Walter Tobagi è morto a Milano il 28 maggio 1980, assassinato sotto casa da una semisconosciuta formazione terroristica. Era una delle firme piú prestigiose del “Corriere della Sera”. Aveva trentatre anni. La figlia Benedetta aveva tre anni. Era lí. Oggi Benedetta vuole capire. Con forza, con delicatezza, ricostruisce la figura pubblica e privata del padre in un racconto che intreccia spietate vibrazioni intime ad analisi storiche lucide e rigorose. Cercando di comprendere cos’erano gli anni Settanta. Un libro tenero e terribile in cui batte il cuore di un padre ritrovato.
ETTORE, CHIUSO NELL'ARMATURA, SI CHINA SUL FIGLIO ASTIANATTE, CHE NON LO RICONOSCE E SCOPPIA A PIANGERE: IL PADRE CAPISCE E SI TOGLIE L'ELMO
Il distacco di Ettore da Andromaca e Astianatte. Cratere apulo a colonnette (370-360). Museo archeologico nazionale Palazzo Jatta, Ruvo di Puglia.
La sorprendente finezza psicologica che Benedetta Tobagi attribuisce a Omero illumina tutte queste pagine, spargendo calda umanità oltre che luce.
Sì, il cuore mi è battuto forte per tutto il tempo richiesto dalla lettura, e oltre, dopo, mi batte forte anche ora: il cuore di Walter, e quello di Benedetta. E il mio.
Padre e figlia.
Benedetta racconta una storia indimenticabile, perfettamente calata nella cronaca nazionale, e contemporaneamente intrisa di mito, ritagliata nella tragedia classica. Fa vivere la figura del padre che lei cerca di scoprire e conoscere, avvicinandolo al cuore del lettore. Ci accompagna per quel lungo infinito e maledetto periodo chiamato "anni di piombo" e sa aggiungere pezzi di verità, tasselli di memoria preziosa.
Mercoledì 28 maggio 1980.
Benedetta è giovane, almeno come scrittrice (questo è un esordio), e mostra già notevole maturità. Scrive per imparare a sfogliare la cipolla senza troppe lacrime. Scrive in modo gentile, colto, limpido, ma non risparmia i personaggi ambigui o loschi che hanno attraversato quegli anni e la vita di suo padre (basta leggere cosa scrive, con parole particolarmente coraggiose in un paese che non ama la verità come il nostro, su Toni Negri, Franco Di Bella, Bettino Craxi).
Jacques-Louis David: Compianto di Andromaca sul corpo di Ettore, 1783. Museo del Louvre, Parigi.
In questo paese dalla memoria corta, Benedetta Tobagi sa ricordare, scavare, indagare, collegare, ricostruire in modo incisivo. Ne viene fuori una ricerca storica, ma anche un romanzo, e un memoir, come pure un'autobiografia, o un saggio. Ne viene fuori un gran bel libro tout court.
Particolarmente emozionante il racconto della famiglia del padre, i nonni paterni: la partenza da un paesino umbro e l'approdo a Milano. E le foto sparse nel libro, che acquistano bellezza e tenerezza grazie al racconto di Benedetta.
Non è facile commentare questo libro, molto meno immediato di quello di Luigi Calabresi, molto più cerebrale per alcuni versi. Benedetta Tobagi non si accontenta di rievocare la sua vicenda personale; non vuole provocare nei lettori sentimenti di facile pietismo; non vuole scrivere un libro intimo di memorie sulla figura privata e paterna, di uomo, di marito e di padre di Walter Tobagi. Benedetta Tobagi vuole raccontarci del giornalista ucciso, del suo impegno civile, del suo lavoro e sui perché del suo assassinio. Quella che svolge è una ricerca di grande spessore (a tratti quasi un vero a proprio saggio sugli anni del terrorismo) nel ricostruire la carriera del padre, partendo dagli studi liceali, attraversando la sua carriera universitaria, sino ad arrivare a quella di giornalista. Il ritratto che ne emerge è quello di un uomo pulito ma anche determinato, fedele ai propri ideali ma non per questo arroccato sulle proprie posizioni. Benedetta lo studia con passione, lo cerca con gli occhi nelle foto d'epoca, con le orecchie nelle registrazioni (poche) pubbliche e private e nelle parole di chi l'ha conosciuto e ha lavorato con lui. Benedetta lo cerca e lo trova con il cuore, perché è al cuore che parla ogni parola di questo libro, perché è dal cuore che parte ogni parola di questo libro, da un cuore che batte.
