In questo libro in cui Federica Bosco tratta il tema della sensibilità e trova il coraggio di raccontare tanto di sé, mettendo a nudo esperienze anche molto personali, è possibile trovare moltissimi spunti interessanti. La tematica in sé è degna di essere conosciuta, già molto studiata in America, meno in Italia.
Essendo io una persona che la Bosco, e che alcuni psicologi da lei citati, chiamano "ipersensibile", mi sono riconosciuta in tante esperienze, specie nel primo capitolo che affronta l'infanzia e l'adolescenza. Ho ritrovato in me parecchi tratti della personalità, emozioni, episodi imbarazzanti nel corso della vita e il generalizzato senso di sentirmi inadeguata, sbagliata, diversa.
I presupposti, perciò, sono gli stessi: anche io mi sono dovuta analizzare, ho dovuto comprendere ciò che accadeva grazie all'aiuto di più terapeuti e ho affrontato un lungo percorso di crescita, non facile, per arrivare a un equilibrio interiore ed esteriore (pur non avendo mai sofferto di disturbi gravi come la dipendenza da alcol, fumo o la bulimia).
Tuttavia, le conclusioni a cui sono giunta durante il mio cammino, le riflessioni fatte, le letture e le esperienze personali mi hanno portata a vedere l'intera questione da un punto di vista alquanto diverso, forse in un certo senso più complesso.
Dopo aver studiato gli stessi psicologi che Federica Bosco cita, ne ho tratto gli spunti positivi, per rifiutare invece coscientemente qualcunque tipo di pensiero che implichi delle categorizzazioni, e dunque una semplificazione dell'umanità intera.
Nel suo libro, la Bosco ripete moltissime volte i binomi "gli ipersensibili e il resto del mondo", "noi e gli altri", "i diversi e i normali", "gli emisferi sinistri e quelli destri", "i superdotati e i normopensanti" (oddio quanto è brutta questa parola!). In definitiva, crea una divisione (teorica e reale) che io tendo a non apprezzare, poiché il concetto dell'io contro l'altro, degli uguali contro i diversi, è da sempre alla base di qualunque forma di incomprensione e di appartenenza di gruppo che talvolta sfocia nel razzismo (gli uomini e le donne, gli italiani e gli stranieri, i credenti e gli atei, gli abili e i diversamente abili, i bianchi e le persone di colore, i ricchi e i poveri).
Credo che sia ora di superare, in qualunque campo, queste categorizzazioni che riducono l'immensa complessità dell'essere umano a un semplicistico gruppo di appartenenza. E' vero, come dice la Bosco, che il cervello funziona con un emisfero sinistro logico e uno destro emotivo, ma è troppo facile - e a mio modesto parere anche sbagliato - suddividere le persone in emisferi destri e sinistri. Immaginiamo che (semplificando comunque tanto) l'emisfero destro abbia una capacità che va da 1 a 1000 e quello sinistro anche: ogni essere umano avrà un certo livello di uso dell'emisfero destro a cui si aggiunge un certo livello di uso del sinistro. Ne consegue che le combinazioni sono migliaia e non possono assolutamente essere riconducibili a due misere categorie.
Lo stesso vale per la sensibilità, che cambia da persona a persona, e ancor più per l'intelligenza. Oggi sappiamo che esistono molteplici intelligenze, perciò non ha alcun senso parlare di plusdotati e normodotati: esisteranno, piuttosto, persone più dotate in alcuni campi ed altre più talentuose in altri. In sintesi, ogni persona è unica, diversa da tutte le altre, non esiste il concetto di normalità e probabilmente neanche quello di maggioranza, ognuno è una combinazione di genetica, esperienze, attitudini, influenze ambientali e va scoperto, capito, apprezzato, amato così come è, nella sua interezza, senza il filtro delle categorizzazioni.
