Qui si racconta di incontri brevi e fulminanti, piccole storie sullo sfondo implacabile della Storia: sono rievocazioni che hanno come protagonista l’autore. Sono incontri d’amore e di rivelazione: la loro luce è in grado di illuminare tutta l’esistenza. Il loro significato trasforma la consapevolezza del presente, rischiara la comprensione del passato e getta la sua ombra prospettica sul futuro per ridefinirne confini. Sono eterni, insomma. Il loro valore è duraturo e incancellabile, il loro insegnamento determinante e prezioso.
1.UNA PICCOLA MINORANZA
Il narratore ricorda Dmitrij Ress, dissidente a oltranza durante il regime staliniano, una battaglia sostenuta fino all’ultimo respiro.
“Filosofo di formazione, criticava non tanto le tare specifiche del regime in vigore nella Russia di allora, quanto il servilismo con cui qualsiasi uomo, in qualsiasi epoca, rinnega l’intelligenza per unirsi al branco.”
“[la condanna] conferì alle sue convinzioni la resistenza della silice. Assomigliava del resto a una lunga scheggia di questa pietra e dal suo sguardo si sprigionavano talvolta riflessi ardenti, i colpi di martello di un pensiero indomito in un corpo disfatto.”
Durante la celebrazione del Primo Maggio Ress è consapevole che, cambiate le coordinate politiche, “la folla sfilerà ugualmente, come se niente fosse. Già, perché non le importa granché di sapere chi occupa le tribune, l’importante è che qualcuno le occupi. È questo che dà un senso alla vita del nostro formicaio umano.”
“Con un’intensità mai ancora provata mi rendevo conto dell’atroce ingiustizia della vita o della Storia o forse di Dio, insomma, della crudeltà e dell’indifferenza del mondo nei confronti di un uomo che sputava sangue in un fazzoletto di seta. Un uomo che non aveva avuto il tempo di amare.”
2.COLEI CHE MI LIBERÒ DAI SIMBOLI
Il narratore, bambino, vede una giovane donna seduta sulla gradinata spoglia che era stata poco prima teatro della grande parata comunista, sovrabbondante di simboli e inneggiante al prossimo radioso futuro del mondo.
“Non era la prima donna ad abbagliarmi con la sua bellezza, con la forza paziente del suo amore. Era la prima, però, a rivelarmi che una donna che ama non appartiene più al nostro mondo ma ne crea un altro e lì resta, sovrana, inaccessibile alla febbrile rapacità dei giorni che passano”.
“La bellezza umile del volto femminile dalle palpebre abbassate rendeva ridicole le tribune e chi le occupava, e la pretesa degli uomini di ergersi a profeti della storia. La verità era espressa dal silenzio di quella donna, dalla sua solitudine, dal suo amore così grande che perfino il bambino sconosciuto che scendeva i gradini ne era rimasto abbagliato per sempre”.
“Realizzai allora con perplessità che a quel progetto sublime mancava una cosa. ‘L’amore…’, sussurrò dentro di me una voce incredula”.
3.LA DONNA CHE HA VISTO LENIN
L’autore/narratore da bambino, insieme ad altri orfani come lui, va in un villaggio dove vive “la donna che ha visto Lenin” e spera di stabilire un contatto più vero con l’uomo-mito della Rivoluzione, colui che ha promesso il sol dell’avvenire, radiosa speranza per tutti.
Incontrerà una bambina, Maya, che gli rivelerà qualcosa di profondo e doloroso al riguardo.
“Laggiù, nella vallata, vidi Maya lanciata in una corsa folle, il nastro le era volato via dei capelli, che rimbalzavano sciolti sulle spalle. Più lontano, in mezzo a un’infinita distesa verde e argentata, una vecchia signora alta aspettava immobile, sul sentiero in pendenza.”
4.UNA DOTTRINA ETERNAMENTE VIVA
L’ossessione della durata ci fa credere di essere immortali, o almeno longevi e duraturi come statue. Così la dottrina del comunismo, imperitura nei secoli dei secoli. Invece no. La felicità abita l’attimo, si appaga della “certezza di vivere, in ogni istante, l’essenziale di ciò che può essere vissuto in questo mondo.”
Ma il narratore bambino si imbeve degli insegnamenti che gli vengono impartiti: “Quella dottrina, che ci insegnavano a scuola, mi appassionava. Esprimeva ciò che prima riuscivo soltanto immaginare: una città bianca inondata di sole, degli uomini legati da un sentimento di fratellanza, finalmente liberi da qualsiasi forma di odio e uniti da un progetto grandioso che li avrebbe condotti verso uno splendente avvenire.”
Ma ogni giorno la realtà smentisce quelle promesse.