22 dicembre 2009, anche il giorno in cui ho scoperto Wisława Szymborska: c'era un buco nella rete, e lei passata per entrare e non uscirne più.
Ogni caso
Poteva accadere. Doveva accadere. È accaduto prima. Dopo. Più vicino. Più lontano. E’accaduto non a te. Ti sei salvato perché eri il primo. Ti sei salvato perché eri l’ultimo. Perché da solo. Perché la gente. Perché a sinistra. Perché a destra. Perché la pioggia. Perché un’ombra. Perché splendeva il sole. Per fortuna là c’era un bosco. Per fortuna non c’erano alberi. Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno, un telaio, una curva, un millimetro, un secondo. Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio. In seguito a, poiché, eppure, malgrado. Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba, a un passo, a un pelo da una coincidenza. Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso? La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo. Ascolta come mi batte forte il tuo cuore.
Parcheggio dove l’hanno ammazzato …e non lo sapevo. Lì - proprio lì - in via Salaino una volta alla settimana da qualche anno cerco parcheggio e di solito lo trovo. Lì il 28 maggio 1980 hanno ammazzato Walter Tobagi all’età di 33 anni e io non lo sapevo… Una targa all’inizio della strada, all’angolo con via Solari, ricorda il suo assassinio in quel luogo e neppure quella aveva attirato la mia attenzione. Se non avessi letto “Come mi batte forte il tuo cuore” non lo avrei mai saputo, probabilmente, e avrei continuato a parcheggiare inconsapevole sulla sua impronta. L’altro giorno sono tornata in via Salaino e mi sembrava che l’atmosfera fosse diversa. Gli assassini sono così pateticamente inadeguati all’enormità del male che hanno compiuto. (cit.) Ho picchiato la testa contro il muro per anni finché non sono riuscita a far scendere dal cervello al cuore e alla pancia le parole insistenti della mia analista: la necessità di accettare che esistono persone prive della capacità di intendere davvero la sofferenza inflitta all’altro o di curarsene. (cit.)
Mi fa paura questo cuore buio del mondo, dove si riproduce eternamente la possibilità che la crudeltà, la violenza, l'omicidio, ritornino
La prima impressione positiva ha riguardato lo stile: diretto, senza alcun indugio. La ghigliottina di una taglierina che si abbatteva sulle pagine rifilandole perfettamente. La seconda ha riguardato la trattazione del dolore: discreta, umile, profonda, sincera. Poi è venuto il momento di apprezzare il montaggio del libro che alterna sapientemente la storia pubblica e quella privata di Walter Tobagi e della sua famiglia, quindi lo sfoggio di una documentazione dettagliatissima, la ricostruzione storica di quindici anni che hanno pesato come il piombo nella storia del nostro paese. Questo libro è la rielaborazione di un lutto intollerabile: CORRIERE DELLA SERA – 29/05/80 - PAGINA 4: BENEDETTA TOBAGI HA TRE ANNI. PER MANO ALLA MAMMA È CORSA INSEGUENDO IL SUONO DELLE SIRENE. HA VISTO IL PADRE A TERRA, LA FACCIA CONTRO L'ASFALTO, LA NUCA INSANGUINATA. CHE COSA PUÒ CAPIRE UNA BAMBINA DI TRE ANNI? BENEDETTA HA PIANTO, HA CONTINUATO A PIANGERE MENTRE LA MAMMA, DA SOLA, LA RIPORTAVA A CASA. POI HA SMESSO, HA ASCIUGATO LE LACRIME E NESSUNO SA COSA LE È RIMASTO DENTRO ... Lo scoprirete leggendo questo libro che cosa le è rimasto dentro e che cosa ha potuto l'amore per il genitore di cui ha ricreato il ricordo con un'ostinazione impareggiabile, non potendone conservare uno a causa della propria giovanissima età all'epoca dei fatti. A Walter Tobagi sono state intitolate strade, edifici, piazze. Niente può eguagliare un libro dedicato dalla propria figlia. Ricordo di essermi chiesto quando i miei figli avrebbero iniziato a conservare un ricordo di me. Benedetta con suo padre non ha fatto in tempo, e questo le ha segnato la vita. Se un libro riesce ad emozionarti più volte fino alla soglia delle lacrime, significa che ti ha toccato in molti punti sensibili. Se ciò avviene, io gli attribuisco le mie 5 personalissime stelle.
