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Martin Chuzzlewit

While writing Martin Chuzzlewit - his sixth novel - Dickens declared it 'immeasurably the best of my stories.' He was already famous as the author of The Pickwick Papers and Oliver Twist.

Set partly in America, which Dickens had visited in 1842, the novel includes a searing satire on the United States. Martin Chuzzlewit is the story of two Chuzzlewits, Martin and Jonas, who have inherited the characteristic Chuzzlewit selfishness. It contrasts their diverse fates of moral redemption and worldly success for one, with increasingly desperate crime for the other. This powerful black comedy involves hypocrisy, greed and blackmail, as well as the most famous of Dickens's grotesques, Mrs Gamp.

829 pages, Paperback

First published January 1, 1844

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About the author

Charles Dickens

13.4k books32.3k followers
Charles John Huffam Dickens (1812-1870) was a writer and social critic who created some of the world's best-known fictional characters and is regarded as the greatest novelist of the Victorian era. His works enjoyed unprecedented popularity during his lifetime, and by the twentieth century critics and scholars had recognised him as a literary genius. His novels and short stories enjoy lasting popularity.

Dickens left school to work in a factory when his father was incarcerated in a debtors' prison. Despite his lack of formal education, he edited a weekly journal for 20 years, wrote 15 novels, five novellas, hundreds of short stories and non-fiction articles, lectured and performed extensively, was an indefatigable letter writer, and campaigned vigorously for children's rights, education, and other social reforms.

Dickens was regarded as the literary colossus of his age. His 1843 novella, A Christmas Carol, remains popular and continues to inspire adaptations in every artistic genre. Oliver Twist and Great Expectations are also frequently adapted, and, like many of his novels, evoke images of early Victorian London. His 1859 novel, A Tale of Two Cities, set in London and Paris, is his best-known work of historical fiction. Dickens's creative genius has been praised by fellow writers—from Leo Tolstoy to George Orwell and G. K. Chesterton—for its realism, comedy, prose style, unique characterisations, and social criticism. On the other hand, Oscar Wilde, Henry James, and Virginia Woolf complained of a lack of psychological depth, loose writing, and a vein of saccharine sentimentalism. The term Dickensian is used to describe something that is reminiscent of Dickens and his writings, such as poor social conditions or comically repulsive characters.

On 8 June 1870, Dickens suffered another stroke at his home after a full day's work on Edwin Drood. He never regained consciousness, and the next day he died at Gad's Hill Place. Contrary to his wish to be buried at Rochester Cathedral "in an inexpensive, unostentatious, and strictly private manner," he was laid to rest in the Poets' Corner of Westminster Abbey. A printed epitaph circulated at the time of the funeral reads: "To the Memory of Charles Dickens (England's most popular author) who died at his residence, Higham, near Rochester, Kent, 9 June 1870, aged 58 years. He was a sympathiser with the poor, the suffering, and the oppressed; and by his death, one of England's greatest writers is lost to the world." His last words were: "On the ground", in response to his sister-in-law Georgina's request that he lie down.

(from Wikipedia)

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Displaying 1 - 13 of 13 reviews
Profile Image for Vittorio Ducoli.
596 reviews86 followers
January 26, 2020
Oltre mille pagine che vanno affrontate da chi vuole scoprire davvero Dickens

