La portata storico-culturale del “Deuteronomio” è immensa. Si ripercorre in una sorta di “ringkomposition” (“composizione ad anello”) tutto ciò che è avvenuto nei primi quattro libri – la conclusione di quest’ultimo richiama quella della “Genesi”. Siamo catapultati in un panorama storico-culturale complessissimo, che richiama la crisi generalizzata del Mediterraneo Orientale di XIII-XII secolo a. C. Nella terra di Canaan, infatti, vi sono realtà che presto sarebbero andate distrutte, su tutte quella degli Hittiti (da cui gli Ebrei ricavano molte leggi, vedasi il Levirato o quelle legate agli abus1 sessu4l1); a esse si contrappone il sorgere di nuove società, come quella fenicia (a partire dall’XI secolo a. C.) e quella dei Peleset, popoli del mare già indicati nella Grande Dichiarazione di Karnak da Merneptah (1204 a. C.) da identificarsi coi Filistei della nuova realtà palestinese.
È in questo clima che si sta ricomponendo l’alleanza con Dio, nella quale emergono e si rifunzionalizzano i “tòpoi” che ci hanno accompagnato a partire dall’Esodo.
Punto cruciale è sicuramente la scomparsa di Mosè sul monte Nebo all’età di centoventi anni, capace di ammirare la Terra Promessa solo da lontano. L’accettazione di questa “punizione” da parte sua è vigorosa, fin troppo consapevole dei torti e della mancanza di fiducia nei confronti del Signore Dio, che ha scelto lui e, soprattutto, il suo popolo. È ironico come Mosè, figura centrale in tutte le religioni abramitiche, profeta più importante dell’ebraismo, investito da un rapporto diretto col Signore, abbia dovuto patire la sua mancanza di fede non vedendo ciò per cui ha vissuto una vita intera, cioè la Terra Promessa. Ed è proprio con la sua morte che arriva quella distanza fra Dio e l’uomo di cui parla Hegel, identificando nell’ebraismo l’antitesi – rispetto alla religione classica, “tesi”, che vedeva il dio sin troppo antropomorfizzato, e al cristianesimo, “sintesi”, dove avviene il ricongiungimento fra Dio e l’uomo nella figura di Gesù Cristo.
Le leggi della guerra, seppur severissime – date da un Dio “deinòs”, “terribile e al contempo meraviglioso” – appaiono meno dure di quelle di altri popoli, dove vi sono sacrifici umani per dèi “di pietra e di legno” al quale gli Ebrei non devono osare votarsi. A mediare fra il “popolo eletto” e la “scelta” del popolo di seguire Dio, vi sarà solo “l’ultimo e il più grande dei profeti” richiamato presumibilmente in Dt., 18:15 (“Il Signore, il tuo Dio, ti susciterà un profeta come me, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli; a quello darete ascolto!”), e identificato dall’interpretazione cristiana come il Profeta per antonomasia, ovvero Gesù Cristo (visto come novello Mosè proprio nel “Vangelo Secondo Matteo”).
Altro punto fondamentale è l’identificazione, al termine di una serie di maledizioni dal sapore apocalittico, per la prima volta, di Dio nella Parola (Dt., 30:14): questa spinta alla meditazione sapienzale ritornerà in “Proverbi” e “Sapienza”, ma sarà culminante nel prologo del “Vangelo secondo Giovanni”, dove la Parola è eterna, situata al principio e prima del principio di tutte le cose.