Vorrei tornare a casa
“Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,/il riflesso del vostro volto, i vani palpiti di vane ali.../fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi”. A. Achmatova
Il romanzo Forse Esther di Katja Petrowskaja è un'opera autentica e struggente e intensa sulla shoah e sull'essere umano, una genealogia affettiva e storica che cerca di elaborare una passione, un rituale e restituire al lettore il senso di una pulsazione, di una permanenza, dove sfidare il tempo della morte in una riunione familiare in cui volti, voci, gesti e racconti escono nudi dall'oscurità, mentre si prova a entrare nell'alterità colpevole, attraverso una ricerca amorosa per il prossimo, e liberarsi dal discorso della vittima, in una narrazione non lineare, dialogica, deviante, digressiva e riflessiva, che segue l'impulso a cercare ciò che è scomparso, il destino singolo nel passato storico, spirituale e esistenziale. Pietro Citati ha accomunato l'opera dell'autrice ucraina, che ha ricevuto il premio Strega Europeo e il premio Ingeborg Bachmann, a Austerlitz di Sebald e ai Quaderni di Simone Weil e la sua riflessione si sofferma su questo dettaglio: “Il racconto della Petrowskaja si estende e si allarga e raggiunge i tempi della madre: i tempi della persecuzione sovietica e nazista. Prima i processi del 1936-38. Poi i massacri del 1941 a Babij Jar a fine settembre quando Kiev, la più antica città russa, dove da un millennio vivevano ebrei, diventò all'improvviso Judenfrei - ripulita dagli ebrei. Trentatremilasettecentosettantuno persone furono uccise in solo due giorni”. E tra le cento e duecentomila persone in due anni: prigionieri, partigiani, donne, zingari, dissidenti, malati e diversi, innocenti nel tempo sospeso di guerra e distruzione. Katja Petrowskaja è nata a Kiev, ha svolto studi umanistici a Tartu, si è laureata in lettere a Mosca, dal 1999 vive a Berlino e ha scritto in tedesco. Tedesco che per lei è la lingua che non sa ascoltare, lingua muta, lingua del nemico: lavorando con la sua alterità ha deciso di scrivere questo testo straordinario e meraviglioso per dare voce a domande che non trovano risposta, per formare concretamente il ritmo della storia universale, di una memoria nomade che si esprime tra danza e canto: “chi ci sussurra storie che non hanno testimoni?”, e poi “ma come si poteva credere a simili voci?”. L'autrice appartiene a una famiglia multietnica e plurale nel linguaggio culturale: insegnanti e logopedisti, un contadino, un fisico, un agitatore, un eroe di guerra, un poeta. Luogo di leggende e eredi di sopravvivenze e altruismo, perché chi aveva dubitato non era sopravvissuto, mentre chi è vivo ha maturato una propensione all'infelicità, “come se soltanto dell'infelicità valesse la pena parlare, mentre la felicità era vuota”, perché “noi dobbiamo la nostra vita a una finzione”. E ancora: ”La sensazione della perdita si affacciava senza preavviso nel mio mondo peraltro sereno, aleggiava su di me, stendeva le sue ali, e io mi sentivo priva di aria e di luce, per una mancanza che forse non esisteva affatto”. E' un viaggio iniziatico nella storia del mistero del mondo ebraico, camminando all'indietro nel cuore dell'Europa novecentesca, di un'umanità perduta nei campi e nella memoria, nelle tracce invisibili di Auschwitz e Mauthausen, e la scrittrice ricostruisce e riannoda, perché il ricordo è l'unica prova dell'esistenza del passato, fallisce nel silenzio della parola, il silenzio che regna quando bastano gli sguardi, la lingua muta degli esclusi, degli orfani salvati a centinaia in scuole e asili, le lingue ferite e minacciate, yiddish, polacco, ucraino, ebraico, russo, tedesco, le città della fuga e della diaspora, Kiev, Mosca, Varsavia, Berlino. Petrowskaja non crede che esistano estranei quando si tratta di vittime, ogni essere umano ha qualcuno nei luoghi del male e del nulla: l'autrice utilizza una scrittura frammentaria, analogica e introspettiva, mettendo così in scena, con ironia attualizzante, una rielaborazione empatica e un'autobiografia collettiva, in un dettato corale e drammaturgico, che ha qualcosa di remoto, di un'identità in cambiamento e in estensione, contraria al sentimento dell'odio. Petrowskaja muove verso l'incertezza, temendo di non poter imparare nulla, e incontrando se stessa su una sponda morale creata nel narrare e nella parola, che è vincolo e punto debole, opposizione e tormento: “ Forse si scrivono così i romanzi. Oppure anche le fiabe. Siedo in alto, e vedo tutto! A volte mi faccio coraggio e mi avvicino e mi metto alle spalle dell’ufficiale, per ascoltare di nascosto la conversazione. Ma perché mi voltano le spalle? Giro loro attorno, e ne vedo solo le spalle. Per quanto mi sforzi di guardarli in volto, di vedere i loro volti, quello di babuška e quello dell’ufficiale, per quanto allunghi il collo per riuscire a vederli e tenda tutti i muscoli della mia memoria, della mia fantasia e della mia intuizione – non funziona proprio. Non vedo i volti, non capisco, e i libri di storia tacciono”. La germanista Anna Chiarloni ci ricorda che tutto accade adesso, come l'inferno dei lager e dei gulag, perché sulla pagina prendono vita i fantasmi ambigui della conoscenza, si anima un atto di resistenza che vuole aprire una dimensione metafisica :“Corpi offesi, a grappolo sulla pagina, tra spazi vuoti in cui si legge il silenzio del lutto. Sfilano cognomi migrati nella diaspora, identità mutate e timbrate dai diversi passaggi di regime e confine nell'Europa tra Otto e Novecento”. Tutto sembra lo sviluppo di una condizione di dolore disperato, di ritorno nostalgico e scontento a un'ideale casa di infanzia, con l'appartenenza a una heimat europea condivisa e sofferta.
“lo so, dovrei avere paura, non vorrei nemmeno guardare, lo so, se ci si lascia invadere da questa paura si diventa di pietra, come alla vista di medusa, della gorgone, questa paura è la stessa medusa, ma io ho una protezione, il mio scudo, il mio nome, il mio nome porta in sé una pietra, pietro, pietro, una pietra, grazie a un nonno, è valsa la pena cambiare nome, non mi pietrificherò, e sono per di più innocente, caterina la pura, l'immacolata, potrei guardare la medusa, ma qualcosa mi trattiene, come se fra stern e me si frapponesse un eroe con tanto di scudo, perseo, che tiene stretto uno scudo su cui vedo rispecchiarsi medusa, non direttamente, ma in rifrazioni di paura, paura in schegge, vedo schegge di paura, mi feriscono, ovunque c'è un prezzo da pagare, un brandello d'anima da cedere, no, all'inizio non vogliono comprare l'anima intera, solo alcune parti, la quota di iscrizione al sindacato, al giovane partito, al proletariato, ingranaggi, siamo tutti ingranaggi di un grande congegno, e se hai dolori fantasma, non piagnucolare, fa' piuttosto una battuta di spirito, e adesso sorridere, prego, solo uno scatto, per così dire, affinché sia più dolce la transizione, ridere ti allunga la vita, presto riposerai anche tu, io non ho paura, perseo mi tiene il suo scudo davanti agli occhi, immagine riflessa dell'orrore, istinto di sopravvivenza”.