Quasi sette anni sono passati dalla mia ultima lettura di un romanzo di Dickens. È stato un grande piacere quindi scoprire che il mio metodo di lettura mi stava riportando nel mondo di questo grande autore. Se forse Dickens non può essere considerato scrittore di grandezza assoluta – troppi essendo i condizionamenti derivantigli dall’essere organico alla nascente industria culturale britannica - è a mio avviso indubbio che sia uno dei più grandi narratori di ogni tempo, con una capacità creativa straordinaria, in grado di produrre un mix unico di affabulazione e umorismo che (almeno nelle sue opere maggiori) non può non affascinare il lettore contemporaneo che ami i classici.
Affrontando uno dei quindici grandi romanzi di Dickens ci si trova di fronte ad alcuni inconfondibili marchi di fabbrica. Innanzitutto la mole: quasi tutti i suoi romanzi superano, nelle usuali edizioni economiche moderne, le 500 pagine, ed alcuni si spingono oltre le 1000. Queste dimensioni di scrittura hanno una motivazione ben precisa: Dickens, autore di successo, pubblicava i suoi romanzi a puntate settimanali o mensili, e naturalmente l’editore aveva tutto l’interesse a richiedere all’autore opere lunghe, in grado di fidelizzare i lettori per molto tempo. La pubblicazione a puntate è all’origine anche di un altro dei tratti riconoscibili nelle opere di Dickens: la suddivisione in capitoli che in genere si interrompono con qualche elemento di suspense o di incertezza, in modo da chiamare la lettura della puntata seguente. Peculiare dello stile di Dickens è anche la compresenza di elementi drammatici, satirici e patetici, e di personaggi, molti indimenticabili altri francamente meno, che incarnano tali elementi. Questi tratti si traducono poi spesso in una complessità ed articolazione delle vicende narrate, che a volte risulta non del tutto agevole seguire e possono dare l’idea di una certa confusione narrativa.
Martin Chuzzlewit può essere considerato a buon diritto una sorta di summa di questi tratti salienti della scrittura dickensiana, con i suoi grandi pregi e i suoi pochi difetti congeniti.
Le 1289 pagine di questo eccellente volume Adelphi, impreziosito dalle tavole originali di Phiz, che - pur mortificate dal formato tascabile – emanano comunque la loro magia, possono incutere al lettore un certo timore reverenziale. Superatolo ed addentrandosi nella lettura, egli conoscerà alcuni personaggi memorabili ed altri quasi stucchevoli per il loro profilo melodrammatico; troverà pagine intrise di una cupa ironia e di una satira sferzante nei confronti dell’ipocrisia e dell’egoismo generati dai valori di una organizzazione sociale dominata dal denaro e dalla ricerca del suo possesso, pagine drammatiche ed altre da cui sgorga un buonismo ed un paternalismo improbabili ed insopportabili; dovrà stare attento a non perdersi seguendo i molti personaggi e le loro intricate vicende. Giunto all’ultima pagina capirà di essersi trovato di fronte al vero Dickens romanziere e deciderà se amarlo od odiarlo.
Un romanzo quindi a mio avviso importante per addentrarsi nelle tante sfaccettature della poetica dickensiana, che segna un passaggio tra le opere della prima fase narrativa dell’autore e quelle della maturità, ma che stranamente nel nostro Paese non ha avuto molta fortuna editoriale. L’edizione Adelphi è l’unica reperibile in libreria, e prima di essa ho rintracciato solamente gli storici tre volumi della BUR grigia risalenti al 1963. Si pensi, a confronto, che oggi in libreria sono disponibili una trentina di edizioni diverse do Oliver Twist una dozzina de Il circolo Pickwick e una decina di Grandi speranze.
Martin Chuzzlewit, sesto romanzo di Dickens, fu scritto a partire dall’autunno del 1842. Dickens, che era già una sorta di star letteraria in tutto il mondo anglosassone, all’inizio di quell’anno aveva compiuto un viaggio di cinque mesi negli Stati Uniti, tenendo conferenze e letture: nonostante l’accoglienza trionfale tornò molto deluso dall’incontro con la società statunitense, che aveva ritenuto basata sui valori dell’uguaglianza e della giustizia. Il viaggio gli rivelò invece un Paese volgare, violento e supponente, convinto della propria superiorità morale e di avere una missione salvifica nel mondo, che mentre si riempiva la bocca con la retorica della libertà basava il proprio sistema produttivo sulla schiavitù e dove il denaro era la misura di ogni virtù. Più prosaicamente, le sue critiche, raccolte come impressioni di viaggio nelle American notes, derivavano anche dal fatto che, per la mancanza di una adeguata legge sui diritti degli autori, le sue opere venivano vendute liberamente negli USA senza garantirgli entrate.
Proprio la critica della società statunitense costituisce uno dei grandi temi di Martin Chuzzlewit, e i capitoli che narrano le peripezie del protagonista che va oltreoceano in cerca di fortuna con il fido Mark Tapley sono sicuramente tra i più frizzanti del romanzo. Al fine di dare un’idea della concretezza e della radicalità dell’analisi di Dickens, riporto, nella bella traduzione di Bruno Oddera, un brano a mio avviso molto significativo di queste pagine americane, nelle quali gli interventi diretti dell’autore, altro tratto tipico del suo stile narrativo, si intensificano. Martin partecipa ad una occasione mondana ed ecco il commento di Dickens: ”La conversazione era ben poco interessante, a dire il vero, e per la maggior parte poteva compendiarsi in una sola parola: dollari. Tutte le preoccupazioni, le speranze, le gioie, gli affetti, le virtù, le conoscenze di quei gentiluomini sembravano fondersi in dollari. Qualunque fosse il loro contributo al pentolone in ebollizione lenta dei loro discorsi, esso non faceva che inspessire l’intruglio a furia di dollari. Gli uomini venivano soppesati in base ai dollari che possedevano e misurati con lo stesso criterio; la vita veniva posta all’asta, valutata, fatta salire o diminuire di prezzo, in base ai dollari che valeva. Subito dopo i dollari, in ordine di importanza, veniva qualsiasi iniziativa che si proponesse di guadagnarne.” Molti sono gli aspetti della società e della mentalità statunitense presi di mira da Dickens, dalla politica alla stampa, dal nascente militarismo al disprezzo per la cultura alle abitudini volgari dei più, ed è divertente constatare come avesse individuato con precisione alcuni fondamentali che sono (purtroppo) tutt’oggi ancora lì a definire lo spirito statunitense. Naturalmente oltreoceano il libro non venne preso bene: questa edizione si chiude con un breve postscriptum di oltre 20 anni dopo, nel quale l’autore sostanzialmente ritratta le sue critiche, richiamando quanto da lui detto durante una conferenza tenuta a New York a proposito della sua ammirazione per gli USA, per la generosità e magnanimità di quella nazione, per gli straordinari cambiamenti che vi aveva riscontrato. Probabilmente, azzardo, nel frattempo le questioni concernenti il diritto d’autore si erano risolte.
