“Non riesco a capire dove lei voglia andare a parare, ispettore.”
“Ah, non se ne preoccupi.… Molto spesso non lo so neppure io.”
Incredibilmente ci si affeziona all’ispettore Morse, che pure è scorbutico, a volte anche antipatico, leggermente autistico (nel senso che vive quasi completamente dentro le acrobazie funamboliche del suo cervello), sessualmente represso (almeno così pare) e, per finire, piuttosto irriconoscente verso il suo pazientissimo sergente Lewis.
Ma, insomma, alle persone geniali si tende a perdonare tutto. E ai personaggi pure.
In questa terza indagine siamo immersi completamente nel mondo accademico di Oxford (Dexter ne faceva parte) che viene improvvisamente sconvolto dall’omicidio di Nicholas Quinn, un professore da poco assunto, con gravi problemi di sordità.
Per arrivare alla soluzione del caso bisogna attraversare la selva delle relazioni difficili o scabrose tra i colleghi dell’ateneo, nonché le menzogne e le finzioni per proteggere, come sempre, l’avidità di denaro e la brama di potere.
Un intreccio ingarbugliato che porterà infine il tenace Morse, attraverso prove ed errori come di consueto, a trovare il bandolo della matassa. Mettendo a dura prova chi legge che deve a sua volta districarsi fra ipotesi e indizi quanto mai misteriosi e contraddittori.
E tuttavia la perizia di Dexter nel costruire ragionamenti contorti ma impeccabili ancora una volta soddisfa e conquista.