Se solleviamo gli stracci immondi della Storia troviamo questo: la gerarchia contro l’uguaglianza e l’ordine contro la libertà.
”Improvvisamente le porte cigolano, i pavimenti scricchiolano, si sentono voci in anticamera. Le
ventiquattro lucertole si alzano sulle zampe posteriori e si tengono ben dritte.”
Stiamo parlando dei Krupp, gli Opel, i Siemens, degli imperi che ancora oggi si chiamano Basf, Bayer, Varta, Allianz, Telefunken. Sono tra noi e intorno a noi, sono le nostre automobili, le nostre lavatrici, i nostri detersivi, le radiosveglie, l’assicurazione per la casa, la pila dell’orologio. E sono i ventiquattro individui presenti nel palazzo del Reichstag quel 20 febbraio 1933 che versarono senza batter ciglio cifre astronomiche per finanziare il nascente partito nazista, furono i mandatari dei criminali che, come macchine calcolatrici, sovvenzionarono l’inferno.
Gustav krupp, uno dei ventiquattro grandi sacerdoti dell’industria che all’inizio del libro hanno versato il proprio contributo ai nazisti per sostenere il regime fin dalla prima ora, nella primavera del 1940, quando ormai le cose si mettevano male per l’esercito tedesco in rotta su tutti i fronti decideva di lasciare la proprietà, la grande dimora dove aveva sempre vissuto e ritirarsi sulle montagne… (ma guarda, proprio come nei Vicerè” che ho appena letto, gli Uzeda all’arrivo dell’ennesimo scoppio di colera: i ricchi hanno sempre un Belvedere sicuro in cui rifugiarsi quando gli eventi girano al brutto).
La Bayer prese in appalto durante il regime nazista la manodopera a Mauthausen, la BNW si rifornì a Dachau, Buchenwald, Auschwitz e tanti altri lager, così come la odierna Varta, l’Agfa, la Tekefunken. Questa “manodopera” doveva percorrere 5 chilometri al giorno e ritorno dalle baracche alla fabbrica, picchiata brutalmente, senza quasi cibo, senza igiene, pulizia, in una parola senza dignità. Di un lotto di seicento deportati arrivati alle fabbriche Krupp nel 1943, l’anno dopo ne rimanevano venti. E questi benemeriti non sfilarono a Norimberga, non hanno recitato pur tardivi “meaculpa”, al contrario si sono riciclati, a volte riuniti (il nome Tyssen-krupp credo possa dire qualcosa a qualcuno), e addirittura al posto della Insegna d’oro alcuni esibiranno fieramente la croce al merito della Repubblica federale, come in Francia si porta la Legione d’onore (mai come in questo momento così poco onorevole. Grazie Corrado Augias!)
“Non si cade mai due volte nello stesso abisso, ma si cade sempre nello stesso modo, con un misto di ridicolo e di spavento.”
Poche pagine, ma talmente forti, e vere, e condivisibili, che mi sono andata a cercare chi è questo Eric Vuillard. Devo approfondirlo meglio. Ne vale la pena.