Se i capitoli americani costituiscono a mio avviso uno dei punti focali del libro, introdotti – a testimonianza della matrice commerciale dell’ispirazione di Dickens - per stuzzicare la curiosità dei lettori rispetto a vendite dei primi fascicoli mensili non soddisfacenti, è indubbio che a mio modo di vedere Martin Chuzzlewit sia soprattutto un romanzo fatto di personaggi, alcuni dei quali davvero indimenticabili. Il primo che ci viene presentato è un personaggio collettivo: i Chuzzlewit in quanto famiglia. Nel primo, breve e gustosissimo capitolo Dickens decanta l’antico lignaggio di questa stirpe, i cui rappresentanti nei secoli sono stati oscuri maneggioni, violenti, falliti, costruendo un’epica di caratteri che hanno attraversato la storia imbrogliando il prossimo e sgomitando invano per emergere, e facendo dei Chuzzlewit che si incontreranno nel romanzo gli epigoni di tali caratteri, adattatisi alle condizioni sociali in cui vivono.
Tra i numerosi personaggi del romanzo a mio avviso due emergono prepotentemente, tanto che potrebbero essere sicuramente inseriti in un ipotetico aggiornamento del Dizionario dei personaggi di romanzo di Gesualdo Bufalino: Mr. Pecksniff e Sairey Gamp.
Seth Pecksniff vive in un villaggio nei pressi di Salisbury. È vedovo ed ha due figlie in età da marito: Charity (che comincia per la verità ad essere già un poco passatella) e Mercy. È architetto e ospita giovani allievi ai quali insegna il mestiere. Già i nomi delle figlie rivelano molto della sua indole: Mr. Pecksniff è considerato dalla piccola comunità in cui vive e di cui è una delle guide morali un benefattore, devoto e altruista. In realtà egli è un perfetto ipocrita, che agisce solo per il suo interesse materiale ma è capace di nascondere il suo egoismo dietro una patina brillante fatta di retorica della bontà e servilismo nei confronti dei potenti. Sfrutta i suoi allievi sia con rate esose sia ricavando compensi dai loro lavori, mira a maritare le figlie con dei buoni partiti che possano accrescere il patrimonio di famiglia, sa essere particolarmente crudele – sempre ammantandosi di una falsa bontà pelosa – quando gli conviene. Dickens – maestro nel tratteggiare i personaggi attraverso mix irresistibili di caratteri fisici e morali – ce lo presenta così: ”Si trattava di un uomo assolutamente esemplare, pieno zeppo di precetti virtuosi, più di un libro stampato. Taluni lo paragonavano ad un palo indicatore, che indica sempre la direzione per arrivare in una determinata località e non ci va mai. […] Di lui, persino la gola era morale. Se ne vedeva una gran parte. Si guardava oltre lo steccato assai basso di una cravatta bianca (della quale nessun uomo al mondo aveva mai visto il nodo, in quanto egli l’annodava posteriormente) e là essa giaceva, una valle tra due sporgenti cime di colletto, serena e sgombra dai peli.” Significativamente, Mr. Pecksniff è in realtà un Chuzzlewit, anche se di un ramo laterale. L’ipocrisia di Mr. Pecksniff si manifestadunque essenzialmente con il suo linguaggio, attraverso il quale sistematicamente esprime verità che sono opposte al significato letterale delle cose che dice.
Il vero personaggio dickensiano del romanzo è però Sairey Gamp, che appare verso la metà del romanzo. Levatrice e infermiera a domicilio, anzianotta, piccola e rotondetta, sempre accompagnata dal suo ombrello scuro, Sairey è anch’essa un’ipocrita, ma la sua ipocrisia è irresistibilmente comica. Si occupa con la stessa indifferenza di nascite e di morti, maltratta bonariamente i pazienti che le vengono affidati, pretende pasti abbondanti dai parenti dei suoi assistiti ed è dipendente dall’alcool, cosa che ovviamente nega recisamente. Ma il vero colpo di genio di Dickens, che rende indimenticabile il personaggio, è la Signora Harris, una immaginaria amica di Sairey, par di capire della buona società, di cui lei parla spessissimo in quanto, a suo dire, non farebbe altro che tessere le sue (di Sairey) lodi. A differenza di quella di Mr. Pecksniff, l’ipocrisia di Sairey Gamp non si manifesta principalmente attraverso l’uso strumentale e distorto del linguaggio, ma attraverso la continua esposizione dei giudizi positivi espressi su di lei da un’altra persona, la Signora Harris, appunto, che però è stata inventata da Sairey stessa per questo scopo, cosa che rende l’ipocrisia dell’infermiera in qualche modo più simpatica di quella di Mr. Pecksniff.
In tema di ipocrisia va anche ricordato un personaggio minore ma significativo nell’economia complessiva del romanzo: si tratta di Mister Mould, impresario di pompe funebri che lucra sul dolore altrui con una indifferenza mascherata di partecipazione, mettendo plasticamente in evidenza come in una società basata sul profitto tutto possa essere trasformato in affari.
Oltre agli ipocriti nel romanzo vi sono anche i cattivi veri e propri, la cui caratteristica essenziale è di essere figli dei tempi, vale a dire essere animati nelle loro azioni dalla sete di denaro e dalla brama della scalata sociale. Sono questi i personaggi di gran lunga più cupi del romanzo, protagonisti degli episodi tragici.
I personaggi generalmente più deboli del romanzo sono quelli positivi, con l’eccezione a mio avviso notevole di Mark Tapley, il compagno delle avventure americane di Martin Chuzzlewit Jr. La sua filosofia bislacca (ma neppure tanto da un punto di vista strettamente logico) che il merito consiste nel cercare di essere felice in situazioni di infelicità e la sua praticità rispetto all’ingenuità di Martin lo avvicinano, sia pure in tono minore, al Sam Weller de Il circolo Pickwick.
Tom Pinch e sua sorella Ruth rappresentano a mio avviso la dimostrazione del pesante dazio che Dickens, scrittore commerciale, doveva pagare alle esigenze del mercato. Esempi di virtù e bontà perfetta, che sconfina a volte nell’idiozia, assicurano la dose di patetismo che il lettore vittoriano si aspettava di trovare nei romanzi popolari. Tom, in particolare, risulta persino fastidioso con la sua remissività e il perenne annullamento del suo io a favore degli altri, che si spinge sino a negare in letizia il suo amore per una donna quando la sa innamorata di Martin. Anche gli altri personaggi positivi che appaiono nel romanzo non si elevano rispetto al bozzetto di genere. In particolare i due personaggi che danno il titolo al libro sono, a mio avviso, tra i meno significativi e i più sbiaditi della compagine.
Altro dazio pagato ai lettori è il lieto fine, comune in Dickens ma che in questo romanzo raggiunge vette di contrasto con il succo pregresso delle vicende e di mielosità da farlo apparire del tutto posticcio. Forse anche Dickens se ne rese conto, se è vero che nell’ultimo capitolo, dopo cotanto melodrammatico lieto fine, aggiunge un ulteriore episodio comicamente crudele.
