Credimi, sto mentendo
“A volte ho l’impressione di raccontare cose che mi si buttano addosso. Come è successo per questo documentario. Intorno a me o anche contro di me, succedono delle cose che accendono in me curiosità oppure orrore, e allora io non so fare altre che raccontarle. Non so bene perché, nei libri io voglio raccontare questo: cosa succede quando realtà e racconto si intrecciano attraverso la vita e il punto di vista dello scrittore”.
Sophie, ti posso amare soltanto se continui a non fidarti di me, se mi tradisci con ferocia. Il nostro intenso condividere dipende da paura e morbosità. Senza mistero non ho più alcun bisogno di te. Fai come dico oppure sparisci. Se non sei in grado di identificarti nelle mie ossessioni, non mi sento più attratto dalla tua intelligente fisicità né dalle tue contraddizioni. Il nostro amore è un romanzo russo, che mi rende famoso, molto famoso. E non essere ingenua. Tanti motivi di rimozione, che si riaffacciano crudeli. E così l'inchiesta contamina l'io, lo rende irriconoscibile. Mi permetto considerazioni di spirito con il contrappeso di quanto dichiarato da Carrére: “Grazie al libro, ho l’impressione di essermi liberato del groviglio di tensioni e di paure che opprimeva la mia vita”. Carrére viaggia verso Kotelnic, nel nulla della lingua madre Russia, latte e acquavite dimenticate, segue la storia di un reduce di guerra ungherese imprigionato in un reparto psichiatrico alla Cechov per 53 anni e vi intreccia la storia di un nonno eroico e folle, un georgiano (Zurabisvili) anarchico viscerale, un grafomane collaborazionista fatto sparire nell'ombra di un oblio dostoevskijano. In questo modo l'autore svela il segreto della madre (con la quale felice riconciliarsi), la sua maledizione e la sua vergogna, lei così nobile e colta, cittadina esemplare dell'elitario mondo dei migliori. Nello stesso luogo Carrére ritorna girando un film, attendendo che qualcosa accada, tra un funzionario dei servizi dell'Fsb e la sua esuberante e umile compagna, e puntualmente qualcosa accade: lei viene tragicamente assassinata insieme al piccolo figlio in una cronaca dell'orrore che resta priva di narrazione e spiegazione. E così si ammala anche la sua storia d'amore e finisce al centro della scena, disperdendosi come un gesto privo di senso e irregolare, così fuori posto e inadeguato da annullare ogni possibile sviluppo. La realtà ha sventato i miei piani, dice Carrére. Hai architettato tu stesso la tua distruzione, pensa il lettore. Bene ha scritto Paolo Nori che tutti i finali del libro conducono alla catastrofe, ritornando circolarmente alla condizione dell'ultimo prigioniero all'inizio del romanzo o non romanzo, che dir si voglia di questa “non fiction novel”: “un uomo che riprende conoscenza in un bugigattolo dove non vede niente, non sente niente, non può muoversi e ci mette un po’ a capire che lo hanno sepolto vivo, che tutto il sogno della sua vita portava a quello, e che questa è la realtà, l’ultima, quella vera, quella da cui non si sveglierà mai”. Negare la sofferenza conduce a questo, a una dimensione percettiva, affettiva e culturale che presuppone sempre la paura e l'inquietudine, l'impossibilità di vedersi soddisfatti, felici e completati. Così c'è un confine che rimane sfumato e indefinito e prende forza il dubbio tra normale e straordinario, tra la mania per la sovraesposizione del dolore (un'assenza?), per la nudità della sofferenza, e il narcisismo di un ego che vuole a tutti i costi apparire affascinante, coraggioso e onesto; forse persino superiore. Ma a chi? Senza dubbio, unico.
“Quello su cui le mento e mento a me stesso è innanzitutto che io alla libertà non ci credo. Mi sento determinato dall’infelicità psichica quanto lei dall’infelicità sociale, e vengano pure a dirmi che è un’infelicità puramente immaginaria, non per questo pesa di meno sulla mia vita. E mento, anche, quando dico che è solo lei a vergognarsi. Ovviamente non è così”.