La mia prima reazione è stata di rifiuto. Fuori da Gormenghast, la narrazione di Peake mi è apparsa surreale, allucinata, lontana dall’eleganza e dal fascino dei primi due capitoli della trilogia. Fortunatamente sono andata avanti, rendendomi conto di aver perso anch’io ogni punto di riferimento, di aver fatto mio lo smarrimento di Tito man mano che la sua fuga lo portava sempre più lontano.
Sparito il profilo della sua casa grande come una montagna. Spariti quel mondo lacerato e le sue torri. Sparito il grigio lichene; sparita l'edera nera. Sparito il labirinto che nutriva i suoi sogni. Sparito il rituale, che era il suo midollo e insieme la sua rovina. Sparita l'infanzia. Sparito tutto.
Paesaggi sconosciuti, acque gelide, terre dure e l’incertezza della meta confondono il giovane Conte e l’avventura ha un sapore amaro.
Sa soltanto che si è lasciato dietro, dall'altra parte dell'orizzonte, qualcosa di caotico; qualcosa di brutale; qualcosa di dolce; qualcosa di vero solo a metà; qualcosa che è un sogno solo a metà; metà del suo cuore; metà di se stesso.
Sarà questa lacerazione ad accompagnarlo nel suo viaggio, che da fuga diventa ben presto ricerca. Perché l’esilio, anche se volontario, porta con sé un senso di sradicamento e la perdita dell’identità.
Fuori da Gormenghast, Tito è solo un vagabondo, uno straccione, un diverso da temere, respingere, rinchiudere. Da un mondo sospeso nel tempo e nello spazio, ci ritroviamo in una città moderna, ipertecnologica, il cui cielo è affollato di oggetti volanti che spiano e intercettano chi a quella città non appartiene o chi non ne rispetta le leggi.
L’impatto è terribile. Rinchiuso in una cella, liberato da amici inaspettati, Tito inizia a perdere ogni certezza. La casa lontana gli sembra un sogno, nessuno conosce il suo regno dal nome impronunciabile. Non è più il Conte, è un reietto, un folle che racconta storie, che va dicendo di essere l’erede di un uomo ucciso dai gufi. E non serve a nulla, ormai nemmeno a lui, quella selce a forma di uovo, unica reliquia della casa abbandonata cui si aggrappa per convincersi che Gormenghast esiste. È stato inevitabile per me pensare ai tanti che, abbandonati paesi di cui a stento e non sempre conosciamo il nome, affrontano viaggi della morte attraverso deserti e un grande mare insensibile per approdare in città in cui gli uomini sono muri di pietra e la vita sognata finisce in un centro di accoglienza lager, in cui vengono depositati come rottami e scarti senza storia.
È forte in tutto il romanzo il contatto con la realtà, una realtà spietata in cui il male ha abbandonato l’aspetto rivoltante di Ferraguzzo, per assumere mille volti e mille travestimenti. Ci sono fabbriche di morte, scienziati che perfezionano strumenti di distruzione. C’è un mondo di sotto (Sottofiume), una città sotterranea che accoglie vagabondi, criminali, profughi, poeti falliti, poveri, che si nascondono per non essere catturati. Sono gli echi della seconda guerra mondiale e dei suoi orrori a rimbombare tra le righe. Ma c’è anche traccia di quella solidarietà silenziosa che ha lenito sofferenze e salvato vite. La ritroviamo nelle figure di Musotorto, Giuna e di tre abitanti del Sottofiume, che incontrano Tito e lo aiutano, senza contropartita. Amicizia e amore non riescono però a placare l’inquietudine del giovane, quel senso di incompletezza che prova sin da bambino e che adesso non è più il contrasto tra desiderio di libertà e dovere di nascita.
Ora che tutto è messo in dubbio, il suo passato, la sua identità, Tito desidera solo ritrovare casa, quel mostro di pietra senza il quale crede di non avere un posto nel mondo.
La quest continua, verso altri luoghi di vetro e marmo, verso altri sconosciuti, altro odio e altra derisione, con la sensazione che
Ci sono dei momenti in cui l'aria che aleggia tra i mortali diventa, con la sua immobilità, il suo silenzio, crudele come la lama di una falce.
Un ultimo viaggio lo condurrà alle pendici del Gormenghast. Salirà in alto, come faceva da bambino, per guardare la casa ritrovata. In quello sguardo, una consapevolezza nuova
Tutto ciò che aveva cercato era vivo dentro di lui. Era cresciuto. Un uomo aveva trovato ciò che un ragazzo era partito per cercare, e lo aveva trovato vivendo.
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