Le vicende di questi personaggi, e di molti altri, sono immerse in atmosfere urbane, rurali o americane che Dickens sa come al solito rendere con grande maestria: si legga ad esempio la descrizione del tramonto e del vento che apre il secondo capitolo del romanzo.
In definitiva Martin Chuzzlewit è un ottimo romanzo per scoprire o approfondire la conoscenza di questo grande autore dell’800. In esso si palesano appieno vizi e virtù che caratterizzano l’intera produzione di Dickens, sempre sospesa tra l’innato grandissimo talento, l’urgenza del realismo e della denuncia sociale e la necessità di vendere. Sono questi elementi contraddittori che fanno di Dickens un autore unico nel panorama della letteratura classica, e che ci consentono di leggerlo ancora oggi con grande piacere.
Profile Image for Daniela.
158 reviews4 followers
January 15, 2024
Non avevo mai fatto così fatica a leggere Dickens, probabilmente non ero nel periodo adatto per affrontare questo romanzo, lui lo considerava il migliore dei suoi scritti, mi permetto umilmente di continuare a preferire Grandi Speranze e Il Circolo Picwick.
Profile Image for Francesco.
339 reviews
March 24, 2024
gaudio giubilo osanna nell'alto dei cieli... dall'unione dei trisavoli di Charles Dickens sono nati i bisononni di Charles Dickens, dall'unione dei bisnonni di Charles Dickens sono nati i nonni di Charles Dickens, dall'unione dei nonni di Charles Dickens sono nati i genitori di Charles Dickens, dall'unione dei genitori di Charles Dickens è nato Charles Dickens. Rendiamo grazie di queste unioni e di questa nascita
Profile Image for pierlapo quimby.
501 reviews28 followers
November 15, 2010
Dopo avergliene dette peste e corna per un buon terzo del romanzo, nella postfazione che per sua espressa volontà deve suggellare ogni edizione del Chuzzlewit, il buon Charley cerca la tardiva riappacificazione con l'America e gli americani.
Ma non ci casca nessuno, vecchio marpione.
Profile Image for Carloesse.
229 reviews95 followers
September 22, 2017
Dickens scrisse a Forster che questo era senz’altro il miglior romanzo che avesse mai scritto. E forse è vero, o comunque rimane nel novero di quelli meglio riuscitigli. Fin dall’inizio i suoi personaggi principali ci vengono presentati con ricchissima ironia, taluni con pieno sarcasmo, scoprendo apertamente il tono ferocemente satirico della storia che non è solo un feroce attacco alla società vittoriana, che Dickens sa destinato a scomparire, ma soprattutto a quello di un mondo in rapida trasformazione che sta sovvertendo i valori di umanità, di rispetto e di pietà per i propri simili che ancora riuscivano a sopravvivere, sempre più violentemente travolti dai nuovi idoli imposti dal nascente capitalismo: il culto del denaro, del suo accumulo, della cupidigia che sta conquistando una borghesia in rapida ascesa nella scala sociale e del potere.
Ma in questo enorme romanzo corale di quasi 1300 pagine la satira si avventura anche oltreoceano investendo l’America, cercando di smascherare quel falso ideale di libertà sul quale un popolo di fuggiaschi pretende di avere costituito la prima repubblica fondata su di esso per rendere possibile a chiunque la propria felicità realizzando la propria ricchezza. Una libertà che si rivela abusata dai più prepotenti e dai più furbi, quelli più scevri da ogni freno morale, a danno dei più deboli che vengono truffati, gabbati, sfruttati, e senza alcuna tutela.
Una libertà priva di apparenti confini, perché non limitata da alcun rispetto per gli altri, una libertà propalata da una stampa libera di diffondere la verità come la menzogna, e in continua ricerca di incrementare le tirature per il puro profitto, incurante di ogni rispetto, e di cui si serve una politica che già allora assume il valore di spettacolo riempendosi la bocca con parole (libertà, democrazia, ricchezza per tutti, democrazia) che già allora sembrano svuotarsi del loro profondo e vero significato per assumerne uno che sia comprensibile a tutti, ma così ampiamente comprensibile da sembrare la pelle dello scroto, che la si può tirare dove e fin che vuoi, per accaparrarsi i voti di chiunque.
Il buon vecchio Charles dimostra ancora una volta, con ampia preveggenza, che sapesse vedere ben più lontano del proprio naso o di quello dei suoi contemporanei!
E con splendida efficacia sono ritratti i personaggi, tipicamente dickensiani, più o meno caricaturali a seconda che giochino il ruolo di cattivo o o anche semplicemente di debole che si adatta al sistema, qualunque esso sia, per trovarvi anche un misero tornaconto, oppure dei buoni, addirittura angelicati come sempre in Dickens nel trattare i protagonisti femminili, e in questo caso anche di un uomo, quel Tom Pinch che giocherà un ruolo decisivo nello svolgimento della storia sentimentale del protagonista del titolo (ma poi in fondo solo di quello e tutt’al più dell’intermezzo “americano” del romanzo nel quale gioca il ruolo dell’illuso e poi disilluso dopo venire truffato) e della storia sentimentale fra lui e Mary, assistente e figlia adottiva dell’omonimo nonno (i Martin Chuzzlewit infatti sono due), ricchissimo e apparentemente arido, che appare costruito quasi sul modello del vecchio Scroodge.
Ma sono i veri cattivi, come al solito, tutt'altro che comprimari, a riuscire indimenticabili: l’ipocrita, tronfio e mellifluo Pecksniff (vero co-protagonista del romanzo nel suo insieme), il perfido Jonas Chuzzlewit, l’opportunista Signora Gamp, lo scaltro Tiff Montague (o Montague Tiff), che troveranno alla fine la giusta punizione per i loro misfatti permettendo all’amore e,o al ravvedimento, e alla felicità di tutti i meritevoli, di trionfare.
Un lieto fine come sempre in Dickens, ma che qui assume un tono talmente lieve da sembrare quasi “mozartiano” nell’equilibrio felicemente raggiunto dalla commedia e dalle mille peripezie, a volte dai tragici risvolti, attraversate, stimolando i sentimenti più elementari di qualsiasi lettore, con il quale l’autore talvolta si estranea dalla storia per dialogare direttamente con lui. Perché i romanzi di Dickens sono aperta finzione letteraria, puro teatro, e l’autore vuole che ce possiamo rendere conto in ogni momento prendendone ogni tanto le distanze, anche se assomiglia tanto alle nostre vite e al mondo che sempre ci circonda.
Capolavoro.
Profile Image for Chiara.
239 reviews34 followers
March 18, 2026
un tomo enorme, un bellissimo viaggio. forse ho fatto pace con Dickens
Profile Image for Gresi e i suoi Sogni d'inchiostro .
778 reviews14 followers
March 25, 2021
Lo spirito e la materia scivolano rapidamente nel vortice dell’immensità. Ulula il sublime e serenamente dorme il placido ideale nelle sale bisbiglianti dell’immaginazione. Dolce è ascoltarlo.

