Una foglia nel bosco
“L'incontro fu reale, ma l'altro parlò con me in un sogno e per questo mi ha potuto dimenticare; io parlai con lui durante la veglia e il ricordo mi tormenta ancora. L'altro mi sognò, ma non mi sognò rigorosamente”.
Nel solco di Stevenson e Dostoevskij, e insieme del bibliotecario Papini, viaggiando a fianco del compagno segreto conradiano, Borges enumera una serie di racconti fantastici, sogni, visioni, incontri con ospiti, spettri e apparizioni, in materia di doppio e sogno, memoria e oblio, ragione e follia, invenzione e premonizione, conflitto tra passato e futuro. Lo stile è semplice e essenziale, la prosa musicale e incantata, la temporalità è aperta e molteplice, il racconto è pervaso dalla soggettività invisibile dell'autore con il suo sguardo soprannaturale. Nell'utopia letteraria e onirica borgesiana, fatta di pluralità e archetipi, ogni uomo è il suo Shakespeare. Se imparare è ricordare, ignorare è avere dimenticato, allora la persona che scrive inventa quel primo personaggio che è l'autore dell'opera (come ricorda il saggio I livelli della realtà in letteratura di Calvino) e la narrazione procede per illusioni, profezie e paradossi, metafore e enigmi, giochi, riscritture e misteri. Tra gli specchi dell'intertestualità, non importano i libri che leggiamo, ma quelli che rileggiamo: disordinate combinazioni, rovesciamenti e possibilità di memoria, volontà e intelletto; luoghi dove comprendere la natura infera dell'identità, a dimostrare che tutti i simboli sono fallimenti. Libri, biblioteche, tigri azzurre, lupi, spade, pampa e deserto e case infestate, duelli, rose e re, mostri e eroi e poesie: ogni elemento in Borges, diabolico o angelico, concorre a formare un'infinita trama arcana, inesplicabile e indecifrabile, una parallela realtà omerica, congetturale, dalla quale ha origine un'istintiva meraviglia, un interrogarsi perplesso dell'intelligenza, una metafisica ebbrezza dell'essere.
“Ricordai di avere letto che il modo migliore di nascondere una foglia è un bosco”.