Le cinque stelle eran già decise a metà libro. La seconda metà, più della prima, è una galleria di personaggi che chiunque sia nato negli anni '70 o prima di allora, ricorderà. Invece che dei più noti, voglio fare una carrellata di quelli che il libro ha ripescato nei fondali della mia memoria: Rognoni, Alasia, Mambro, Negri, Peci, Rossa, Alessandrini, Donat-Cattin, Alunni... Benedetta vi porterà indietro nel tempo alla ricerca di una verità che è fatta di decine di verità diverse. A me è piaciuta particolarmente la rievocazione del Tobagi privato, ma lo sforzo dedicato al personaggio pubblico è, se possibile, più intenso. La lezione del padre sull'impegno civile è seguita dalla figlia, il ricordo che ha conquistato con tanta sofferenza, vuole che possa rappresentare un simbolo per tutti coloro che credono nella democrazia. Ho fatto numerose sottolineature, ci sono passi in cui viene il magone, passi in cui viene rabbia. Scelgo di trasferirne uno che tenta di spiegare la follia dei volantini di rivendicazione delle BR e di tutte le formazioni che ruotavano in quell'orbita: La lettura di documenti simili produce un effetto di straniamento. Come in certi incubi, elementi noti o familiari e brani di discorso intelligibili sono assemblati in un insieme che, seppur dotato di una propria logica interna, risulta allucinante, perché scollato dalla realtà delle cose e del tutto privo del sentimento dell'essere umano.
E’ la frase finale che chiude il libro. Non c’è da commentare pagine che vanno solamente lette, per conoscere e provare a comprendere. Tentare di comprendere come possa essere stata la vita di una persona cresciuta con il marchio indelebile di una bambina di tre anni che la mattina del 28 maggio 1980 vide, disteso a terra in un lago di sangue, suo padre. Certe cose, se non le si vive sulla propria pelle, sfuggono, restano lontane, si pensa ai figli dei magistrati, dei poliziotti, degli uomini dello Stato uccisi nell’immediatezza del fatto, nel momento in cui la notizia è ancora fresca, quando si svolgono i funerali, e poi si mette tutto nel dimenticatoio, ognuno di noi sommerso dalle notizie vuote che i giornali e i telegiornali ci propinano ed immersi nella frenesia di attività che riempiono confusamente le nostre giornate. Sentire la voce dei protagonisti di queste tragedie ineguagliabili, che sono colpiti in un’età così tenera e al contempo così fragile e delicata, l’età in cui i ricordi non sono più labili come lievi battiti di ciglia, ravvivati solo dalla vista di vecchie fotografie, ma in un’età in cui cominciano a sedimentarsi in un primo abbozzo di coscienza di sé, è sconvolgente e non lascia indifferenti. Benedetta Tobagi, forse inconsciamente da quel momento, conscientemente da quando cominciò ad andare a scuola e ad essere subissata di riferimenti all’essere la figlia di, ha iniziato una lunga ricerca che l’ha portata –dice- a frugare in tutti gli angoli, per comprendere cosa e come fosse accaduto: questo libro può dirsi il condensato di questa sua ricerca. Non saprei definirlo biografia, o saggio, non saprei farlo rientrare in un genere letterario, ma so che è un libro che mi è stato utile: utile per conoscere il giornalista Walter Tobagi, l’uomo Walter Tobagi, il marito Walter Tobagi e il padre Walter Tobagi: il primo, grande amante del suo lavoro, onesto ed integro giornalista che dopo una gavetta è approdato al Corriere della Sera, dove avrebbe potuto fare una folgorante carriera per le sue innegabili doti; il secondo, che emerge dalle foto sparse nel libro, era un uomo “popularis” nato tra i contadini dell’Umbria, concreto e deciso nelle sue scelte ma anche flessibile e portato al compromesso e alla trattativa; marito innamorato e padre affettuoso. Utile per conoscere meglio lo sfondo in cui Tobagi ha vissuto, i famigerati anni ’70 che furono segnati da stragi poste in essere da una miriade di gruppi armati pseudo politicizzati, che nascevano come funghi dalla scissione di quelli maggiori, che continuarono anche negli anni ’80. Utile per comprendere.