Nella mia carriera di lettrice nei sobborghi di storie raffinate e rozze, una me adolescente, neo matura o quasi pronta ad avviarsi sulla soglia dei trent'anni, iniziò e concluse tantissimi viaggi, di cui quasi tutti furono conclusi con destrezza e diletto trascorrendo in compagnia di quell’autore o autrice un certo lasso di tempo con quello che io chiamo il mio bloc-notes personale, che solitamente riempio di pensieri, annotazioni su un determinato passaggio, una certa riflessione estrapolati da qualche pagina o frase appena letta, andando a fondo, cercando nient’altro in particolare che carpire l’anima di ogni cosa: descrizione di paesaggi magnifici, palazzi sontuosi, sale da tè biancheggianti e pulite, l’effetto della luce su uno sfondo nero e oppressivo, il rumore della pioggia sul vetro, l’odore della stufa che silenziosamente ronza accanto al mio orecchio, e nella mia testa monologhi di persone che francamente non conoscerò mai che esistono, respirano scroccandomi nient’altro che qualche momento della loro attenzione. Impegnativi, fannulloni, rozzi, pusillanimi, fantasmi inquieti che tintinnano e vagano in un mondo vano e superbo impegnandosi a incamminarsi come chi ha una meta precisa ma che alla fine finisce di camminare allo stesso passo e nello stesso posto strisciante come un ozioso fannullone.
I Chuzzlewit provengono dalla preistoria, da agricoltori che presero parte a numerose e sanguinarie cospirazioni. Dalle medesime fattezze di una scimmia, compiendo spesso azioni o gesti che si distinguono dal loro passato, dall’orrore irriducibile per se stessi. E ognuno di loro mossi dalla speranza, dal desiderio di poter mutare, cambiare, realizzarsi: Martin, senior, pigro e incapace di ottenere un’occupazione fissa, precipitato in una condizione che non conserva più quella del passato tranne l’ostentazione, l’ira ma covando nel cuore quel timore di essere indigente, non poter distinguersi dalla massa, divenendo quasi esempio per il mondo. Affidarsi alla conoscenza, pur di comprendere quei periodi di spargimento di sangue e crudeltà attraverso cui altre nazioni furono protagoniste, vivendo in un territorio immenso, concependo qualcosa di più grande. Mr Pecksniff, dalle fattezze di un eroe shakespeariano e il temperamento di un diavolo miltoniano, temerario e pronto a difendere il suo messaggero di pace, si associa la quieta visione di un agnello, essere autonomo che è impossibilitato fra i rigidi rigori di una società in rapida evoluzione e disgregatrice di alcuni valori tradizionali; i parenti Chuzzlewit, ospiti gelosi, dal cuore di pietra, diffidenti e rinchiusi in se stessi e decisi a non fidarsi di nessuno. Mary, cresciuta in una scuola più severa di quella in cui si forma il carattere e la sua indole plasmata e resa più forte dalla necessità, dalle più crudeli sopportazioni, mediante alcune prove giovanili che hanno solidificato il suo carattere, aperta ai continui gridi d’aiuto. Il maggiore Pawkins, così ottuso e tardo, ma cospiratore a ottenere un certo prestigio, beneficio e simpatia elargendo truffe e mezzucci che anziché condurre il popolo allo sfarzo, lo deteriorano come un piccolo organismo, sul nascere.
Un certo prestigio, una certa eredità è ciò a cui si aspira principalmente, ma una volta toccato il fondo ci si avvale di decine di individui che respirano affettuosamente sotto il duro lavoro; una curiosa sequenza di scenette che giudicano l’uomo non per le qualità che possiede bensì per i soldi in tasca che tiene, di cui la stessa vita è un gioco messo all’asta in cui la società si poggia mediante forme di millanteria o imbrogli che svaniscono nel momento in cui si combina qualcosa di buono.
Una disamina selvaggia dell’Inghilterra e degli Stati Uniti deceduta grazie al lavoro rallentato, la gelosia, i pregiudizi, l’incapacità di opprimere le istruzioni a porci delle domande su quegli impulsi che non disgusta. Indirettamente, è presentata o propinata una commedia in cui vige l’egoismo e nel quale il legame fra personaggio e lettore crea un piccolo spazio in cui l’autore può insinuarsi. Picaresco e sociale, simile alla ricchezza dei suoi personaggi, a Nicholas NIckleby o al David Copperfield, caratterizzato da una satira feroce sull’avidità, l’egoismo. Ispirato principalmente da esperienze personali dell’autore durante il suo viaggio in America, il desiderio insopprimibile di voler snaturare l’egoismo umano e l’avidità. Espediente di rinascita per interessi economici, che tuttavia stimolò il pubblico, mosse la stampa, alimentò quelle orribili critiche che erano già state mosse in passato. Animoso e comico, dal linguaggio più ricco e penetrante, pregno di una certa tensione morale che coincide con una libertà assoluta del gioco comico: la stampa come bugiarda e piena di errori, l’istituzione come abolizione di schiavitù. Commedia degli equivoci che sulla medesima scia di Oliver Goldsmith, delinea un ritorno al teatro vivace di caratteri contrapponendosi alla commedia sentimentale dell’epoca. Per distoglierci dalla dissacrazione si fa ampio uso dell’ironia, di forme di introspezione psicologica che sono volte a quelle problematiche sociali che anticipano il teatro del periodo successivo. A volte umoristico, a volte caricaturale, mezzo di rivolta e difesa alle critiche intellettuali, che sottolineano le capacità di catturare l’essenza dell’epoca vittoriana e l’umanità dei personaggi.
L’America è quell’aquila miope e cieca come un pipistrello, ciarlera come un gallo, vanesia come uno stupido struzzo perché affonda la testa nel fango credendo come la vita sia quella fenice da cui rinascere dalle stesse ceneri pur di elevarsi nel cielo. Una città in cui serpeggia la dannazione, la frenesia, la corruzione. Babele di lingue, subculture animalesche e umane, timorosa dell’oppressione straniera. Martin approderà in questo mondo così nefasto mosso da forme intellettuali, substrati aristocratici che mediante virtù prevedono la necessità di creare una repubblica da cui gli americani non dovrebbero approfittare delle sue debolezze. Quanto mediante intelligenza, spingersi oltre, repubblica dell’intelligenza, della millanteria, dell’imbroglio a cui mancano le leve per metterle in moto. Gli americani sono l’intelletto e la virtù del mondo, la crema della natura umana e il fior fiore dell’energia morale che raddrizzerà ogni cosa, consapevole di poter rinascere dalle sue stesse ceneri, elevarsi nel cielo, modello ideale per le future nazioni, che consacra quei principi o idee di formazione, promesse di un sogno non ancora del tutto certe.
