SE SI GUARDA UN RITRATTO DI FEDOR DOSTOEVSKIJ ALL'ETÀ DI 38 ANNI SI NOTA CHE ASSOMIGLIA A JOVANOTTI, DA VECCHIO.
Paolo Nori è uno studioso di letteratura russa, insegna letteratura russa e ha tradotto tra i più grandi autori russi.
Questa dovrebbe essere una biografia che Nori scrive su Dostoevskij anche se lui dice essere anche un romanzo.
È una biografia con un difetto che però è anche un suo pregio.
Il difetto è che l'autore Nori risulta piuttosto invadente, racconta fatti suoi che spesso non c'entrano nulla con il biografato ma a volte c'entrano, si cita continuamente e gioca fare il simpatico, pur definendosi un tipo malinconico.
Mi ricorda Carrere quando scrive i suoi saggi, ma il suo difetto si trasforma in pregio perché finisce per alleggerirne la materia, ché una biografia su Dostoevskij non è mai una camminata in discesa.
Nori ci dice innanzitutto che fino alla prima metà dell'800 la Russia non aveva una sua letteratura, né una sua epica, nulla a che vedere con il nostro ricchissimo patrimonio nazionale.
La letteratura russa nasce nell'800 che è il secolo dei giganti russi in ordine sparso: Puskin, Turgenev, Leimentov, Gogol', Goncarov, Dostojevskij, Tolstoj etc.
Ci racconta poi come non debba essere stato facile camminare dentro le scarpe di Fedor Michael Dostoevskij.
Orfano di madre a 15 anni, di padre a 17 anni.
Militare.
Giornalista.
Aspirante rivoluzionario.
Gran giocatore d'azzardo e gran dissipatore di ricchezze e sostanze sue e altrui.
Due mogli.
La seconda Anna Grigor'evna, una stenografia ventenne che lo aiutò a terminare nell'arco di un mese il romanzo Il giocatore, che Dostoevskij doveva consegnare al suo editore entro l'inizio del mese di novembre del 1866, pena la perdita dell'anticipo e dei diritti per nove anni delle sue opere già pubblicate.
Cinque figli.
Uno dei rari, forse unico uomo al mondo, che viene condannato all'esecuzione capitale per poi, dopo cinque minuti, venire graziato dallo Zar, con pena commutata in perdita dei gradi militari, quattro anni di prigione e dieci di lavori forzati in Siberia.
Ne L'diota, attraverso le parole del principe Myskin, Dostojevskij racconta la sua esperienza di condannato a morte davanti al plotone d'esecuzione.
Gli rimanevano quindi da vivere cinque minuti, non di più. E mi ha detto che quei cinque minuti gli erano sembrati un tempo infinito, un'immensa ricchezza; gli era sembrato di dover vivere, in quei cinque minuti, tante di quelle vite, che non valeva la pena, adesso, pensare al momento fatale, né valeva la pena impegnare il tempo diversamente [...] Se non dovessi morire! Se la vita potesse continuare, che eternità! E sarebbe tutto mio! Trasformerei ogni istante in un secolo, non perderei nulla, ogni istante sarebbe calcolato, non spenderei un attimo inutilmente. Diceva che questo pensiero alla fine aveva dato origine a una rabbia tale che non vedeva l'ora di essere fucilato.
Tanti romanzi all'appello.
E Dostoevskij si è perduto in ciascuno dei personaggi dei suoi libri ma se proprio avesse dovuto sceglierne uno, senza dubbio avrebbe scelto il protagonista di Memorie del sottosuolo:
Io sono un uomo malato... Un uomo cattivo, sono. Un brutto uomo, sono io. Credo di essere malato di fegato. Sono l'uomo del sottosuolo che è uno che è malato e non si vuole curare e che continuamente si preoccupa di quel che pensano gli altri, e si accorge che "io son poi da solo e loro sono tutti".
Paolo Nori dice che Fedor Dostoevskij è uno scrittore che lo fa sanguinare, a distanza di 112 anni apre una ferita in chi lo legge che non smette ancora di sanguinare.
Anche io ho bisogno di sanguinare un po' e, se tutto procede, scavalco l'anno e comincio il 2025 con I fratelli Karamazov (con supporto di un GDL)
P.S. Spero di avere scritto correttamente il nome di Dostojevskij che ogni volta lo scrivo diverso non so mai se mettere la y o la j - ah....già che in cirillico la y non esiste - e non so mai se la i viene prima o dopo la j, per fortuna c'è il suggeritore del telefono, ma a volte, sanguinando, sbaglia anche lui.