Un libro importante Se questo libro non l’ho letto subito, alla sua uscita, è stato per pregiudizio: no, il libro scritto dalla figlia sul padre, no, ne abbiamo letti troppi, di persone che rivestono la loro mancanza di ispirazione con la storia di un genitore celebre. E questo mi ha fatto tardare di leggere un libro importante, un libro che rimarrà. Onore dunque alla storica Benedetta Tobagi, affilata analista dei movimenti degli anni ’70, all'archivista pazientissima che deve avere usato diverse diottrie su documenti polverosi, alla scrittrice grande, dallo stile generoso, luminoso, potente e, certo, infine, alla donna che per crescere ha dovuto parlarci di suo padre, dell’ombra di una morte che delucida con una singolare, umana, passione. Non disturbano mai i suoi momenti intimisti così calibrati da incastonarsi senza nessuna rottura di tono con la ricostruzione storica degli avvenimenti, anzi stupisce la giusta distanza che riesce a mantenere con il personaggio Tobagi, riscoprendo sotto gli strati di retorica, di leggende, di bugie, di giornalismo frettoloso suo padre, un uomo al quale ci affezioniamo per come ce lo descrive: appassionato ma non temerario, curioso, stanchissimo anche. Tra queste pagine non vi è un libro solo, ma più libri: la storia giornalistica di Tobagi – la storia dell’Italia torbida di un periodo dall’ombra molto lunga – la storia di una bambina che crede di non aver saputo proteggere suo padre – la storia di un crimine e di un processo - in filigrana, la storia di una donna che ha avuto la forza di trasformare un lutto in un’opera. Le opere di ricostruzione sono sempre partenze per la miniera: fa buio, tutto è fuligginoso, ci si sporca, non si sa se si uscirà indenni dalla terra, sono lavoro duro, amaro, e preziosissimo perché da tutta quello scavare esce alla luce, per noi, verità, riscoperta e disvelamento. Già avevo letto con grande ammirazione Gli scomparsi di Daniel Mendelshon, opera impressionante (più di 700 pagine) di un nipote lontano nel tempo e nei luoghi che cercherà per molti anni e moltissimi viaggi di ricomporre quello che era successo nel 1939 nel paesino di Bolechow ed attraverso interviste, letture, spostamenti giungerà alla verità. Ma nel caso di Tobagi sono forse ancora più ammirata, perché non vi è tra lei e il padre la distanza degli anni e dei luoghi, perché lei passa spesso per la strada dove è stato abbattuto, perché lei è lacerata dalla mancanza di padre, perché sta lavorando, direttamente, con un dolore vissuto, presente.
Più che un libro è una specie di rigurgito emotivo, di sentimenti, dolori e buone letture. Tutto il libro avvalla quell’uso strumentale che nelle prime pagine l’Autrice critica in tutti quelli che hanno usato il nome del padre per proprio tornaconto, come a dire “l’hanno usato tutti e proprio io che ne ho più diritto, no?!” Gli ingredienti di un buon libro sono sempre quelli: una storia e uno stile, puoi fare a meno di uno o dell’altro, ma non di tutti e due. E qui la storia c’era! Ma l’ha annegata con troppi intenti cercando di fare troppe cose tutte in una volta: ristabilire la giusta distanza tra il padre e Craxi, dare un contorno definitivo delle attività e delle abilità del padre(come giornalista, come docente, come rappresentante dei giornalisti), inquadrare il contesto storico, restituire la personalità di WT, trovare colpevoli morali (anche per omissione). E ha scambiato per stile i vezzi, i capricci, lo sbattere dei piedi dell’adolescenza. La scrittura imbronciata dopo i 16 anni è del tutto sgradevole (e anche prima se non si è Radiguet) e BT indulge veramente troppo nel rimirare la proprie letture, i propri pensieri, le proprie emozioni. Il capitolo più interessante è quello dedicato a P2 e ai gruppuscoli terroristici milanesi, dove il metodo storico e il rigore della ricerca riescono a smorzare i toni accorati del resto del libro. Rispetto il desiderio di figlia i riprendersi un padre che non si è mai avuto, ma cade in pieno in quel vizio che dà origine al libro: dare di WT una versione propria che non appartiene a Tobagi, sfruttarlo senza capirlo, usarlo senza conoscerlo. Dare in pasto ai lettori i suoi taccuini dei 16 anni (strozzerei le mie figlie se lo facessero), rivedere il suo impegno cristiano filtrato dalla propria visione di non credente, il tono acido nei confronti della madre. E’ come se non riuscisse mai ad uscire dalla condizione di orfana treenne (condizione a cui ha tutto il diritto di fermarsi, ma come punto di vista è molto limitante) alla fine di questo guazzabuglio emerge solo il suo grido di dolore per quello che le è stato rubato in modo così inutile e atroce.
