La sfinge dormiente di Carr.
Ambientato nel secondo dopoguerra nella campagna inglese, riunisce alcuni elementi caratteristici del giallo di Carr. In particolare l’atmosfera di tensione, che non è prodotta da vampiri o maledizioni ma più semplicemente (ed efficacemente) da aspetti psicologici e psichiatrici.
Un militare inglese che ha lavorato per i servizi segreti visita una sua vecchia fiamma, Celia, dopo anni, e scopre che la sorella è morta in circostanze misteriose. Malore? Omicidio? Suicidio? A complicare le cose, Celia viene descritta dagli altri abitanti della casa come persona con forti disturbi mentali, e le sue osservazioni sulla morte non naturale della sorella vengono etichettate come “fantasie”, finché entra in scena Fell a fare chiarezza.
Inizio molto accattivante, poi un calo di tensione fino all’arrivo di Fell, e da qui in avanti iniziano colpi di scena a ripetizione e piccoli e grandi misteri, legati al mistero principale, vengono proposti e risolti. Fino al disvelamento del colpevole, che qui avviene abbastanza a ridosso della fine mantenendo quindi la tensione alta fino in fondo.
La pecca secondo me però è proprio nell’identità dell’assassino: mentre la motivazione e la dinamica sono convincenti, la scelta dell’assassino (peraltro in una rosa molto ristretta di possibili indiziati, una volta accettate dinamica e movente) da parte dell’autore appare debole e poco convincente, e gli indizi che eventualmente punterebbero in quella direzione molto labili (e si sarebbero adattati bene, tranne uno, anche all’assassino a cui avevo erroneamente pensato). Manca il colpo di genio dall’alibi impossibile svelato o del meccanismo brillante adottato dall’assassino.
Un bel Carr quindi per ambientazione e atmosfera, ma (mi sia permesso) di seconda fascia a causa della soluzione relativamente debole, romanzo comunque valido e interessante, che vale la pena leggere, ma non all’altezza dei migliori.