Le delusioni riscontrate inducono a diffidare del prossimo, nonostante l’uomo sia padrone di se stesso e può fare piani e progetti. È una brulicante, prodigiosa realtà in cui la brama sognante di nuove prospettive nella bruma della vita appaiono allettanti. La società moderna va a muoversi sotto tutt’altra direzione dovuta da una serie di fattori: la rapida evoluzione delle strutture economiche, sotto la spinta di sguardi, invenzioni, la dissoluzione di principi morali, religiosi che avrebbero favorito l’evoluzione di nuove forze indirizzate ad un benessere materiale e la delegazione aggressiva di una piccola borghesia all’interno del quale si imposero certe tendenze egoistiche sullo sfruttamento del prossimo.
Severo e ordinato, austero e solenne Martin Chuzzlewit descrive nel miglior modo possibile una serie di eventi politici e sociali che tengono nel suo grembo una serie di sfaccettature che richiamano il riconoscimento dei diritti dell’autore. L’egoismo è quel male assoluto che bisognerebbe estirpare e che mista a una buona dose di superbia, avarizia, rendono il romanzo un tentativo fallito di redenzione. Nonostante gli innumerevoli tentativi, alla fine sarà impossibile redimersi da ciò che è stato fatto, da ciò che il destino ci ha riservato, ma ogni voce – più testarda di tutte – più chiuse in se stesse, cozzano con quegli idiomi di tranquillità a cui ingenuamente si aspira, più restii a muoversi se qualcosa o qualcuno li avrebbero travolti. Questo romanzo, infatti, a dispetto di tutti gli altri scritti dall’autore, mi è parso più duro, più sprezzante e crudele come il disprezzo verso lo stesso Martin, Martin il vecchio, non il giovane, che io ho riservato sin dalla prima pagina, duro come la sua opposizione ad aiutare il prossimo che per tantissimi anni lo hanno tenuto lontano dagli inizi di una vita proficua e vantaggiosa. Divenendo così un burbero insopportabile che mise in fuga chiunque, persino il suo piccolo studente, che tuttavia non cerca la lite ne esterna le sue opinioni. Ma compie gesti che feriscono, accrescono la diffidenza, la generale malinconia che alita intorno a queste pagine, che assieme a un certo mistero conferiscono raffinate fievoli fiamme di ardore e passione. Senza alcuna forma di allegria e speranza, in questo panorama tetro e ossessivo che inevitabilmente si pone contro il mondo intero, e di sicuro alimenta la diffidenza di chi legge.
In Martin Chuzzlewit non ci sarà più quel ragazzino sfortunato e ingenuo che hanno popolato le pagine di Oliver Twist o Grandi speranze, ma un uomo alimentato da un odio feroce, ardente la cui dannazione maschera aspetti che Martin considera di tenere nascosti ma che in realtà non sono così. Il senso del dovere dovrebbe mascherare tutto questo, ma comporta ad ignorare il significato della parola felicità. Ma questo tipo di felicità a cui mi riferisco, Dickens lo proietta in questo Eden maledetto, questa terra così inavvicinabile e irraggiungibile, che rinvigorisce qualunque anima degradata. Gli uomini fanno parte di una grande e possente Aquila che si eleva nell’etere più puro ma col rischio di insudiciarsi nel fango, osservandolo da vicino come il realista più coscienzioso creando però un modo di vedere il mondo mediante un’ottica diversa, lievemente distorta, perché di libri che racchiudono un complesso meccanismo di effetti moralisti devastanti e sofisticati si assimilano cose che si ignorava impunemente, desiderando sapere il più possibile.
Discostandosi dai suoi figli di carta, sollevando un polverone di denunce, critiche su coloro che si affidano sul sacro Bardo, sul finire della rivoluzione industriale che deglassarono quel mondo patriarcale armonioso e umano che era stato descritto ne Il circolo Pickwick. La società moderna mossa da interessi materialistici, la dilatazione di una piccola borghesia che cercò di autoimporsi, di cui il critico G K Chesterton sostenne come evidenziassero l’ottimismo, la capacità di creare personaggi immortali e la profonda connessione con la gioia infantile e il senso comune, forma perfetta di un vero visionario.
Martin Chuzzlewit ci pone dinanzi a una storia che dà spazio non solo al mondo visibile degli esseri senzienti e degli oggetti inanimati ma anche a vaste e misteriose forze inosservate che si celano dentro questo mondo. Dickens a modo suo ha disturbato e disorientato il lettore, facendo riflettere e ribaltando qualunque forma di evoluzione, sabotando le sue menti e facendo danzare gruppi di figure intrappolati in un vortice di corruzione a cui disgraziatamente non ci sarà fine. Ma se dotati di capacità intellettive, rivendicando l’indipendenza, quella patina di rudimento, ruvidezza che annienta lo spirito, lo incunea in una gabbia di mancata libertà. Ma il vero dovere, la vera libertà è racchiusa nella possibilità di accogliere, osservare l’esistenza da altre prospettive, benefiche e meno restrittive.
A tratti drammatico e commovente, a tratti subdolo e fallace, un romanzo scritto egregiamente che però non ho amato come David Copperfield o – al momento imbattibile – Grandi speranze. Ma uno dei più belli romanzi del creato dickensiano che pur non mi ha permesso di amare Martin è una proiezione drastica di un assetto biografico e intellettuale dell’autore che ha più forza di quel che si crede.
Profile Image for Erica.
14 reviews
December 9, 2021
Wow... veramente, come ogni libro di Dickens che si rispetti ti fa provare felicità, rabbia, tristezza e con la sua ironia ti fa anche ridere; pieno di personaggi dal cuore d'oro, chi dall'inizio chi cambiando in meglio... in questo libro c'è pure un tocco di mistero!