questo libro mi mette a disagio. ero restia a prenderlo perché il titolo mi allontanava, mi avvertiva - e l'istinto, ho scoperto, non sbagliava. troppo sentimento privato si infiltra nelle vicende pubbliche e mi pare di guardare scene note da una stanza dove non dovrei essere. sicuramente colpa mia, e comunque vale la pena stringere i denti e leggere.
Benedetta Tobagi aveva tre anni quando, nel 1980, ammazzarono suo padre, Walter, giornalista del Corriere della Sera: uno troppo impegnato, un 'servitore' di quello Stato contro cui un manipolo di fanatici - con appoggi esterni, peraltro - combatteva la sua guerra, tra elucubrazioni deliranti e azioni vigliacche. Ora la figlia ricompone la figura del padre, pubblica e privata, con grande partecipazione, ma anche con molta misura: il libro - intenso, emozionante, prezioso - ci racconta Walter Tobagi, e "l'epoca, il contesto, un modo di intendere il giornalismo anche come servizio alla società, il terrorismo che lo ha ucciso." Un libro che permette pure di conoscere una piccola bambina e la brava scrittrice nella quale si è trasformata trent'anni dopo.
questo libro mi mette a disagio. ero restia a prenderlo perché il titolo mi allontanava, mi avvertiva - e l'istinto, ho scoperto, non sbagliava. troppo sentimento privato si infiltra nelle vicende pubbliche e mi pare di guardare scene note da una stanza dove non dovrei essere. sicuramente colpa mia, e comunque vale la pena stringere i denti e leggere.
Che dire? Sono laureato in Scienze Politiche e sono sempre stato appassionato di storia patria e di politica ma quando rileggo le cronache di queste pagine buie resto ancora e comunque sbalordito. Violenza ideologica, crisi sociale, apparati deviati: il quadro che Benedetta Tobagi dipinge spiega perfettamente di come si sia potuti arrivare all'uccisione di suo padre, un padre che lei non ha conosciuto “fisicamente” ma che ha poi conosciuto attraverso le tantissime testimonianze dirette e indirette. L’amore che ne traspare è davvero immenso e al di là dell’ovvia stima filiale non si può non dire “peccato che una così bella firma del giornalismo italiano ci abbia lasciato così presto!”.
Un'analisi della figura di Walter Tobagi condotta su due piani, quello intimistico e familiare e quello pubblico e lavorativo, che spesso si toccano e coincidono, vista la peculiarità della storia dell'autrice, che ha potuto conoscere il padre solo in forma mediata. Nonostante la forte vicinanza sentimentale tra chi scrive e l'oggetto della scrittura, non viene mai meno l'obiettività con cui si cerca di delineare la figura di Walter Tobagi, come persona e come giornalista, e gettare nuove luci sulla sua morte. Si possono trovare pagine commoventi accanto a lucide riflessioni sociologiche sull'Italia del presente e del passato.
Un libro intenso, intelligente e struggente, duro e delicato, in cui la narrazione – la storia di come la narrazione ha preso forma – è parte integrante della vicenda narrata. Walter Tobagi, la Milano degli anni di piombo, e il vuoto lasciato in eredità alla figlia Benedetta, così difficile da colmare di senso.
Ricostruzione della vita e della morte del padre Walter, Benedetta fa un vero e proprio viaggio alla scoperta di un genitore che le è stato portato via a soli 3 anni e ha conosciuto attraverso i suoi articoli, le sue lettere e le testimonianze altrui. Le pagine più belle sono ovviamente quelle più intime, ma anche il clima dell'epoca e le varie vicende sono ben descritte.
