Copincollo un lunghissimo commento che avevo scritto a suo tempo pel mio blog...
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In teoria non dovrei nemmeno scriverne: si tratta di qualcosa che non mi appartiene (non del tutto). Ma ogni tanto mi capita di sconfinare in territorî che mi interessano poco: per curiosità, per conoscere qualcosa di cui molti parlano; perché non si sa mai, perché magari posso scoprire qualcosa di insospettato, di valido; per la generica ricerca di qualche stimolo nuovo; per verificare i "sentito dire". Quindi ogni tanto mi metto a leggere quegli scrittori "che vendono", quelli che "tutti leggono" e che io non leggerei mai: non tanto per snobismo, quando per disinteresse pei contenuti. Perché di solito la letteratura italiana di massa contemporanea, perferisco evitarla più che posso. Mi appartiene poco. Però ogni tanto ci provo.
Anni fa ho letto un libro di Baricco: Seta; e l'ho trovato molto irritante, privo di polpa e ruffiano alla superficie. Poco prima avevo letto il famigerato Va' dove ti porta il cuore, della Tamaro. Libro piuttosto inutile, ma forse erano ancora più inutili, e pretestuosi, i polveroni di critiche che erano stati sollevati (ma su questo ci torno più sotto). E infine, la scorsa settimana, ho finito nientepopodimenoché
Jack Frusciante è uscito dal gruppo
, di Enrico Brizzi.
Cominciato e terminato in quattro giorni. Lo so, per un libro simile non sono pochi: ma avevo anche altro da fare, che diamine! E ora, che dire? Alla prima pagina mi sono un po' stupito: Brizzi non scrive così male come pensavo. Credo sia sopra la media di quel che di italiano circola e vende tanto. Intendo: Brizzi sa usare bene la scrittura, dimostra controllo, e inventiva. Ma fino a un certo punto. Perché già alla seconda o terza pagina si nota che: molto spesso le parole le appiccica insieme un po' a caso, vuole produrre effetto, vuole mostrarsi witty a tutti costi, e non importa se a volte l'esito è sgangherato; con tante, troppe ripetizioni. Il tono affabile e complice, le incessanti strizzate d'occhio: tutto si logora già lungo il primo capitolo. Ma Brizzi sembra saperlo molto bene, sembra invocare un alibi molto potente: dopotutto l'intero Jack Frusciante è una semisoggettiva dagli occhî del suo protagonista, il 16/17enne Alex (anzi: il vecchio Alex) e i suoi pari. La prosa libera, veloce e volante, che intreccia latinismi e giovanilismi, lirismi di alta e bassa lega, parolacce e fraseggio frammentato, e franto, le citazioni dal Liopardi, Kubrick, Elio e le Storie Tese tutti insieme appassionatamente, e poi il gergo dei giovanistri bolognesi (mirabile un: "quel kranio immenso del Baudelaire")... tutto è concesso, tutto è permesso, perché è l'Adolescente che vede così la sua vita, e così se la racconta a lui e a noi. E non ci fermiamo qui: come traccia nascosta Brizzi ci mette lo sguardo del lettore con qualche anno in più, quello che ora legge e (ri)vede dall'alto le goffe bizze d'adolescente del vecchio Alex, le sue prime esperienze di vita e bla bla bla... insomma, lo sguardo affettuoso e comprensivo di chi "già sa", di chi ha traversato gli stessi anni e ben li conosce. Gli stessi anni? Proprio gli stessi per tutti?
Appunto. Jack Frusciante, devo dirlo, me lo aspettavo come un gran manifesto del giovanilismo. Cioè, di quegli insopportabili discorsi che pigliano tutta la categoria d'età per comprimerla in un blocco unico: tutti gli adolescenti così, tutti gli adolescenti cosà, i giovani ribelli, i giovani fragili, i giovani disadattati, i giovani spensierati, i giovani che vogliono cambiare il mondo, i giovani che desiderano esperienze ma le temono e avanti. Parlare dei gggiovani dicendo poco, e forse sugli stessi giovani poco nulla, con l'unico scopo (consapevole o meno) di stenderci sopra un telo bianco e vuoto, dove projettare ed esorcizzare le ansie ribollenti della società tutta (in primis le fasce adulte). Jack Frusciante non ci casca del tutto, in questo dubbio gioco. Ma la sua parte la fa. La fa più che altro lisciando oltremodo il pelo del suo pubblico. Quello dei giovinastri liceali con un piede nella scuola e l'altro nel centro sociale, pronti alle okkupazioni rituali, la canna nel cesso, i diarî del Che nello zaino e la musica ribelle sparate in cuffia. È un problema? Direi di no. Lo è che ci sia 'sto libro, costruito col misurino per loro, per esaltarli e soddisfarli nella lettura, e lasciando non troppe domande quando le pagine giungeranno alla fine. E via allora con l'ipercontestualizzazione: i gruppi punk, la solita Bologna e le sue solite contestazioni da museo della storia, le due torri, la libreria Feltrinelli, via Zamboni e via del Pratello...