Inoltre, il libro riporta una lunga serie di luoghi comuni che rischiano di deviare i lettori. L'ipersensibile è plusdotato, empatico, generoso, un buon ascoltatore, concentrato sugli altri, con poca autostima, creativo, intuitivo, fragile, spesso traumatizzato, ma in ogni caso con una marcia in più che lo rende una sorta di super eroe. Dall'altro lato il "normale" è logico, razionale, pratico, meno empatico, fa meno attenzione ai dettagli e crea liste, è poco creativo, senza saliscendi emotivi e talvolta narcisista.
Trovo questa serie di aggettivi che differenziano la prima categoria dalla seconda un po' rigida. In psicoterapia e nel corso della vita mi è capitato di conoscere molti ipersensibili che, proprio per questo loro tratto della personalità, sono concentrati su se stessi e sulle proprie sensazioni, mai realmente interessati a conoscere il mondo che li circonda senza pregiudizi. Persone talvolta al limite dell'egoismo o in ogni caso fortemente individualiste.
Ne ho anche conosciuti tantissimi altri, gli artisti soprattutto, con un ego smisurato e un narcisismo enorme. Altri ancora, nonostante una sensibilità molto forte, non avevano alcun dono intellettuale degno di nota.
Al contrario, sono tante le persone "normali", gli emisferi sinistri insomma, di cui ho estrema stima, perché, proprio in virtù della loro resistenza e dello scarso coinvolgimento emotivo verso il prossimo, sono in grado di ricoprire ruoli di infermieri, medici, assistenti sociali, psicologi, clownterapeuti, missionari. Non occorre essere un ipersensibile per dedicarsi al prossimo, basta avere dei valori forti, stare bene con se stessi e sentire la voglia di aiutare gli altri, anche se lo si fa sfruttando quasi solo l'emisfero sinistro.
Infine, ho trovato il libro un po' ridondante su alcuni concetti ed espressioni, alcune delle quali - come "normodotati e iperintelligenti" - non mi sono proprio piaciute. Non a caso questo era il pensiero che mi ero già fatta leggendo i libri citati dalla Bosco, che se da una parte hanno il pregio di prendere per la prima volta in esame un tratto della personalità fino ad oggi quasi sconosciuto, dall'altra hanno il grande difetto di semplicizzare, categorizzare, semplificare troppo una tematica invece estremamente complessa, ampia, ricca.
In sintesi, se da un lato ho apprezzato l'idea di scrivere un libro sul tema della sensibilità, specie quando questa è molto accentuata, dall'altro non condivido le tante categorizzazioni utilizzate, la semplificazione, il tema del diverso e ancor meno mi piace il ritratto che, tra le righe, ne esce dei normopensanti, i quali a mio parere non sono persone normali meno intuitive e più individualiste, bensì talvolta esseri umani ricchi di risorse. Ci sono inoltre persone che usano alla massima potenza tanto l'emisfero sinistro che quello destro e, sebbene di non facile gestione, sono davvero individui con una marcia in più.
Ne consegue che non mi è piaciuto nemmeno l'approccio nelle relazioni che la Bosco consiglia di tenere, dando per scontato che una relazione amorosa tra ipersensibili funzionerà meglio di una tra un normopensante e un iperdotato, oppure ritenendo giusto esprimere sempre, seppur suggerendo una certa modalità, i nostri turbamenti.
Al contrario, la mia esperienza personale, su di me e sugli altri, mi ha dimostrato che le persone "diverse" da noi possono insegnarci tanto, ci restituiscono nella coppia una complementarietà che non ho mai trovato in relazioni tra ipersensibili (spesso molto sbilanciate), ci trasmettono calma, fiducia, equilibrio, pragmaticità e senso di protezione, senza per questo doverci snaturare.
Perché a volte i normodotati, nella loro "limitatezza" e pur non essendo dei super eroi, possiedono una capacità di amare persino maggiore rispetto agli ipersensibili.
(Libro ascoltato in Audible)