La mattina del 28 maggio 1980 Walter Tobagi viene ucciso a pochi passi da casa da una formazione terroristica di estrema sinistra. Oggi Benedetta vuole capire, ricostruendo la figura pubblica e privata del padre in un racconto che intreccia racconti intimi ad analisi storiche.
Mi e' piaciuto il libro della Tobagi ma non mi ha fatto impazzire come invece pensavo. Scrive divinamente per una scrittrice alla "prima prova", ma si perde un pochino a momenti. Detto cio' la sua capacita' di descrivere le "sue emozioni/sensazioni" e' commuovente e superba.
Eccolo, un libro da leggere. Perchè è storia, ricerca, educazione, di una storia misteriosa, nebbiosa, ma pure recente. E poi perchè è scritto bene, fa pensare e sentire
Ha un titolo fuorviante che fa pensare a genere intimo e personale, invece è un vero e proprio saggio storico sulle Brigate Rosse, accompagnato da una storia personale intensa.
Nell’ultima parte ci sono riflessioni molto interessanti sul senso della giustizia e della banalità del male e in generale sul tentativo di accettazione della figlia per l’omicidio del padre.
Benedetta indaga la morte del padre Walter, giornalista che vive nel periodo degli anni di piombo. Il libro è una ricerca delle cause e un’indagine sul terrorismo di fine anni ‘70. Interessante ma non il mio genere
Benedetta ha 3 anni quando, in quella calda mattinata di maggio del 1980, suo padre, il giornalista Walter Tobagi, viene freddato con alcuni colpi di pistola davanti al portone di casa. Le Brigate Rosse, mandanti dell'omicidio, in quegli anni stavano facendo piazza pulita dei cosiddetti personaggi scomodi, coloro che osavano scrivere-dire-pensare qualcosa di diverso dal loro dictat. Ripercorrendo la vita del padre conosciuta tramite ritagli di giornale, vecchie fotografie e racconti di terzi, Benedetta cerca di trovare un collegamento tra la sua vita attuale, il suo essere donna in anni in cui la parola terrorismo è tornata alla ribalta, e la sua vita da bambina, in cui l'assenza di un padre era talmente forte da rendere silenziosa un'intera città, Milano.
Come dico sempre io, questi sono libri che vanno presi con le pinze, e letti pian piano. Perchè lacerano dentro o, citando il mio amato J-Ax, libera meno dolore che farsi tagli nel cuore, nel sangue cercare le parole. Perchè è una storia di sangue questa, di morti innocenti, di morti sul selciato, in quegli anni di Piombo che hanno seminato panico per le vie della mia città.
Purtroppo non ricordo quasi nulla di quel periodo, essendo io quasi coetanea dell'autrice, ma conosco le storie, conosco i personaggi, conosco le vicende. E quel clima di terrore si coglie perfettamente nel libro, tra le pagine vige un senso di profonda ingiustizia dell'epoca che fa, in alcuni punti, accapponare la pelle.
Unico neo del tutto lo stile narrativo, un po' troppo tecnico in alcuni punti ed un po' troppo citativo in altri. La sufficienza la prende in pieno, forse anche qualcosa in più proprio per la storia narrata, ma non riesco ad arrivare ad assegnare una lode.
Leggetelo se amate i fatti di cronaca. Non leggetelo se non sopportate le ingiustizie.
Siate dunque indipendenti e inchinatevi solo davanti alla libertà, ricordandovi che prima di essere un diritto la libertà è un dovere.
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"al di là dei reati penalmente perseguibili, esistono responsabilità, morali e intellettuali: gravi, indubitabili. è la responsabilità per le mie parole e le mie azioni che fa di me una persona libera. c'è qualcosa di osceno nell'autogiustificazionismo, nella pervicace ostinazione a disconoscere questo fatto. si possono piantare semi buoni o cattivi. si può avere attenzione e rispetto per l'altro, o non averlo. si può cercare di disinnescare la spirale delle azioni violente, lavorando per il dialogo e la reciproca comprensione. oppure no: demonizzare l'avversario e "cavalcare la tigre", per usare un'espressione dell'epoca, fomentando le pulsioni più aggressive di una massa di ragazzi che non hanno avuto modo o tempo per dotarsi di strumenti di comprensione, dunque di azione, adeguati". più che scrivere, di questo libro vorrei parlarne. mi hanno colpito la dolcezza che pervade ogni pagina, l'umiltà di cercare di capire quegli anni senza mai mettersi in cattedra, l'umanità come chiave di spiegazione. non è un libro politico ma su un uomo, su un padre, su una famiglia - sui tempi e sulla storia che hanno portato a una tragedia personale e pubblica, sulla follia di certe ideologie così complicate per chi non ha respirato e vissuto quei momenti.