Cheppoi, alla fine, scusate una cosa: togliamo via la prosa rotta e volutamente (a volte, ammettiamolo: piacevolmente) sbilenca di Brizzi; togliamo le varie citazioni musicali; togliamo i brevissimi skleri politici del protagonista; togliamo un episodio di suicidio liquidato in maniera scandalosamente superficiale (e anche comoda: perché far uccidere un comprimario e non il protagonista? O la sua ganza?); togliamo tutto il resto. Cosa rimane? Cos'è Jack Frusciante? Una storiellina d'amore: persino un po' pallida, un po' patetica. Dove il protagonista, oh!, si sente forte e diverso solo perché decide con la tipa di stare insieme senza stare insieme, guardare e non toccare, rapporto spirituale d'alto livello. Talmente alto che il nostro geniale Alex, si rende conto, in uno spasmo neuronico, che la tipa gli crea "effetti strani"; che effetti sono? Ma certo, di lei considera anche le braccia e il collo, e non solo le poppe e il posteriore. Perché, ovviamente, leggiamo tra le righe, tutti i sani maschî adolescenti del mediterraneo sono bestie in calore nei primi anni, pornazzi sotto il letto e un virilismo fittizio e ostentanto, mappoi per fortuna, come il nostro protagonista, miracolosamente maturano, imparano a stabilire, anche se sono dei ribelli un po' marci, un corretto rapporto di coppia basato sulla giusta integrazione tra attrazione fisica, emotiva e psicologgica.
E 'sta tipa, non è per dire, ma ci viene presentata come "lei non è come tutte le altre", mappoi la troviamo ridotta nella sua cameretta a leggere Il piccolo principe (ok, accettabile, ma coi dovuti distinguo) e, soprattutto, Il gabbiano Jonathan Livingston: che peccato che al tempo non fosse ancora noto Coelho, altrimenti non sarebbe potuto certo mancare... Chissà come mai mancano anche i pensierini sulla Smemo. E qui ci chiediamo: ma fino a che punto Brizzi ci crede, alle romanticherie dei suoi due adolescenti che vengono spacciate come un vissuto universale d'adolescenza? Temo che qui si prenda proprio sul serio, e lo suggeriscono frasi agghiaccianti tipo: "La forza immensa che abbiamo dentro". Omygosh.
E da qui balziamo al discorso sul gruppo, che c'è anche nel titolo: Jack Frusciante esce dal gruppo; anche il nostro protagonista vorrebbe tanto farlo, smania per sterzare dai maledetti binarî che "la società" gli impone, da quell'"omologazione" in cui il suo liceo ginnasio lo ingabbia, vuole spaccare il tutto (e aggiunge la vocina in sottofondo: come ogni buon adolescente). Poi la grande ribellione si concreta in quattro graffiti al muro, nel segare in due il prezioso disco della prof, prestato alle prime della classe (ovviamente antipatiche e pure zoccole). Ma criticare questo antiborghese piccolo piccolo servirebbe a poco: perché Brizzi immagino sappia bene che di 'sti tempi non è facile mirare alto, non si va quasi più con le spranghe in piazza contro lo Stato; e credo ci metta anche un po' di amaro in queste velleità ribellistiche che moriranno con la maggiore età o poco dopo. Già è meno perdonabile, però, che le affoghi da principio in una papposa love story. Ma quel che mi chiedo non è se sia il protagonista a uscire dal gruppo: è se lo faccia il libro. E la risposta credo sia no. Perché alla fine Brizzi, già l'ho detto, non fa altro che ammannire al lettore tutto ciò che questi desidera, non una virgola in meno, non una più. Si intruppa integralmente in tutta quella produzione "tipicamente italiana" di letteratura e cinema che parlano da anni e anni, instancabilmente, di tematiche sociali, di scontri generazionali, dei giovani e la scuola, e la famiglia, e la voglia di libertà e qui e là e su e giù, album di figurine in serie su sessodrogarocchenroll. E Jack Frusciante sta a tutta 'sta roba come la Tamaro sta alle massaje che è riuscita a commuovere con le sue letterine in formato libro. Con una differenza. Perché almeno la Tamaro non va a farsi le supermenate sul mondo e l'esistenza e le generazioni e lo scontro col mondo. Quando avevo terminato Va' dove ti porta il cuore, ho ripensato non tanto all'inutilità del libro, quanto delle polemiche che ci erano state ricamate: è un libro per massaje più o meno in crisi, non ha chissà quali ambizioni, è inutile criticarlo per ciò che non vuole esserlo, o solo perché ha venduto un fottìo di copie (buon per l'autrice se l'ha fatto, piuttosto). Jack Frusciante, questo blog su carta prima dei blog, le sue piccole ambizioni se le coltiva, anche se minime, è impegnato, è discorso sociale, o quantomeno fotografia della realtà, specchio di una generazione, per quanto sbiadito. Si caccia solennemente in quella produzione dove tutti alzano a bandiera l'uscire dal gruppo. Ma se tutti ne sono fuori...