Vi lascio qui un pezzo che mi ha colpito particolarmente, anche se contiene degli spoilers:

"E quando Martin cominciò a riflettete su queste cose e a osservare Mark che giaceva nella capanna, sia pur soltanto con un'espressione di rammarico, senza mai protestare, sforzandosi sempre di essere virile e fedele, non poté fare a meno di domandarsi come mai quell'uomo che aveva avuto così pochi vantaggi nella vita fosse tanto migliore di lui che ne aveva avuti molti. E poiché le veglie accanto al letto di un malato, specie quando si tratta di un malato che si è abituati a vedere attivo e traboccante di energie, costituiscono un grande incentivo alle riflessioni, egli cominciò a domandarsi quale fosse la differenza tra loro.
[...]
Martin aveva un'indole franca e generosa, ma era stato educato in casa di suo nonno; si può constatare di solito che i più spregevoli vizi domestici si comunicano in modo da divenire gli antagonisti di se stessi. Così è, soprattutto, dell'egoismo; [...]. Martin, da bambino aveva inconsciamente ragionare in questo modo: "il mio tutore pensa tanto a se stesso che se io non farò altrettanto, nessuno si accorgerà di me". È così era divenuto egoista.
Ma non se n'era mai accorto. Se qualcuno gli avesse attribuito questo difetto, avrebbe respinto l'accusa con indignazione, ritenendosi ingiustamente calunniato. E non se ne sarebbe accorto mai se non si fosse appena alzata dal letto, dopo una pericolosa malattia, per vegliare accanto a un giaciglio di un'altra persona; constatando così fino a qual punto il suo Io si fosse avvicinato la tomba, e a quale povera, indifesa e miserabile creatura egli era.
Fu del tutto logico per lui riflettere - ebbe mesi di tempo per farlo - sulla propria fuga e sul pericolo che Mark stava correndo. Ciò lo indusse a domandarsi chi di loro due il buon Dio avrebbe fatto meglio a risparmiare, e perché. Allora il sipario si alzò, adagio, un pochino; e dietro ad esso apparve l'Io, l'Io, l'Io.
Egli si domandò inoltre, quando temevo la morte di Mark (come a tutti accade e deve accadere in momenti simili) , se davvero avesse fatto il proprio dovere nei suoi riguardi, e se avesse meritato la fedeltà e lo zelo del giovane, ripagandolo come avrebbe dovuto. No. Per quanto si trovassero insieme da breve tempo, sentì che in molti, moltissimi casi era stata dalla parte del torto; e quando continuò a domandarsi perché, il sipario si alzò, adagio, ancora un pochino, e l'Io, l'Io, l'Io campeggiò sulla scena.
Molto tempo trascorse prima ch'egli pervenisse nella propria mente a una così salda conoscenza di se stesso da poter discernere a fondo la verità; ma, nella laida solitudine di quel luogo estremamente laido, ove la speranza era così remota, l'ambizione domata, e la morte si affacciava sulla soglia stessa della capanna, la riflessione lo aiutò come in una città assediata dalla peste; e così egli intuì e conobbe il difetto della propria indole, e vide con chiarezza quanto fosse ripugnante.
Eden era una scuola spietata, per impararvi una lezione così crudele; ma esistevano, nella palude, nei folti, e nell'aria pestilenziale, maestri che avevano un metodo efficacissimo e tutto loro.
Martin decise solennemente che quando le forze gli fossero tornate non avrebbe contestato quella verità né si sarebbe opposto la condanna, ma avrebbe considerato come una realtà accertata il fatto che nel suo cuore si annidava l'egoismo e che doveva estirparlo. Era talmente dubbioso (e non a torto) del proprio carattere che decise di non dire a Mark una sola parola di vano pentimento o di buone risoluzioni, ma di tenere sempre presente il suo scopo esclusivamente dinanzi ai propri occhi; e in ciò non v'era una sola briciola d'orgoglio, soltanto umiltà e tenacia; la corazza migliore che potesse indossare. Tanto in basso lo aveva fatto precipitare Eden. Tanto in alto Eden lo risollevava."