Prima di iniziarlo mi aspettavo un racconto biografico dell’autrice e della sua relazione con la morte del padre, una volta iniziato ho però compreso che invece la narrazione era più incentrata sul racconto della carriera del padre, il cui intento era far comprendere chi effettivamente fosse Tobagi e per cosa si fosse battuto. E per questa ragione ho apprezzato il libro: un racconto didascalico che cerca di essere imparziale (non sempre ci riesce e purtroppo si percepisce: grande elogio e difesa delle forze di polizia a priori) nel racconto di vicende storiche. Dall’altro lato forse questo aspetto è stato anche una delle pecche del libro perché a volte la narrazione risulta poco scorrevole e appesantisce: assume molto più le tinte di un saggio storico e se non stai dietro a nomi e date la comprensione si complica. Nel complesso però l’ho apprezzato, soprattutto le parti più emotive come la fine (la lettera veramente toccante)… ma probabilmente questa preferenza è legata anche a predisposizioni personali. Dunque per chi apprezza la saggistica storica, soprattuto relativa a questo periodo della storia italiana, è molto consigliato.
Mi è stato chiesto di leggere questo libro per un imminente "incontro con l'autore" organizzato dal mio liceo, ma devo ammettere che, prima di buttarmici completamente, ho dovuto incominciarlo più volte, perché inizialmente disinteressata alla storia narrata (si sa che le letture forzate non sono mai attraenti). La mia opinione è cambiata radicalmente nel corso della lettura, forse a causa dell'interesse per un tema mai affrontato in profondità, per la capacità dell'autrice di raccontare apertamente un'infanzia così piena di domande e di dolore o semplicemente per il desiderio di scoprire quella parte di storia vissuta, pur indirettamente, anche da un membro della mia famiglia. Ho amato questa biografia così ricca di frustrazione, nostalgia e desiderio di giustizia e ho amato il modo in cui l'autrice ha messo in evidenza l'importanza di essere cittadini attivi e informati "nel costante contatto con la realtà quotidiana". Che dire dell'incontro? La ciliegina sulla torta! Estremamente emozionante e stimolante, con un'energica e disponibile Benedetta Tobagi.
Libro dall'alto valore storico ed affettivo (visto che la figlia ricorda il padre che non ha quasi conosciuto), ma… per me che amo leggere tutt'altro genere è stato di una pesantezza unica! Troppi nomi (tra protagonisti della scena politica e giornalistica italiana, tra buoni e cattivi e tra assassini e assassinati) e troppe date da ricordare. In più di un'occasione ho perso il filo del discorso e son dovuto tornare indietro di venti/trenta pagine. [https://lastanzadiantonio.blogspot.co...]
Biografia, autobiografia e nello stesso tempo accurata indagine sulla vita (e la morte) di W. Tobagi e su quei terribili anni della storia italiana, scritta senza cadute nel sentimentalismo banale ma mantenendo uno sguardo lucido, consapevole che ricorda e ricostruisce, e ci permette di guardare il mondo di oggi e capire quanto sta avvenendo e verso dove siamo incamminati.
Il libro è ben scritto e il soggetto, Walter Tobagi, è certamente interessante. Anche il pulto di vista, l'angolazione adottata da Benedetta Tobagi è quanto meno personale. Nonostante questo il libro non mi ha convinto e non mi ha conquistato. Non riesco bene a capirne la ragione: forse perché non emergono fatti nuovi rispetto a quello che è già conosciuto sulla tragica vicenda.
Bellissimo ed emozionante, una bellissima storia d'amore verso il papà e verso l' uomo, prima che giornalista, che fu Walter Tobagi. Non avevo mai avuto occasione di approfondirne la storia o il pensiero ora posso dire che con lui sarebbe stata un Italia decisamente migliore perché era un uomo libero ed onesto. Brava Benedetta