«La seconda cosa più bella che abbia letto dopo l’“Eneide”», così ho definito la “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso, poema epico (e non epico-cavalleresco, che non esiste!) in XX canti che racconta l’assedio di Gerusalemme durante la Prima Crociata (1096-1099) e il conflitto tra Cristiani e Mussulmani che si riflette, metaforicamente, in quello fra Cielo e Inferno e quindi fra Bene e Male. Il modo in cui Tasso ha strutturato, perfezionato e narrato la vicenda è quanto di più perfetto e pazzo possa esistere, giacché ogni elemento è disposto in maniera inequivocabile, ordinata, in un gioco di spinte e controspinte che fanno della “Liberata” un poema equilibratissimo tra narrazione lunga – mandata avanti in ottave – e artificio retorico. Infatti, del poema mi resteranno sempre in mente le ottave più ricche, piene di inarcature e rime equivoche (che rappresenterebbero uno dei tanti motivi per cui Tasso avrebbe lavorato poi alla “Conquistata”, più lineare e più “aristotelica” della versione che – fortunatamente direi – leggiamo) nonché di similitudini lunghissime, di metafore, di personificazioni, di chiasmi, di anadiplosi ecc. Ma, soprattutto, mi resterà in mente il fatto che, leggendo Tasso, ho (ri)letto tutta la tradizione a lui precedente: quella classica (in particolare “Iliade” ed “Eneide”, ma non mancano accenni all’“Odissea”, alla “Farsaglia”, alla “Tebaide” e alle “Metamorfosi” ovidiane), quella giudaico-cristiana e anche quella medievale (Dante e Petrarca su tutti, il primo per i riferimenti alla “Commedia”, il secondo per la liricità e la perfezione del “linguaggio”). Eppure, anche quando le citazioni diventavano palesi, veri e propri “calchi volgarizzati”, non ho saputo non apprezzare il modo in cui il poeta le ha rielaborate, adattandole al suo contesto, alla sua storia, al suo poema. Per il principio secondo cui l’originalità nel Cinquecento – e nelle epoche precedenti – si misura sulla rielaborazione di una tradizione, non poteva esistere poeta migliore di Tasso per un’operazione del genere. E, a scapito di quello che lui stesso potesse pensare della sua opera, io credo che le parti più belle della “Liberata” siano proprio quelle in cui il sapore e il carattere prevalentemente romanzesco prendono momentaneamente il posto dell’epica – nello specifico, i canti XIV-XV-XVI e la seconda metà del canto XIX – con un utilizzo fenomenale del meraviglioso cristiano – come nel canto VIII, in cui anche l’analessi è raccontata in maniera così magnifica ed evocativa da non risultare, nemmeno al lettore moderno, “pesante” o “forzata”.
La multiformità del poema lo rende perfettamente elevato su più livelli, che si stabiliscono quali cerchi concentrici in uno scontro tra più forze e più personaggi. L’incomprensibilità di Tasso verso il mondo mussulmano – da lui come da tutti chiamato “pagano” – è ciò che rende i mussulmani vicini alle forze infernali, regalandoci tra i passaggi più suggestivi dell’intero poema. Le forze di cielo e inferno che si scontrano, pur se non sempre manifeste, aleggiano nel corso di ogni episodio, di ogni battaglia, come presenze misteriose la cui esistenza è imprescindibile e innegabile. Il progetto della liberazione del Sepolcro fisso nella volontà di Dio già dal primo canto è indice della cultura controriformistica che Tasso vive (benché il poema abbia visioni coraggiose sull’amore tutt’altro che controriformistiche), una cultura che il lettore moderno deve sforzarsi di capire, in un’ottica di comprensione più elevata dell’opera e del contesto sociale in cui è stata scritta, revisionata e problematicamente pubblicata nell’arco di sedici anni (1565-1581). Ugualmente figlio di questo contesto è l’idea dei mussulmani guidati da forze infernali quali demoni, Plutone – Lucifero – e le Furie, che conferiscono al poema tanto un sapore dantesco quanto un sapore classico, concependo il “mundus inversus” come un mondo stratificato, maledetto, presente nella realtà umana e in grado di corrompere tanto i cristiani quanto i pagani – si pensi a figure come quelle di Argillano o del mago Ismeno, capace di sconquassare gli equilibri e mettere in discussione i piani divini da un momento all’altro.
Altro equilibrio (già accennato), stavolta dimensionale, è quello tra la dimensione eroica, che abbraccia la cornice principale e corale, e la dimensione romanzesca, ove la guerra, se non lontana, è quantomeno distante: all’interno della stessa si svolgono episodi dal sapore lirico e struggente, dove Tasso raggiunge elevatissimi livelli di descrittivismo e di evocazione. Io ritengo tutti noi fortunati a non dover leggere la “Conquistata”, dove l’elemento epico è preponderante a scapito di quello romanzesco, ma a riuscire a trovare nella “Liberata” l’intreccio di più realtà nello stesso mondo: avremmo rinunciato a personaggi quali Armida ed Erminia con le loro storie, ai travagli interiori dei protagonisti, Goffredo su tutti, alle battaglie tra forze del bene e forze del male.
