La seguente recensione contiene semi-spoiler, ma tanto è tutto così prevedibile che se vi spiattellassi i dettagli non ve ne accorgereste nemmeno. Quindi, se vi va, leggete lo stesso.
Tutto ciò che c'è da dire riguardo alla conclusione de I regni di Nashira è perfettamente riassumibile nel seguente assunto: il pathos è pari a zero.
Gran parte dei difetti che questo romanzo ha, se non tutti, sono infatti riconducibili a questa grave, immensa, vorace, spropositata lacuna. Vi farò due esempi banali.
Come si è scoperto già nel libro precedente, Saiph è tornato dal regno dei morti per motivi ancora ignoti. Già dai primi capitoli, dunque, il lettore comincia a pregustare le gioie del ricongiungimento tra il ragazzo e i suoi compagni; non fosse che, non appena il gruppo si riunisce, tutti cominciano subito a parlare della missione, così, con rilassatezza e savoir-faire, come se il povero cristo -date le circostanze, forse dovrei scriverlo con la maiuscola, ma tant'è- fosse stato soltanto mandato al bar e finalmente si fosse rifatto vivo con il caffé. Poco ci mancava che lo rimproverassero per il ritardo.
Esempio numero due: non dirò a chi mi riferisco, ma Il destino di Cetus contiene un numero che non specificherò di morti di un certo peso. Benissimo. Avete presente quando c'è una mosca che vi ronza intorno, voi afferrate il primo giornale che vi capita a tiro e senza neppure guardare la spiaccicate contro il muro? Ecco, queste sono le morti di questo libro.
Molto interessante, invece, la connessione esistente tra l'immortale popolo degli Shylar e la Catastrofe periodicamente causata dai due soli, ma anche lì, lo sviluppo è praticamente inesistente. Non viene data alcuna spiegazione soddisfacente del perché e percome il ciclo delle due stelle sia legato a un macchinario che si trova sul pianeta, vengono fatte allusioni sommarie e fuori luogo al fatto che gli Shylar sono in realtà alieni venuti da un altro mondo con astronavi avanzatissime e la situazione si risolve nel giro di poche pagine con tanta celerità da portarti quasi a chiederti cosa te li sei letti a fare quattro libri interi se alla fine era tutto lì. Non so, può anche trattarsi di un'impressione puramente soggettiva, ma mi è parso tutto alquanto arbitrario.
Ultimo tasto dolente: Talitha. Di una passività sconcertante. In questo libro, giuro, non fa letteralmente niente. Se non ci fosse stata, la trama sarebbe andata avanti lo stesso e con la massima tranquillità.
Per concludere, un sacco, un'immensità di materiale promettente lasciato allo stato brado, incolto. Il mio voto non cola a picco perché la leggibilità resta -anche se mi sembra che lo stile di Licia vada peggiorando di libro in libro e che alla Mondadori, visti i refusi presenti nel testo, i suoi manoscritti, prima di mandarli in stampa, manco li leggano più- e perché come finale di saga si comporta degnamente: chiude tutte le questioni che aveva lasciato aperte. Se lo faccia bene o male, questo tocca ad ogni lettore deciderlo per sé.