In their international bestseller Empire, Michael Hardt and Antonio Negri presented a grand unified vision of a world in which the old forms of imperialism are no longer effective. But what of Empire in an age of “American empire”? Has fear become our permanent condition and democracy an impossible dream? Such pessimism is profoundly mistaken, the authors argue. Empire, by interconnecting more areas of life, is actually creating the possibility for a new kind of democracy, allowing different groups to form a multitude, with the power to forge a democratic alternative to the present world order.Exhilarating in its optimism and depth of insight, Multitude consolidates Hardt and Negri’s stature as two of the most important political philosophers at work in the world today.
Michael Hardt is an American literary theorist and political philosopher perhaps best known for Empire, written with Antonio Negri and published in 2000. It has been praised as the "Communist Manifesto of the 21st Century." Hardt and his co-author suggest that what they view as forces of contemporary class oppression, globalization and the commodification of services (or production of affects), have the potential to spark social change of unprecedented dimensions. A sequel, Multitude: War and Democracy in the Age of Empire, published in August 2004, details the notion, first propounded in Empire, of the multitude as possible locus of a democratic movement of global proportions. The third and final part of the trilogy, Commonwealth, appeared in the Fall of 2009.
Neologismi e nuove accezioni, a quale pro? E' un testo dichiaratamente filosofico (lo dicono gli autori). Non ho mai amato particolarmente la filosofia. Il testo di per sé cerca di essere particolarmente complesso, cerca di vedere le cose da una prospettiva ampia (fin troppo), con il risultato, secondo me, che più si cerca l'astrazione, più la vera definizione della realtà sfugge all'occhio di chi cerca di descriverla. A leggere Moltitudine, mi sembra di vedere l'ossessione dei fisici di cercare la legge universale che include tutte le altre e completa la quadratura del cerchio. Bene, ciò detto, non mi soffermerei su tutti i temi del libro, che sono in realtà ben pochi: tre. Il primo è la guerra, all'interno del mondo-impero (non ho letto il precedente testo, ma mi sembra che sia un modo un po' più sdolcinato di considerare la "globalizzazione"). La lacuna principale di questo testo, è il considerare esclusivamente la storia umana dall'epoca moderna, ogni tanto ci si lancia in piccoli paragrafi "ah ma la roma imperiale, i mercenari...". A leggere gli autori, sembra che il terrorismo, i "partigiani", i terroristi, la lotta "partigiana" che rompe gli schemi della guerra di parata del 1800 e la guerra di massa, territoriale, tra stati, sia una un'invenzione del Ventesimo secolo. Ok, e la resistenza a Napoleone in Spagna? Per citarne una. Oppure la guerriglia che si trovarono ad affrontare nella penisola iberica e in Portogallo i romani quando invasero quella porzione di Europa? A me tutte queste considerazioni degli autori sembrano un tentativo nel 2004 di dare un senso all'11 settembre 2001, con il concetto di guerra continua (quando credo che la sua giustificazione, ossia la paura di un leader inafferrabile e celato, la cui mano continua a guidare il "terrore" a livello mondiale, sia cessato con la sua uccisione). La "biopolitica", mi par di capire comprenda un insieme non meglio definito di lavoro intellettuale che produce lavoro immateriale, un lavoro non più definito da orari e che produce materiale tangibile, che crea collegamenti e know-how tra le persone. In mezzo a considerazioni giuste (ad esempio il copyright sul lavoro intellettuale, che nella nuova era digitale, si svincola dalla scarsità di risorse perché infinitamente copiabile e distribuile, e che scardina per tanto le leggi economiche), trovo ancora tentativi di creare neologismi o nuove accezioni ai termini (che comunque trovo più gradevoli di boiate come "spread", "globalizzazione" etc). Moltitudine, concetto più o meno oscuro; si scorpora il concetto di "popolo" e si aggiungono definizioni per creare il concetto di Moltitudine. Non mi ha impressionato granché quest'ultima considerazione. Quanto detto finora, rimane un insieme di miei personalissimi appunti al testo, anche perché per l'appunto, non ho mai amato la ricerca filosofica di una teoria che racchiuda l'intero pensiero di un'epoca. E come ripeto, il testo soffre in particolare del fatto che gli autori si sono ostinati a voler considerare soltanto l'epoca moderna (>1789 d.C.), quando avrebbero dovuto considerare assai più gli ultimi duemila anni di storia. Just my 2 eurocents.