V.S. Naipaul nato a Trinidad nel 1932 da genitori indiani, lo scrittore ricevette il premio nobel per la letteratura nel 2001, è considerato fra i più grandi scrittori contemporanei.
In questo piccolo volume l’autore racconta di come da piccolo amasse gli oggetti della scrittura e della lettura: penne, fogli pregiati, libri; ma non ne facesse uso. Non inventava storie, non leggeva molto ed a scuola non era così bravo. Un libro però gli faceva spesso compagnia: le favole di Esopo, comprato con dei risparmi. Ricorda di come a 12 anni, il prof. Worm ci tenesse a proporre “Ventimila leghe sotto i mari” nell’ora di ricreazione, ma il piccolo Vidiadhar avrebbe preferito trascorrere la ricreazione in pace!
Il padre leggeva moltissimo ma non terminava mai i libri, gli piaceva studiare lo stile, le pause, la tempra dello scrittore e non era tanto interessato alla storia in sé. Così il padre gli leggeva dei brani tratti dal “Giulio Cesare; pagine scelte dei capitoli iniziali di Oliver Twist, Nicholas Nickleby e David Copperfield; la storia di Perseo tratta da Eroi della mitologia greca di Charles Kingsley; alcune pagine del Mulino sulla Floss; un romantico racconto malese di amore, fuga e morte di Joseph Conrad; un paio dei Racconti da Shakespeare di Lamb; qualche novella di O. Henry e di Maupassant; un paio di pagine ciniche sul Gange e su una festa religiosa tratte da Tutto il mondo è paese di Aldous Huxley; qualcosa nello stesso spirito tratto da Una vacanza indù di J.R. Ackerley; alcune pagine di Somerset Maugham.” A 12 anni scrisse un ‘antologia con i brani che suo padre gli leggeva ad alta voce. I libri indicati dal padre, al di fuori dei brani che conosceva già, non erano di così semplice lettura. L’antologia fu il suo primo approccio personale con la scrittura. La cultura e le tradizioni indiane erano ancora radicate in lui, c’era qualcosa di arcaico che lo legava ancora all’India indissolubilmente. Quando, per esempio, nell’isola Caraibica la comunità indiana rappresentava: “l Ramlila, lo spettacolo all’aperto in costume basato sul Ramayana, il poema epico sull’esilio e il successivo trionfo di Rama, il dio eroe indù ”, sebbene non capisse bene la lingua, era affascinato da quel poema epico, impressionato, il suo cuore palpitava di emozioni più di quando andava al cinema. Dal paesino multietnico si trasferì in città, dove le cose si fecero più difficili, soprattutto a scuola, era ancora faticoso seguire il professor Worm. Ma verso la fine delle medie, quelle che per noi sono le medie, una professoressa gli fece conoscere :” tre esperienze letterarie significative: Tartufo, che era come una fiaba terrificante, Cyrano de Bergerac, capace di risvegliare le emozioni più profonde, e il Lazarillo de Tormes, il romanzo picaresco spagnolo della metà del Cinquecento, il primo del suo genere, frizzante e ironico, che mi portarono in un mondo simile a quello che conoscevo. “ Poté così aggiungere alla sua antologia questi tre romanzi. Non componeva ancora, ma di una cosa era convinto sin da quando collezionava materiale scolastico, voleva diventare uno scrittore, aveva la malattia ma non i sintomi, quelli sarebbero arrivati dopo. Gli esigui guadagni del padre come giornalista non permettevano loro una vita tranquilla economicamente, Naipaul si vergognava del proprio stato sociale e sgobbava come un matto per riuscire a prendere una borsa di studio dalla Madre delle colonie,Il Regno Unito. Dall’isola britannica arrivavano medicinali, libri, cibo scadente ed una borsa di studio per Oxford era riservata ai migliori studenti. Naipaul la vinse sudando sangue, voleva vedere se studiando in un grande college avrebbe potuto costruire la sua carriera da scrittore, in effetti negli anni inglesi iniziò a buttar giù qualcosa di suo. Era deciso a diventare uno scrittore pur essendo sul lastrico, o riusciva nel suo intento o sarebbe dovuto ritornare nell’isola caraibica. Doveva riuscire ad inventar storie” fin dove poteva spingersi l’invenzione (ciò che Conrad aveva chiamato «fatti fortuiti»)? Qual era la logica e quale il valore? Continuavo a infilarmi in stradine secondarie. La mia personalità di scrittore mi pareva qualcosa di grottescamente fluido. Non mi dava nessuna gioia starmene seduto a tavolino fingendo di