La vita aiuta a sognare, o i sogni aiutano a vivere? Così direbbe Marzullo.
Ma qui piuttosto la domanda da farsi è: la fantasia serve a evadere dalla realtà, o la realtà serve a fuggire dalla fantasia di qualcun altro?
Icaro è il personaggio di due romanzi: quello del suo autore, che lo vorrebbe instradare verso un destino melanconico di fine secolo, e quello che leggiamo noi, in cui Icaro, decide di "involare"fuori dal manoscritto che lo imprigiona verso un futuro più roseo.
E come dargli torto del resto?
"Che voleva da me Monsieur Lubert? Che trascinassi un'esistenza melanconica, disseminata di amori fallaci o funerei, di soggiorni in appartamenti ovattati e polverosi, dove mi sarei rosicchiato le unghie pensando alla mia anima che, se quegli lo avesse osato, sarebbe diventata un'infanta in vestito di gala. Avrei forse avuto qualche duello, ma più probabilmente mi sarebbe toccato vagare lungo le sponde dei laghi italiani all'ombra dei cipressi clorotici." (Pag. 106)
Da qui naturalmente io non posso fare a meno di farmi il mio film personale. Perché a pensarci bene, se veramente potesse andare così, se i personaggi dei libri potessero scappare quando vogliono ribellarsi a un destino già scritto nel vero senso della parola, vi immaginate il macello? Mettiamo che il vecchio de "Il vecchio e il mare" incontri per caso, mentre sta sulla sua bagnarola a lottare con il marlin, i Tre uomini in barca di Jerome. Roba che l'indomani li trovano tutti e quattro ubriachi e felici, mentre il cane Montmorency gioca a carte con il marlin.
Oppure mettiamo che Jacopo Ortis mentre è in ritiro sui colli Euganei depresso e infelice, si imbatta nei protagonisti de "La solitudine dei numeri primi", sarebbe come prendere due piccioni con una fava, basterebbe che chiacchierassero per un quarto d'ora assieme e dopo deciderebbero di avviarsi verso un suicidio di massa con singolare allegria. :)
Ma magari anche no, magari diventerebbero migliori di come li volevano i loro creatori sulla carta, e Queneau, consapevole di questa opzione, colpisce e ci affonda tutti a pag. 163
ICARO: Una volta liberi, non abbiamo gli stessi desideri? gli stessi bisogni? le stesse facoltà? Non dobbiamo sottostare alle medesime necessità della vita?
MAITRETOUT: Una volta liberi, sì, ma rischiamo sempre di tornare a un’altra condizione, se veniamo recuperati. Non così l’altra gente.
ICARO: Che ne sappiamo? Forse è la stessa cosa. Son forse personaggi di un’altra specie di autori.
MAITRETOUT: Non riesco a seguirla
E infatti dà da pensare. Anche noi siamo scappati dal disegno di qualcuno per farci per un po' i cavoli nostri?
Anche noi, nonostante gli sforzi per elevarci da un comune destino, abbiamo dentro qualcosa di "segnato"intrinsecamente nel nostro nome, che inevitabilmente ci riporta a ciò che era stabilito?
Io preferisco pensare alla via di mezzo, che anche se sapessimo di che morte dobbiamo morire, il libero arbitrio ci conceda comunque di disporre di ciò che c'è in mezzo tra la vita e la morte, senza bisogno di seguire il bugiardino.
Insomma per dirla alla Troisi, ma tra cento giorni da pecora e uno da leoni, non se ne possono fare cinquanta da orsacchiotto?