Sarà un caso che in questo periodo mi imbatto in GdL tutti incentrati sulla questione Israelo-palestinese?
Ovviamente no, ma certo che, nonostante sia una cosa che ho studiato da quando ero bambina alle medie, non finisco mai di imparare e conoscere nuove cose.
Oggi, per fortuna, sempre più voci, anche dentro lo stato di Israele, si alzano per condannare gli ultimi sviluppi della storia; molti libri, bellissimi, di letteratura palestinese, hanno raccontato che da prima del 7 ottobre 2023 le azioni dello stato di Israele sono state tutte men che corrette; bellissimo Apeirogon, libro scritto sulla vicenda di un ebreo e un arabo che sono riusciti a superare i proprio lutti per provare a spezzare la catena dell’odio senza confini che non può che portare al disastro – annunciato – che ancora oggi stiamo vedendo. Tanta anche la letteratura israeliana di condanna e dissenso.
Ma non sapevo – oh mia crassa ignoranza – che sin dall’inizio, questo bellissimo racconto è del 1949, anche gli ebrei israeliani, alcuni almeno, si erano resi conto che le fondamenta del loro stato erano marce, e quindi quello era uno stato destinato al disastro, suo, dei suoi abitanti a prescindere dalla “razza o religione”.
Qui Yizahr fa vedere benissimo come, finché rimarrà un bambino che avrà nella sua memoria gli orrori perpetrati a lui, alla sua famiglia, al suo villaggio/paese, questo non potrà che “diventare una vipera”, un pericolo, un terrorista. E da qui la necessità dell’eliminazione totale e complessiva di un popolo (genocidio? Le parole non facciano paura, incutano terrore gli atti), l’eliminazione di interi villaggi e territori (nuovo termine nel 2024, domicidio, certamente non nuova azione). Dove vogliamo arrivare?
In rete si trova l’immagine di Netanyahu con sotto la didascalia “Se è questo è un uomo”. Facile la risposta. Ma noi? Siamo noi uomini che vediamo cosa sta succedendo e ancora non facciamo nulla?
"e il paragrafo successivo, ancora piú importante, nel quale si diceva esplicitamente che «si dovevano radunare gli abitanti a partire dal tale punto (vedi mappa allegata) fino al punto tal altro (vedi stessa mappa), caricarli sui camion e trasferirli oltre le nostre linee, far esplodere le case di pietra e bruciare le capanne di argilla, arrestare i giovani e i sospetti, “ripulire” il territorio da “forze ostili”», ecc. ecc. E risultava ora chiaro quante speranze buone e giuste si riponessero in chi si stava mettendo in marcia con l’incarico di «bruciare-far-esplodere-arrestare-caricare-trasferire» affinché bruciasse, facesse esplodere, arrestasse, caricasse e trasferisse; il tutto con buone maniere e civile moderatezza, segno dello spirito dei tempi, di buona educazione e forse anche della grande anima ebraica"
"Tornammo al centro del villaggio […]. Era un arazzo tessuto da intere generazioni, filo per filo, punto per punto, con mille particolari, il significato dei quali probabilmente era stato dimenticato o si era dissolto nell’insieme di un’immagine i cui tratti rimanevano costanti; il lavoro di formiche che avevano costruito un granello alla volta, e quanto piú l’opera era grande e compiuta, tanto piú l’onta della sua inutilità si metteva a nudo, si mostrava, e la sua fine indecorosa piangeva il fatto che le cose fossero andate in questo modo"
– Per prima cosa bisogna passare in rassegna tutti gli arabi che sono stati raccolti nel villaggio e identificare i giovani sospetti. Dopodiché verranno i camion, li caricheremo sopra e lasceremo il villaggio vuoto. In terzo luogo, bisogna finire di bruciare e di far esplodere. Poi ce ne andremo a casa
Prendemmo in esame tutto il sistema agricolo del villaggio e dei dintorni: le ragioni che avevano determinato la scelta del posto per i frutteti, per le aree a mezzadria e gli orti; capimmo il senso dei campi coltivati e di quelli lasciati a maggese, di quelli erpicati e di quelli arati. Tutto era talmente chiaro (anche se a nostro parere si sarebbero potuti apportare miglioramenti e ognuno di noi, in cuor suo, già lo stava inavvertitamente facendo), e qualcuno doveva solo venire e proseguire i lavori. Alcuni campi erano incolti e altri seminati in base a un calcolo preciso, previsto con attenzione, che teneva conto delle nuvole e della direzione del vento. E non era da escludere che avessero preso in considerazione anche i periodi di siccità, le malattie parassitarie e la clorosi delle piante e perfino i topi che rodevano il raccolto, e avessero studiato anche l’andamento dei prezzi: se c’era crisi da una parte si compensava da un’altra, se si perdeva con le granaglie forse ci si poteva rifare con le cipolle. Di un’unica cosa non si era tenuto conto, e proprio quella ora vagava lí, scendendo verso le grandi proprietà per prenderne possesso
Elevati dal dolore e dalla tristezza sulla nostra natura malvagia, i due passarono oltre e noi notammo come nel cuore del bimbo stesse succedendo qualcosa per cui, quel medesimo piccolo che ora piangeva sconsolato, una volta cresciuto non sarebbe potuto diventare altro che una vipera.
«L’esilio, ecco, questo è l’esilio. È cosí che accade».
Il grido del nostro popolo contro il mondo: l’esilio! Era dentro di me probabilmente, l’avevo succhiato col latte di mia madre. E cosa stavamo facendo qui noi oggi?
La nostra Khirbet Khiza. Richieste di alloggi e problemi di accoglienza degli immigrati! Dispenseremo alloggi e accoglieremo con gioia, eccome: apriremo un negozio di alimentari, costruiremo una scuola, fors’anche una sinagoga. Ci saranno partiti politici che disquisiranno su moltissimi argomenti. I campi saranno seminati e mietuti e verranno compiute grandi opere. Evviva la Khiza ebraica! Chi penserà mai che prima qui ci fosse una certa Khirbet Khiza la cui popolazione era stata cacciata e di cui noi ci eravamo impadroniti? Eravamo venuti, avevamo sparato, bruciato, fatto esplodere, bandito ed esiliato.
Le mie viscere urlavano. Colonialisti (urlavano), bugiardi! Khirbet Khiza non è nostra. Una mitragliatrice Spandau non potrà mai conferire alcun diritto. Oh-oh, urlavano le mie viscere. Che cosa non ci hanno raccontato sui profughi. Tutto, proprio tutto per i profughi, per il loro benessere e la loro salvezza... Naturalmente, i nostri profughi. Ma quelli che noi condannavamo a esserlo… era tutta un’altra faccenda. Duemila anni di esilio. Come no. Uccidevano gli ebrei. Europa. Adesso eravamo noi i padroni...