scrivere; mi sentivo a disagio e falso.” Si trasferì a Londra e mentre lavorava in una fabbrica di sigarette pian piano riuscì a trovare il sapore che doveva avere il suo linguaggio, doveva tornare indietro nel tempo, ai racconti di suo padre, alla campagna, all’isola, alle feste indiane, ecco, era questa la strada, come Tolstoj che racconta l’assedio di Sebastopoli. Cominciava a scrivere, significava riempire una lavagna con centinaia di pensieri sovrapposti e confusi e poi fare tabula rasa con il cancellino. Finalmente 4 anni più tardi arrivò una commissione: un libro di viaggio che parlasse delle Antille, tornava nelle colonie, tornava fra i derelitti a scrivere di gente che gli somigliava. Cosa avevano scritto delle colonie: Huxley, Lawrence e Waugh, gli scrittori imperiali della madre patria che tanto amava? Ma loro erano inglesi che si relazionavano con degli indigeni dall’alto del loro white savior; e lui era caraibico indiano, lui avrebbe avuto un approccio diverso, un simile che parla di simili. Presto scopre che la campagna , l’isola il territorio coloniale era l’ultima diapositiva scattata dopo tante altre, aveva scoperto che il colonialismo aveva prima decimato gli indigeni e poi aveva insediato una cultura nuova, soprapposta, forse non genuina o congrua. Ora capiva qual era il territorio tenebroso in cui non riusciva ad addentrarsi. Presto avrebbe scoperto un suo modo di raccontare la storia partendo da un nucleo polifonico” Quand’ero un bambino attratto dalla lettura, avevo la sensazione che due mondi mi separassero dai libri che mi venivano proposti a scuola e in biblioteca: il mondo della fanciullezza, di un’India viva soltanto nel ricordo, e il mondo più coloniale della nostra città. Pensavo che le difficoltà fossero dovute ai turbamenti sociali ed emotivi della mia infanzia – la sensazione di essere entrato quando il film era cominciato da un pezzo – e che, una volta diventato grande, sarebbero svanite. Quel che non sapevo, nemmeno dopo aver scritto i miei primi libri di narrativa – interessato com’ero unicamente alla trama e alle persone e a come arrivare in fondo e a allestire bene le battute –, era che quelle due sfere di tenebra erano diventate il mio tema. La finzione letteraria, con i suoi misteri, con la possibilità di trovare la retta via grazie a un percorso tortuoso, mi aveva portato al mio tema. Ma non poteva condurmi oltre “.
L’India
Questo capitolo diventa di stridente attualità se pensiamo all’India odierna di Modi, nazionalista, dittatoriale, induista. L’autore racconta di come ebbe modo di studiare l’India dell’anno mille occupata dai Mogul musulmani, dalla loro ricchezza, dalle loro munificenza ma anche dalla loro ferocia nell’infliggere le pene; mentre fuori dalla reggia regnava la povertà. I cronisti inglesi hanno sempre pensato all?india come un uncum: l’India induista e l’India Musulmana, i coloni inglesi sembrano aver cancellato il concetto che quest’unità nonc’è mai stata, ed è incredibile come dopo molti secoli gli indiani musulmani e gli indiani induisti si sentano ancora, ed ancora oggi nel 2020, si sentano ancora due stati in uno stato. Paragona l’India occupata dal Medio Evo dai Mogul all’America latina occupata dai coloni europei dopo il 1492. Così ripensa a quando era bambino all’epopea del Ramayana che parlava di un ‘unità religiosa in un unico stato, un’unità che non c’era. “Non era un’India sulla quale fosse possibile leggere qualcosa. Non era l’India di Kipling o di E.M. Forster o di Somerset Maugham, ed era lontana dall’India alquanto raffinata di Nehru e Tagore. (C’era uno scrittore indiano, Premchand, 1880-1936, le cui storie in hindi e in urdu avrebbero reso reale il passato del villaggio indiano, ma noi non lo conoscevamo; non eravamo quel genere di lettori). “
Da commentatrice ricordo come le caste siano state inventate dagli induisti e non dai musulmani, e le gerarchie sociali in India ci sono ancora, ci sono sempre state e sempre ci saranno. Modi, il nuovo presidente, ha riacceso le divisioni, cavalcando l’ondata nazionalistica che sta coinvolgendo molte nazioni del mondo, Italia compresa. Quindi non riesco a leggere questo capitolo che con molta criticità, da pensatrice liberale ( non liberista), antirazzista e progressista quale sono.
