Ho recuperato parte di quello che avevo scritto per commentare il primo volume della trilogia (o tetralogia, visto che poi è uscito un prequel) dedicata a Laidlaw. Avevo dato 5 stelle pure in quell'occasione. Iniziavo così: "La cosa meno interessante di questa mia prima incursione nella serie delle Indagini di Laidlaw probabilmente è stata la trama del noir che dovrebbe essere quella portante nel romanzo". Ecco: stavolta la trama fa un bel salto di qualità in avanti ed è già un aspetto non da poco.
Oltretutto confermo quanto seguiva. "Mi è sembrato di leggere un romanzo che parlava di persone, semplicemente. Sono dei 'personaggioni', complessi, pieni di punti di domanda, niente certezze, niente giudizi, profondamente umani - e pure profondamente mostri, a volte. Dove sta la differenza?".
Quello che stavolta ho apprezzato ancora di più è un personaggio che l'altra volta mi era scappato. Glasgow. Perché se per Laidlaw scoprire il colpevole è un viaggio, non può che essere Galsgow la madre di questo processo di parto conoscitivo. Processo incompleto, viaggio senza meta e senza ritorno.
Laidlaw sembrava intento a costruirsi una carriera come dissacratore d'interni: andava in giro per Glasgow a ricoprire di un manto di tensione i posti piacevoli .
Lo accompagna per la città il fido scudiero Brian Harkness (sottoposto di Laidlaw) che smadonna tra sé e sé perché quando il capo si mette in mente di trovare un colpevole gli viene il mal di piedi da tanto camminare. Lui, il protagonista, invece ripete ossessivamente come il collega/rivale Ernie Milligan non riuscirà mai a trovare un colpevole perché non conosce la città. Ma Milligan non vuole risolvere i casi, li vuole chiudere.
Invece Laidlaw ha una crociata personale contro il mondo. Un po' Ulisse e un po' Don Quijote, quando Eck Anderson, un barbone che faceva da informatore, muore avvelenato, Laidlaw deve scoprire cosa c'è dietro la dipartita di Eck, uno degli ultimi, uno di quelli a cui non importa a nessuno.
Tutto quello che abbiamo siamo noi e gli altri, e se siamo orfani possiamo solo adottarci a vicenda, e sfidare la mancanza di senso delle nostre vite preoccupandoci gli uni degli altri. È l'unica nobiltà che abbiamo.
Soprattutto perché negli ultimi tempi Eck era legato non si sa come a Tony Veitch, rampollo della crema cittadina, scomparso a sua volta dopo l'accoltellamento di Paddy Collins, pezzo grosso del milieu criminale della città, la cui scomparsa non può rimanere impunita - da parte dei compari, che sono anche la sua famiglia. È un'indagine che è scontro di generazioni, di idee politiche, di classi sociali. Laidlaw, paladino delle cause perse, alla fine risolverà la matassa, perdendoci come sempre una parte di sé e della sua sanità mentale.
Riconfermo anche questo, che scrissi la prima volta: "Bellissimo e scritto da uno scrittore vero e molto bravo, non solo da uno scrittore profondamente bravo nel suo genere".
Erano i martiri della decenza, che avrebbero trattato con una cortesia istintiva persino la morte, i buoni non ufficiali, quelli i cui nomi non si trovano sul calendario, né in nessun almanacco di gente famosa, ma per Laidlaw erano i migliori tra gli uomini, perché emanavano la loro bontà in modo naturale, attraverso le azioni. Non si dedicavano a Dio, ad alti principi politici o a un'idea, ma a una generosità non forzata, quotidiana, nello sforzo di rendere la vita più sopportabile per gli altri e per se stessi. Ed erano legioni.