Nel portafoglio ho un santino di Santa Rita. Non sono credente e non sono devota, prima di questo libro non sapevo nemmeno di chi fosse protettrice e quali fossero le sue caratteristiche, ce l'ho lì da almeno 10 anni perchè è un ricordo di famiglia.
Grazie a questa raccolta di racconti ho scoperto che Santa Rita è la santa degli impossibili, avvocata delle cause perse, protettrice delle donne infelici e dei casi disperati. E ho capito che tutto torna.
E, nella mia infinita presunzione, ho anche pensato che Schmitt abbia quasi voluto strizzarmi l'occhio, come a dire "Eeeehi tu e questo libro avete un legame"; per carità, so che non è così, ma ogni tanto fa bene pensare a cose impossibili, oh c'ho sempre e comunque Santa Rita a proteggermi!
Tornando alla raccolta di racconti... anzi no. Prima parlerò di Schmitt. Io Schmitt l'ho incontrato, al Festivaletteratura. Sono andata al suo incontro con la stessa disposizione d'animo di chi va in udienza dal Papa. Quando gli ho chiesto l'autografo e gli ho dato la mano ho sentito una bella energia positiva; per me lui è un uomo saggio. Anzi, Saggio. Cioè non so, c'è chi venera Osho o chi crede nelle boiate filosofiche di Coelho o chi ancora si perde dietro a qualche pseudofilosofo di salcazzo, ecco, io venero E.E. Schmitt. E' proprio un'adorazione di tipo religioso, anche se probabilmente lui non sarebbe molto d'accordo.
Ecco, adesso posso tornare ai racconti. Che sono 4. Anzi 5, per me è un bellissimo racconto anche il diario di bordo tenuto da Schmitt alla fine del libro.
Ora sto per fare una cosa che non si dovrebbe mai fare. Recensisco il libro ("finalmente!" qualcuno dirà) usando le stesse parole dell'autore. Oh, se Schmitt è Saggio e le indovina tutte non è mica colpa mia.
Comunque sia, a differenza di quanto si pensa un libro di racconti è davvero un libro, con un tema e una forma. Benché i racconti possiedano un'autonomia che permette di leggerli separatamente, nel mio caso fanno parte di un progetto globale che ha un inizio, un centro e una fine. L'idea del libro precede i racconti, li convoca e li crea nella mia immaginazione. [...] Non faccio un mazzo mettendo insieme fiori sparsi, cerco i fiori in funzione del mazzo. (io non avrei saputo dirlo meglio, se qualcuno ci riesce meglio per lui)
Così uno legge i racconti e non trova analogie particolari. I protagonisti sono diversi, le storie sono diverse, sono quattro storie proprio agli antipodi. L'unico legame è Santa Rita (proprio lei) la patrona delle cause perse, la santa dell'impossibile. E' un bagliore talvolta ironico, talvolta scatenante, talvolta cinico e talvolta portatore di speranza. Il suo ripetersi ha l'ambiguità del bene: ciò che appare buono a uno suscita la disgrazia dell'altro. [...] Santa Rita è un oggetto che non racconta, ma attraverso il quale ci si racconta. E' un motivo ricorrente. Non una spiegazione data da me, lo scrittore, quanto piuttosto una frecciata, uno stimolo, un nocciolo misterioso che deve costringere il lettore a riflettere.
Ma ci deve essere dell'altro. E infatti c'è. Senza scendere nei dettagli dei vari racconti, la chiave di lettura vera, che si coglie solo alla fine, è questa: gli esseri umani si smarriscono nei corridoi del tempo, non vivono quasi mai gli stessi sentimenti in contemporanea, ma sono anzi sottoposti a dolorosi sfasamenti.
E cazzo se c'ha ragione! Perdonatemi ma io non sono poetica come Schmitt, desolée.
E' proprio così, al di là di tutto, delle storie, delle trame, dei personaggi, è una raccolta sugli sfasamenti amorosi (ok, lo ammetto, anche questa è sua, ma che ci posso fare eh?), sul mancarsi, a volte anche per un pelo, sulla distanza che c'è tra noi e le persone a cui vogliamo bene. Se uno il filo conduttore non lo vuol vedere pazienza, il libro se lo legga lo stesso, restano degli ottimi racconti scritti da un autore poetico, lieve e umano, che descrive le donne meravigliosamente (mi rende fiera di essere vaginodotata!), da uno che non ha bisogno di urlare, di inventarsi assurdità pretestuose, di trovare situazioni al limite per far breccia nel lettore, in pratica un autore più unico che raro, l'equivalente umano di una pantera albina a strisce bianche e lillà.
Altre piccole perle
Quando la volontà si combina all'intelligenza, l'uomo diventa un animale frequentabile.
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"Come fa a setacciare, a operare una distinzione fra tutti questi libri?" gli chiedo (ndMD: Schmitt a un critico letterario).
"Conto i morti"
"Eh?"
"Conto i morti. Più di due morti è un libro commerciale. Uno o due morti è letteratura. Niente morti è un libro per bambini.
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L'altro giorno, notando che alcuni storcevano il naso nei confronti dei racconti, come se le storie corte indicassero pigrizia o stanchezza dell'autore, mi sono chiesto il perché della scarsa considerazione che questa forma d'arte gode in Francia nonostante Maupassant, Daudet, Flaubert, Colette o Marcel Aymé.
Preferire il romanzo al racconto mi sembra un atteggiamento alquanto piccolo borghese, lo stesso che spinge il signor e la signora Fromage a comprare un quadro a olio per il salotto anziché un disegno perché "un disegno è troppo piccolo, non si vede da lontano, e poi non si capisce mai se è finito".
Mi chiedo se non sia cattivo gusto da ricchi pretendere una scrittura a pasta piena, capitoli con descrizioni, dialoghi con lo spessore di una chiacchierata, esigere informazioni storiche se il romanzo si svolge nel passato o servizi giornalistici se è una storia d'oggi. In pratica vengono apprezzati la fatica, il sudore, la competenza assodata, il lavoro che si vede: si desidera mostrare il pezzo agli amici, dimostrare loro di non essersi fatti fregare dall'artista o dal mercante.
"Con un romanzo di ottocento pagine" afferma il nostro signor Fromage "hai la sicurezza che l'autore ci ha lavorato sopra".
Appunto, forse no...
Ci vuole tempo a ridurre un racconto all'essenziale, a evitare le peripezie inutili, a ridurre una descrizione a una suggestione, a pulire la scrittura e togliere ogni autocompiacimento dell'autore, è un compito per il quale sono necessarie ore di analisi e di critica.