Per colui che porta alla luce storie che ha nascoste dentro di sé, e trova le parole giuste per raccontarle, la scrittura a questo proposito è una grande occasione. I luoghi in cui le idee e le illusioni alimentano la cittadella della sua coscienza sono particolarmente fertili per la sua coltura.
La prima volta in cui mi persi nei luminosi corridoi dell'anima di Elizabeth Gaskell alla ricerca di storie che vanno alla ricerca di altre storie, vi trovai un pezzo splendido della sua anima che mediante una sorta di battesimo magico mise in contatto questo mondo con quello dell'altro.
Sono poche le occasioni in cui la vita ci permette di andare a spasso tra i propri sogni e di accarezzare qualche ricordo perduto. In una nuova occasione, mentre scrivo queste poche righe, ho ascoltato l'eco di parole che sembravano lontane non vedendo nessuno se non un paio di figure stanziate ai bordi dell'anima di questa storia.
Con Lontano nel tempo è accaduto esattamente questo. E in questa mia ennesima splendida incursione, nel mondo di carta e parole della sensibile Elizabeth, dotata come sempre di una penna sfera davvero efficace il cui inchiostro marchia indelebilmente sulla pelle, mi sono imbattuta in anime che vagano lungo la riva dell’assurdo, fantocci che si affacciano sul mondo sfoggiando un temperamento modesto che, lievi, come piume si sono trascinati in un caos fantasmagorico di suoni e colori. In una bolla di luce che si è mossa un po’ lenta, come una medusa, e che inevitabilmente ti paralizza nel suo abbraccio.
Ho sempre saputo che un giorno avrei letto qualcos'altro della Gaskell. Che lo facessi durante le mie innumerevoli esplorazioni letterarie, rivestiva l'occasione di un manto d'avventura che non possono di certo sfuggire alla memoria di lettori avidi e curiosi. Ho immaginato che mi aggirassi per casa come un anima in pena, pensierosa, guardando l'orologio scandire il tempo con un regolare tic tac. Tentare di sedermi nella mia poltrona preferita, sprofondarci nel suo morbido abbraccio e attendere di rispondere alla sua chiamata per dare il benvenuto alla sua nuova figlia di carta. Ho sempre pensato che il Fato mi riserva sorprese inaspettate. Più di una volta ci è riuscito, e anche questa volta ho avuto modo di scoprire e conoscere la sua forza.
E' stato in un giovedì di fine luglio che, sicura di un viaggio che mi avrebbe promesso tante cose, decisi di rifugiarsi nell'unico posto al mondo dove nessuno avrebbe mai potuto raggiungermi: le pagine di un libro. Aprendo una finestra virtuale dall'aria luminosa e vaporosa, pronta ad addentrarmi nella mente della mia nuova amica di carta: Susan, che all’età di diciotto anni perde i genitori e si trova di fronte a una scelta: prendersi cura di Will, il fratello malato, oppure sposare Michael, l’uomo che ama, il quale la vorrebbe tutta per sé e le ha proposto di affidare il fratello a un istituto di cura.
Mi sono lasciata cullare dal profumo delle parole e dopo un po' mi sono persa fra le sue pagine, immersa nel flusso di immagini e cadenze distillate dal racconto delle avventure che scendevano nelle profondità dei cuori di giovani ragazzi il cui obiettivo è quello di trovare un loro posto nel mondo. Un posto in cui avrebbero finalmente scovato la pace. Perchè quando il dolore per la perdita di una persona amata, un’amica, un parente, un familiare, è così persistente, intrattabile, così atrofizzante che, a turno, ogni parte del nostro corpo ne subisce gli assalti, cose che prima non si notavano adesso assumono nuove forme e colori, fino a divenire una presenza costante, il mondo sembra sbriciolarsi, ridursi in minuscoli pezzettini. Questo romanzo non parla di morte, ma è un pellegrinaggio alla stessa, che, come un piccolo guscio, racchiude al suo interno un grazioso mondo: quello di una giovane ragazza che diverrà donna, nel giro di niente. Perchè esposta a quelle cicatrici che altri non sono che segni di vita, assorbimenti di linee frastagliate incise nella pelle del corpo che raccontano chi è che parla, induce a stringere quella penna invisibile sopra un taccuino vecchio e logoro, evidenziando momenti disperati in cui si sente la necessità pressante, travolgente nel scrutare i pensieri, azzerare le emozioni senza un bagno di rimorsi o sofferenze.
Una narrazione semplice, pura, ha trascinato i miei occhi in una lettura intensa ma dolorosa, che hanno disegnato nella mia mente un teatro fantasmagorico. In pochissimi giorni ho potuto leggere senza interruzioni, godendo di ogni frase e temendo il finale. Quando, girando l'ultima pagina, vidi stampato in caratteri maiuscoli l’epilogo, abbattuto su un palcoscenico armonioso ma commovente il cui testo evaporò nell'aria come polvere di stelle. Anche adesso che ho terminato di leggere di Susan, se chiudo gli occhi per qualche istante e mi stendo nell'oscurità, mi sorprendo con lo sguardo perso nelle sue avventure, nel labirinto di parole che sono state realizzate con cura.
Più di un lieve sussurro, ma capace di penetrare nella testa così piano da assumere una certa forma, quasi fosse fatta di aria e di nostalgia, anche in questo testo la Gaskell non cerca di apparire più grandiosa di quanto sia necessario. Perché come in Ruth, Mary Barton, non si premura di raccontarci esclusivamente la ruralità dei paesini di campagna, quanto non potendo andare oltre a quella che fu la voce unanime dei suoi colleghi scrittori. A eccezione della Eliot, che promulgherà un tipo di letteratura in cui la visione agnostica avrebbe dovuto produrre mutamenti per il bene della comunità. E, seppur breve, fin troppo conciso per i miei gusti, eclatante e straordinario, con quel gusto raffinato per cui si contraddistingue, specialmente nel momento in cui ha dovuto tracciare un'invisibile linea di confine fra sé e il prossimo. In un'analisi prettamente realistica sull'importanza della propria identità, su ciò che talvolta ci riserva la vita, sulla vita e sul tempo che mi ha piacevolmente intrattenuto.