ingram? Ecco. Non importa alla Pitzorno che sia descritta dalla Bronte come una giovane donna intelligente, dignitosa e forte. Uno spirito che brucia, piegato, ma non spezzato dalle regole che è costretto a seguire. Quella Jane che provava attaccamento per Adele, che era l’unica a trattarla come un essere umano, quella Jane che affermava che un essere umano, anche una donna, non si accontenta della serenità, ma vuole l’azione e non farà che cercarla, finchè non l’avrà trovata, quella Jane, la Jane di Charlotte Bronte, non c’è più. C’è la fredda e grigia istitutrice che sgrida Adele ad ogni movimento e che le insegna, secondo la sua bambinaia (una ragazzina francese di 17 anni a conoscere fisica, biologia, astrologia, meccanica ecc ecc) “chissà cosa”.
- Santa Cecile Varens da Parigi è una perseguitata martire che, finalmente fuori dai guai, rivuole la figlia, ma il perfido Rochester tiene prigioniera presso di se. Una bambina che disprezza, che non è sua e che vede come un problema. Perché non la rimanda in Francia? Nessuno lo sa. Cattiveria probabilmente.
- Bertha Mason è l’unica amica di Adele a Thornfield, perché si sa, i pazzi vanno d’accordo solo coi bambini. Infatti Grace Poole spesso faceva salire a “giocare” con la signora bambini di mendicanti che passavano da Thornfield (eh?) con i quali lei non era né violenta, né scostante. Anche qui come nel romanzo di Joan Rhys, Bertha è una vittima dell’orco Rochester. Anche qui, come nel romanzo della Rhys, per motivi assolutamente inspiegabili Rochester se la porta dietro in Inghilterra per farsi rovinare la vita. Tutte le autrici che scrivono sequel o prequel di Jane Eyre, in questo sono concordi: Edward Rochester ama caricarsi di pesi, solo per poi essere tormentato e lamentarsene.
- La schiavitù è un tema portante e fondamentale. Protagonista insieme a Sophie è un ragazzino di colore, Tuissant che è stato regalato a Celine Varens da Rochester (si, è anche schiavista convinto). Questo aspetto è, devo ammettere, possibile e molto probabile. La schiavitù era probabilmente ancora in vigore quando Rochester sposò Bertha Mason in Giamaica perché è solo nel 1833 che la Gan Bretagna ha abolito la schiavitù in tutti i terrori. Ovviamente tutti i protagonisti francesi sono anti schivitù (anche la Francia all’epoca non l’aveva ancora abolita, ma sono dettagli spiegabili con il fatto che in un libro per bambini gli eroi devono fare da esempio educativo).
- Tutto il finale del libro viene riscritto. Bertha non muore e Adele non va in collegio e non viene trattata come una figlia da Jane (che alla fine del romanzo della Bronte racconta di averla tolta da un collegio dove la trattavano male e l’aveva iscritta a una scuola più tollerante e vicina a casa). Entrambe vengono salvate durante l’incendio e vengono riportate in Francia. Alla fine della fiera, tutti (ma proprio tutti) si trasferiscono ai caraibi.
In conclusione di questa disamina, mi rendo conto un po’ troppo dettagliata della trama (ma era necessario, perché Jane Eyre è uno dei miei libri preferiti), devo però ammettere che, al di là delle incongruenze e la palese ostilità verso il modo i cui vengono descritti i personaggi dalla Bronte, è una piacevolissima lettura. La Pitzorno ha infarcito il libro di riferimenti letterari (Hugo e Jane Austen i più frequenti) e, se si dimentica il libro originale, non puoi fare a meno di parteggiare per gli straordinari personaggi descritti in questa versione della storia. Sophie, il cittadino marchese, Tuissant e la stessa Adele sono personaggi ben descritti, sfaccettati, profondi e divertenti. E’ un libro istruttivo e ben documentato anche se non so quanto un bambino di 12 anni possa comprenderlo. Anche se è scritto con uno stile semplice, a volte le spiegazioni possono essere difficoltose per un bambino e anche l’alternarsi di racconto in prima persona e stile epistolare non rende facile orientarsi attraverso la trama. Credo sia più adatto a un adulto che ha già letto Jane Eyre. Si arrabbierà, storcerà il naso, ma poi si dovrà arrendere perché anche questa, come tutte le storie, può avere diversi punti di vista e quello della Pitzorno è così affascinante che, anche se ogni tanto scappa un “ma va!”, alla fine piace.
p.s. Se potessi rivolgere una domanda all’autrice sarebbe questa: davvero crede che una bambina di 10 anni cominci a scrivere parole inglesi tra quelle della sua lingua madre, appena mette piede in Inghilterra? Apprende attraverso l’aria?