Cita lo scrittore angli indiano R.K. Narayan e come egli avesse uno stile personale proprio nel lessico e nella sintassi inglese usati, come apparisse genuino e non un epigono dei grandi scrittori inglesi ma era un raccontare colmo di astrazioni ed ellissi.“ Il suo mondo Narayan lo possedeva interamente. Era completo e sempre pronto ad attenderlo; inoltre era abbastanza lontano dal centro delle cose perché i perturbamenti esterni si attenuassero prima di raggiungerlo. Persino il movimento indipendentista, negli infocati anni Trenta e Quaranta, era lontano, e la presenza britannica si manifestava soprattutto nei nomi degli edifici e dei luoghi. Era un’India che pareva farsi beffe della vanagloria e che continuava imperterrita per la sua strada.” E ancora su di lui: “I «colpi dell’invasore» sono delle astrazioni. Non c’è vera sofferenza, e la rinascita è quasi magica. La gente alla buona dei libri di Narayan, che si guadagna da vivere modestamente grazie a lavori modesti, confortata e governata dai riti, dà la sensazione di essere stranamente isolata dalla storia. […]ha una visione semplice del passato indiano, che si presenta in tableaux semplici. Il primo è del Ramayana (circa 1000 a.C.); nel secondo c’è il Buddha, una scena del sesto secolo a.C.; nel terzo c’è un filosofo dell’Ottocento, Shankaracharya; nel quarto si assiste all’arrivo degli inglesi, mille anni dopo, e si finisce con Mr. Shilling, il direttore della banca locale. Nei tableaux non compaiono i secoli delle invasioni musulmane e del dominio musulmano”
Continua a parlare degli scrittori imperiali e pone il paragone fra uno scritto quasi giovanile di Dickens “Nicholas Nickleby” del 1838 pieno di naturalezza e “Storia di due città” del 1859 già investito di un certo manierismo descrittivo. Questo paragone lo lega alla fluidità della letteratura, altro argomento molto contemporaneo. Se gli scrittori ottocenteschi potevano viaggiare in una griglia di argomenti e di stili certa, pacata e sicura, oggi questo genere non può essere riproposto. Parla ancora delle migrazioni, incroci innumerevoli di flussi, come nell’Impero Romano, l’immigrazione è un argomento dirimente per lui.
Così mentre lui, uomo contemporaneo ,nato nel ’32, uomo del ‘900, ha sempre avuto un atteggiamento di distacco verso la letteratura inglese ottocentesca, suo padre non lo ebbe, anzi fu grazie a quella che potette alimentare la sua velleità di scrittore e le passò al figlio. Ma se il padre scriveva grazie ad una letteratura che descriveva vite vissute per procura, il figlio aveva bisogno di autenticità. Il cinema colmò la sua idiosincrasia verso la letteratura negli bui, il linguaggio del cinema è la prima vera novità letteraria del ‘900.
DUE MONDI
Discorso per il Premio Nobel. Questo discorso è stato pronunciato quando ormai era vecchio, qui la sua visione del mondo è molto meno netta dei saggi precedenti, non vi è traccia di nazionalismo ma di una curiosità che globalmente scava ogni civiltà per arrivare a stracci di verità. Inizia col dire che tutto ciò che ha scritto è un libro unico, gli ultimi libri hanno senso se si considerano i libri precedenti in una somma che arriva quindi al presente. Uno dei motori che lo hanno spronato a scrivere è stato l’intuito, l’intuito visto come parte di un talento genuino. Ricorda come abbia saccheggiato biblioteche e archivi di stato per scoprire di più sui suoi tre territori che lo hanno formato: l’india delle origini, lo stato di Trinidad dove è vissuto fino a 16 anni circa e il Regno Unito. Nel villaggio viveva in una casa bianca con terrazzo al primo piano, locale per le preghiere ed un piccolo ponte che la legava ad un’altra abitazione. L’arredo della casa conteneva insolite inserzioni di arte indiana: colonne, colori variegati. Le case degli indiani nei Caraibi erano considerate esotismi. I contadini al termine della loro vita lavorativa potevano acquisire il terreno coltivato, questo finché l’India fu colonia inglese, dopo l’indipendenza questa concessione finì, così come i rimpatri sicuri. Continua con le sue scoperte archivistiche: come la lettera del re di Spagna al governatore di Trinidad, datata 12 ottobre 1625, per decimare tutti gli indios Chaguanes, una delle tante pagine vergognose della storia coloniale. Conclude con un pensiero di Proust, che spero io stessa di conservare nel cuore: “«Le belle cose che scriveremo se abbiamo talento» dice Proust «sono dentro di noi, indistinte, come il ricordo di un’aria che ci delizia senza che riusciamo a ritrovarne i contorni … Chi è ossessionato da questo ricordo confuso di verità che non ha mai conosciuto ha un dono … Il talento è una sorta di ricordo che gli permetterà di avvicinare a sé questa musica confusa, di sentirla chiaramente, di annotarla…».
Il «talento», dice Proust. Io direi la fortuna, e molta fatica.”