E infine una che mi ha scaldato il cuore, la metto sia in originale sia nella sua traduzione di Bruno Oddera dall'edizione de Gli Adelphi:

"E mentre risuona in te e fuori di te, la nobile musica, avvolgendovi entrambi, annulla la malinconica prospettiva della separazione terrena, e vi innalza in paradiso!"

"As it resounds within thee and without, the noble music, rolling round ye both, shuts out the grosser prospect of an earthly parting, and upflits ye both to Heaven!"
This entire review has been hidden because of spoilers.
Profile Image for Samantha Pinazza.
Author 12 books80 followers
June 12, 2024
Un vero e proprio capolavoro. Ho amato i personaggi, alcuni buffi, altri tragicomici, altri ancora tristi e crudeli. Dickens tratteggia con innegabile abilità un affresco umano senza precedenti, coinvolgendoci in una vicenda intricata e brillante.
Ho molto apprezzato il percorso di Martin che, da ragazzo superficiale ed egoista, impara quali sono i veri valori della vita. E, come lui, altri personaggi si ravvedono, scoprendo (a volte troppo tardi) di aver commesso errori imperdonabili.
Gli ultimi capitoli, particolarmente intensi, ritraggono un efferato omicidio che mi ha dato i brividi.
Martin Chuzzlewit è un'ottima sintesi del perché amo i romanzi dickensiani: c'è tutto! Avventura, emozione, divertimento, riflessione.
Profile Image for Filippo.
346 reviews
January 25, 2017
Lungo e poco coinvolgente.
La parte americana suona esagerata.
I personaggi sono macchiette.
Profile Image for Bianca Orazi.
15 reviews2 followers
March 15, 2014
Martin Chuzzlewit racconta la storia di un’eredità, con tutte le passioni, le invidie, le bramosie e le ipocrisie che vi ruotano intorno, in una girandola di personaggi che si muovono nella campagna inglese, nella Londra vittoriana colorata, sporca, rumorosa, che Dickens descrive così bene, e per un breve periodo anche negli Stati uniti d’America.
Attraverso varie vicissitudini vediamo alcuni rotolare inevitabilmente verso la perdizione, ed altri avviarsi su per la lenta e faticosa salita che li porterà verso la redenzione e il premio finale.

I personaggi principali:

Martin Chuzzlewit senior, il marionettista. Con una ricchissima eredità da assegnare, deve fare la cosa giusta, ma - oltre ad essere schiavo del suo orgoglio - è attanagliato dai dubbi, perché sa quanto l’avidità possa corrompere e la ricchezza rovinare.

Martin Chuzzlewit junior, nipote, diseredato, del suo omonimo. La gioventù che non sa e che pensa di sapere, e che si butta con ardore in un’avventura che si trasforma in una lunga serie di sofferenze e di difficoltà. Potrà uscirne distrutto o anche coglierla come opportunità di diventare un uomo migliore, in grado di affrontare le responsabilità del ruolo sociale a cui è destinato per nascita.

Mark Tapley, temporaneo compagno di viaggio di Martin jr., nonostante i suoi discorsi astrusi, rappresenta la saggezza e il buon senso popolare. Riesce quasi sempre a colmare le molte lacune di Martin e in un’occasione gli salva, letteralmente, la vita.

Seth Pecksniff, l’ipocrisia come male supremo, quello che s’ammanta di bene, mille volte peggiore del male tout court. Il disprezzo di Dickens per questo personaggio si legge già nel nome affibbiatogli (peck nell’inglese shakespiriano era uno dei tanti nomi per definire l’organo maschile, sniff…è sniff!). Sedicente insegnante di architettura, anche del giovane Martin, in realtà sfrutta vergognosamente i suoi allievi, sia economicamente che professionalmente.

Montague Tigg, la disonestà e la sbruffoneria. Uno dei tanti personaggi “larger than life” che Dickens disegna mirabilmente e che doveva essere abbastanza comune nella Londra di quegli anni. Con i suoi raggiri metterà in pericolo le fortune di molti.

Jonas Chuzzlewit, il male, anche di vivere. Jonas, figlio del fratello di Martin sr., non conosce bontà, né sprazzo di luce, anzi riesce a portare il buio ovunque vada. Il rischio di essere ingoiato dalla sua stessa spirale di maledizione è sempre in agguato.

Thomas Pinch, assistente – sfruttato - di Pecksniff e inevitabile amico di tutti gli studenti che passano per la sua scuola. Tom è la bontà che basta a se stessa, il personaggio che mi ha colpito e commosso di più, nella sua innocenza che non è naiveté, ma è purezza d’animo e di cuore. Il libro apre e chiude con lui, come a sottolineare il profondo rispetto di Dickens per Tom, l’unico che non ha alcun momento di ceduta in tutta la storia, e nonostante questo non riesce a starci antipatico...

Intorno, damigelle indigeste, fanciulle semplici e buone dai cuori palpitanti, locandiere gioviali, vedove piene di rimpianti, ma anche giovani garzoni tuttofare dalla battuta pronta, singolari barbieri e vecchi impiegati fedeli, e ancora grasse infermiere senza cuore sempre pronte per il classico goccetto. Il mondo variopinto di Charles Dickens.

Una nota particolare relativa alla trasferta americana del giovane Martin. L’America che ne viene fuori è un’America che non ha ancora idea di cosa sia la passione per le lunghe docce calde, ma ha già sviluppato la sua sconsiderata debolezza per i bicchieroni pieni di ghiaccio e un deciso gusto per l’iperbole.
Una terra che è ancora tutta Far West, sporca, violenta e presuntuosa e che Dickens, appena rientrato dalla sua prima esperienza negli Usa, racconta con parole molto forti. Salvo poi rettificare il suo giudizio, 25 anni e una seconda visita dopo, esprimendo la sua opinione rivista in una nota aggiuntiva in coda al romanzo, tutt’oggi presente nelle attuali edizioni.

Ho amato ogni pagina di questo libro e sono tante.
Dickens mi mancava, anche se non lo sapevo. I suoi romanzi mi danno sempre quel senso di pienezza che nessun altro riesce a regalarmi, come fosse un sontuoso banchetto che si sospetta inizialmente possa essere troppo “ricco”, ma poi scopri che gli ingredienti sono dosati in modo tale e le pietanze alternate con tale maestria, che si arriva alla fine senza alcun segno di pesantezza, pur nel completo appagamento dei sensi.

Oltre a questo, e non è un dettaglio, si ride, tantissimo, di cuore. Da leggere!
Profile Image for Federica.
382 reviews32 followers
January 29, 2014
Dickens aveva la capacità, con le sue storie e con i suoi personaggi, di far entrare il lettore dentro le sue pagine, e Martin Chuzzlewit non fa eccezione: l'incantesimo è più potente che mai! Sfido chiunque a non empatizzare sin da subito con il povero Tom Pinch dal cuore d'oro, o a non considerare sin da subito nella cerchia degli amici più stretti l'allegro (fin troppo!) Mark Tapley!
Insomma, l'ennesimo capolavoro di Dickens, in un'ottima edizione Adelphi impreziosita dalle bellissime illustrazioni di Phiz.
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