Non è un libro per tutti.
Questo romanzo parla della storia di Kim Sakkat (nome d’arte di Kim Pyeongyeon, 1807-1863), nobile decaduto, diventato poeta con una lunga formazione durata una vita, passata tra stenti, difficoltà, accettazione della sua condizione, desiderio di rivalsa, fallimenti, migrazioni. Nonostante la sua fama popolare in Corea, le fonti a riguardo sono confuse ed incomplete, quindi l’autore, Yi Munyeol, unisce la tradizione orale alla sua fantasia e costruisce una biografia tra il magico e l’aspramente umano.
Devo ammettere di trovarmi in difficoltà nel dare una valutazione a questo romanzo. Se da un lato la storia è senz’altro meravigliosa e profonda, se in essa l’autore ha riversato tutto il suo eloquio e il suo talento, è altrettanto vero che lo stile mi ha, purtroppo, annoiata. Il romanzo, infatti, parte in modo avvincente e subito fa catapultare il lettore dritto nella vicenda; tuttavia, dopo pochissimi capitoli lo stile cambia radicalmente e il libro è, fino alla fine, scritto come un trattato storico: non sono infatti rare frasi come “le fonti orali ci confermano che…”, “su questa vicenda non si hanno molte fonti”, “è risaputo che…”. Questo ha di positivo il sottolineare l’importanza che ha avuto il protagonista nella tradizione orale e di conseguenza nella cultura popolare, ma va anche detto che è uno stile difficile da seguire e che può, come è successo a me, annoiare. Inoltre, a mio parere non è una lettura adatta a tutti: bisogna avere un minimo di infarinatura riguardo alla storia coreana, altrimenti la comprensione è limitata e limitante. In più, nel testo vengono citate e riportate numerose poesie di Kim Sakkat, che però al lettore italiano e non istruito in materia sembreranno, senza dubbio alcuno, banali e tutt’al più modeste. Questo perché, per capirle a fondo, va studiata la poesia coreana, vanno conosciuti gli hanja e l’han’geul, la poesia va letta ed analizzata sia dal punto di vista del significato sia da quello fonetico.
Riconosco la bellezza di questo romanzo e il virtuosismo dell’autore, ma riconosco anche che per me è stato difficile da finire e mi sono trovata a leggere (più di) qualche passaggio con la testa da un’altra parte, distratta; insomma, questo romanzo non mi ha presa, e lo stile certamente non aiuta.
Una menzione d’onore va all’eccelsa traduzione e alla postfazione, entrambe di Maurizio Riotto. In particolare, nella postfazione si pongono in confronto le vite di Yi Munyeol e di Kim Sakkat, facendo scoprire al lettore un ulteriore punto di vista e chiave di lettura, ed inoltre il traduttore chiarisce degli aspetti storico-culturali che possono essere sconosciuti o di difficile comprensione per il lettore occidentale, il che la rende una delle parti più interessanti del libro.