Tremendamente pesante. Sin'ora uno dei libri più noiosi e fra i meno interessanti che io abbia mai letto. Lo stile c'è, è innegabile, il dizionario accanto deve per forza esserci anche quello per determinati termini desueti. La grammatica e la prosa sono molto complesse, anche facenti parte di una scuola ormai passata.
Leggere un libro scritto in italiano di un'autrice italiana non è certamente come leggere un libro classico tradotto, MA mi chiedo: è necessario sprofondare in un ritmo tanto lento e dettagliato per fare un affresco del genere? Certamente no. Questione di stile, evidentemente. Per cui, se da un punto tecnico valuto bene questo libro, da un punto soggettivo, esteticamente e non, mi ha lasciato indifferente; annoiato, aggiungerei.
- In primis, l'impianto e la scansione temporale, divisa appena in paragrafi e non in capitoli. Questo è già bastevole per far impazzire qualsivoglia lettore. Non ci sono punti fermi concreti, di facile individuazione. A livello simbolico, se ne potrebbe evincere una fluidità di argomento, una specie di impossibilità nel dividere questa materia squisitamente memoriale e per cui soffusa fra passato e presente in un unicum fluente. Dal punto di vista pratico, però, ha solo il potere di complicare inutilmente una materia già complicata.
- Secondo: i personaggi. Per quanto ben caratterizzati che siano, ho continuato a provare una tetra, aprioristicamente inopinabile indifferenza nei confronti di ciascuno dei personaggi narrati, in particolar modo per Emanuele e per Aracoeli stessa. Nonostante la loro complessità psicologica sia importante, ben cesellata, il trattare di due poveretti senza assolutamente alcuna qualità di alcuna natura se non una violenta mediocrità (dei grigi tizi random qualunque, detto in altre parole), certamente val bene un capitolo. Ma non un dannatissimo libro intero senza che ci sia un minimo di sottile ironia. Il tono è invece mantenuto mortalmente serio. E per tanto, no, non è stato possibile provare né empatia né simpatia (ma neppure antipatia, se proprio un sentimento doveva uscir fuori) nei loro confronti. Per il mio palato letterario questo è criminoso.
- Terzo: l'impianto temporale, ma questa volta dal punto di vista dell'intreccio e della fabula, talmente tanto intricati da far apparire le paglie d'un cestino di vimini solo cordicella sfusa, perché proprio in virtù e a causa della divisione del testo, i salti cronologici non sono sufficientemente evidenziati. Nuovamente, a livello simbolico se ne può evincere la continuità fra passato e presente. A livello pratico invece non va bene. Non a me.
- Quarto: la trama. Non succede nulla di particolare, muore giusto qualcuno, così, a caso direi. Il morire non è messo in evidenza con significativa partecipazione, suspense o altro. I vari eventi scorrono con lucido e freddo distacco quali possono essere le antiche memorie di un uomo di mezza età (e quale il romanzo intero difatti sarebbe). Ancora, simbolicamente la valenza è importante, la scelta stilistica azzeccata, ma il vedersi sfilare gli eventi pagina dopo pagina dopo pagina senza sbalzi o particolari imprevisti sortisce quel senso di noia di cui sopra. Par di leggere una pappa densa e cremosa ma appetibile solo a piccole cucchiaiate, pezzetto per pezzetto, diluendolo nel tempo a causa della sua consistenza tanto quanto fondamentale insipidità.
- Quinto, ma questo è personalissimo: la sintassi e la grammatica. Come detto sopra, e a buona ragione, è collocabile nei prodotti dei romanzieri della vecchia scuola italiana; ormai, a oggi (giugno 2017) è prossimo alla quarantina d’anni, ultimo frutto pure di una scrittrice ormai matura ma facente parte di un sistema educativo proveniente dai primi del novecento. Leggere per cui questo libro senza il filtro che normalmente si riscontrerebbe in qualsivoglia testo di qualsivoglia epoca di qualsivoglia lingua tradotta nella propria è diverso e potenzialmente più complicato. In più, leggendo, non smettevo di pensare che molte espressioni fossero ormai desuete, più consone all'acritico bel parlare delle vecchie maestre d’elementari che al linguaggio corrente. Non solo: ho sempre come avvertito l’artificiosità del testo, la sua ricerca d’affettazione quasi, e per cui una non spontaneità sin troppo palese. Questo ha rappresentato un ostacolo ulteriore all'approdo all'ultima pagina.
In conclusione: il libro �� tecnicamente alto, quasi rasente la perfezione. Però, e di questo mi si perdonerà la schietta soggettività, ‘ndo vai se a sostanza nun ce l’hai? Peccato perché avevo una grande curiosità di leggere la Morante, nutrita da una buona dose di aspettative. Probabilmente non ho azzeccato l’opera giusta. Ce ne vorrà di tempo, comunque, prima che mi dedichi a qualcos’altro di suo.