La fortissima peculiarità di Tasso sta nel modo in cui ha caratterizzato i suoi personaggi: non tipi che esistono in funzione di un sentimento, ma personaggi a tutto tondo, con la loro storia, le loro strutture, le loro incertezze e la loro maturazione. Se Goffredo può risultare il protagonista pedante, giacché tutto ciò che fa e che è rientra nel volere di Dio, vi sono parti molto suggestive in cui lo vediamo indeciso sul da farsi, su come agire, come comportarsi. È la testa di un unico corpo, coeso e funzionante, indice di un “kosmos” che deve continuamente recuperare nel corso del poema, onde evitare il disfacimento e la smarginatura del suo esercito. A svolgere una funzione di maturazione all’interno del poema è, invece, il personaggio di Rinaldo: da crociato ossessionato dal “kleos”, dalla “gloria”, ad amante devoto, a “miles Christi”, a uomo che, adempiuta la sua funzione, si può lasciare andare alla “dimensione cortese”, in alcune delle ottave più struggenti del XX canto. Tancredi, invece, è diverso nella sua “maturazione” – sempre che ne avvenga una, perché la cosa è fosca in Tasso –, ancora troppo relegato alla dimensione amorosa e per questo struggente, pazzo, sorretto, alla fine, unicamente dal suo valore di guerriero. Ogni personaggio approfondito non è mai ornamentale, ma ha funzioni precise: Pietro l’Eremita, Raimondo di Tolosa – di ambedue ho apprezzato moltissimo la rielaborazione e la restituzione storica – Vafrino (più utile lui che tutta la gente menzionata nel I canto), Gildippe e Odoardo, cui sono dedicate tra le ottave più belle, il mago di Ascalona ecc.
Tuttavia, se proprio dovessi parteggiare come facevo a dodici anni, direi che “il mio cuore è pagano”, giacché è nella fazione mussulmana che, a mio parere, emergono i personaggi migliori. Solimano, sultano spodestato di Nicea, molto più che Goffredo, vive in una dimensione indecisa e sospesa: ragiona militarmente e con lucidità, il suo desiderio è la morte più che la gloria, e indaga sulla caducità del destino umano. Suo diretto opposto, “emulo antico”, è Argante, uno dei personaggi migliori del poema: fedele a sé stesso fino alla fine, il suo non avere un’evoluzione lo rende immobile e impenetrabile, senza mai rinnegare sé stesso e la sua natura – forse addirittura in maniera più convincente del Turno virgiliano, ma di quanto appena scritto mi pentirò presto. Clorinda, invece, meglio rappresenta la sua natura di “eroina in crisi”, una crisi presentatasi al culmine della sua esistenza e la cui risoluzione sembra, a una prima lettura, improbabile. È l’eroina del coraggio così come dello scrupolo, dell’avventatezza e dell’indulgenza, della forza e della natura guerriera ma altrettanto femminile, formando un doppio perfetto con la sua controparte “principesca”, Erminia, che è goffa anche solo nel provare a indossare le armi. Eppure, ambedue risultano incredibili agli occhi del lettore, che vede in loro uno scavo preciso, che tocca picchi di azione nella prima, e picchi di lirismo nella seconda – le ottave dedicate a Erminia nel XIX canto sono tra le cose più belle che abbia mai letto in assoluto. Inglobate in un triangolo amoroso con Tancredi, dal quale non possono uscire, se la prima nutre disinteresse e la seconda una devozione incommensurabile, il terzo si trova a inseguire la prima senza accorgersi di chi sta dietro di lui e lo insegue. È un conflitto mai affrontato di petto, ma lacera, ed è tragicamente perfetto nella sua inconcludenza e incomunicabilità.
A metà tra Clorinda ed Erminia quanto a temi, ma totalmente diversa da qualsiasi altro quanto a personalità e peculiarità, vi è Armida: maga proteiforme che fa vivere eterne metamorfosi e vive una continua metanoia, Armida è Calipso, è Circe, è Medea, è Didone, è Laura, è Beatrice, è la Vergine Maria; donne diversissime tra loro di cui la maga tassiana riesce a inglobare un aspetto o tutto l’aspetto, mutando in continuazione. È il suo non rimanere fedele a sé stessa all’apparenza che la rende così salda a sé stessa e ai suoi propositi fino alla fine; insegue l’inganno ma non riesce a non innamorarsi, insegue la vendetta ma non riesce a non nascondere l’amore. E quand’è che il personaggio scompare dal poema? Quando adempie alla sua ultima, straordinaria metamorfosi.
Sì, perché in Tasso non è importante che i personaggi concludano coerentemente – sempre – il loro arco narrativo, ma appena finalizzatisi si dissolvono, scompaiono, si smarginano man mano che avanza la storia. L’unico che può davvero dire di mettere un punto alla sua storia è Goffredo: il suo proposito nel I canto si ripropone pedissequo nell’ultima ottava, e la storia finisce in maniera apparentemente simmetrica. Tuttavia, non sono solo “l’armi pietose e il capitano” che Tasso racconta nel suo finale: nel canto XX tutti i personaggi si incontrano, ma solo Goffredo si conclude davvero, e il sapore della conclusione è sì glorioso ma amarissimo, sanguinoso, struggentemente epico ed eroico.
Il linguaggio lirico e la struttura, che devono molto alla tradizione poetica italiana, si incontrano con un retroterra classicheggiante nello stile e nelle costruzioni morfosintattiche, le quali rendono la “Liberata”, pur nella sua struttura lineare, retoricamente complessissima. Definirei quello di Tasso un enorme compromesso, frutto di un’elaborazione ultradecennale, e che ha dato come risultato il poema che leggiamo oggi e che andrebbe letto in ogni epoca, al di là dell’ideologia da esso portata.