“Restano soltanto, adesso, la luce di marzo, il soffio inebriante delle nevi sotto il bagliore dei raggi, le assi di un vecchio imbarcadero scaldate da una lunga giornata di sole.[…] Resta quel paradiso fugace, la cui eternità non ha bisogno di dottrine.”
5. GLI AMANTI IN UN VENTO NOTTURNO
Nel regime sovietico in un certo senso era vietato il libero amore. Perché due giovani innamorati non potevano, ad esempio, prenotare una camera d’albergo senza essere sposati, senza essere controllati da organismi superiori.
“La condizione di liberi amanti era paragonabile a quella dei vagabondi, dei ladri, dei contestatori. Il che non era del tutto sbagliato: l’amore è sovversivo per definizione. […] Una camera d’albergo diventava un luogo pericoloso: lì dentro venivano messi in ridicolo le leggi dell’universo totalitario da due esseri che si concedevano l’uno all’altro senza preoccuparsi delle decisioni dell’ultimo congresso del Partito.”
Prima di lasciarsi dopo la vacanza estiva, per ripararsi da un violento acquazzone, paradossalmente i due troveranno rifugio sotto un grande cartellone pubblicitario con impresso il faccione paterno di Breznev che “inarcava un sopracciglio, come per dire: Un temporale? Ma è stato autorizzato dal Politburo?”. E proprio lì, non visti, ascolteranno i discorsi di una coppia di anziani sposi, superstiti del precedente regime, e poi della guerra, e infine della rivoluzione, stretti soltanto al loro reciproco amore.
6. UN DONO DI DIO
Jorka è diventato un emarginato, dopo l’incidente della granata che, ancora ragazzo, gli scoppiò in faccia deturpandolo per sempre. È un ex compagno di giochi del narratore che, dopo averlo a lungo ignorato, un bel giorno decide di parlargli e, più ancora, di accompagnarlo nel bosco a cercare funghi. Sono ancora giovani entrambi, ma uno può permettersi di avere una ragazza, l’altro no. E così Jorka, prima di lasciare l’amico, gli regala un mazzo di bucaneve freschi da offrire all’innamorata. Quel dono avrà per l’autore un significato speciale che rimarrà incastonato come una gemma nella sua memoria.
“Rivedo la sua sagoma claudicante che si allontana in fretta, dopo avermi lasciato con un mazzo di fiori tra le mani. Me lo porge, se ne va e il suo gesto inaugura, nella fuga frettolosa e smemorata dei miei giorni, una vita che non passa, come la bellezza di quel viso di donna immerso nella fragranza invernale dei bucaneve.”
7. I PRIGIONIERI DELL’EDEN
Kira ora è una giovane pasionaria che lotta contro un regime ormai moribondo. Il suo amato è un aspirante scrittore, come lei critico del governo, non più confinato nel gulag, ma in esilio in un paese poco lontano da Mosca. Quando l’autore la conosceva Kira era una bambina, soprannominata “Cappuccetto Rosso”, anche lei un’orfana, che però voleva distinguersi dai compagni indossando un berretto rosso anziché grigio.
Ora accompagna il narratore a vedere una delle realizzazioni più assurde del regime: un meleto gigantesco e infruttuoso, lungo 22 chilometri e largo 16. Ma immergersi in questa immensa nuvola bianca è perdersi nell’assoluta bellezza, quella “lenta ondata floreale che ci trascinava nella sua splendida follia”.
Discutendo con l’amica, Andreï comprende le sue intime ragioni, ma vede anche le sue contraddizioni; tuttavia non può comunicarle la verità e l’essenza del proprio pensiero : “La vita inimitabile che hai sempre cercato è qui. In questo meleto da sogno, senza modelli né precedenti. In questa giornata chiara al confine tra la primavera e l’estate. In questo istante talmente unico da non appartenere nemmeno alla tua stessa vita, ma a un’interruzione nel tempo...”
Dopo poco il comunismo cadrà e sarà sostituito “dal torrente fangoso di un capitalismo di predatori e di mafiosi”, mentre “il tempo ha risparmiato il meleto, confinandolo in un istante che non passa.”
8. IL POETA CHE AIUTÒ DIO AD AMARE
In questo ultimo capitolo ritroviamo il protagonista del primo, Dmitrij Ress, e l’autore, dopo un quarto di secolo, riceverà la spiegazione di una strana coincidenza, riportata nel racconto iniziale e ricordata qui: il passaggio di una donna con un bambino a cui Ress diede uno sguardo intenso e fugace.
L’anarchico resistente “sa che nel duello contro la Storia non ci possono essere dei vincitori. I regimi cambiano ma resta immutato il desiderio degli uomini di possedere, di schiacciare i propri simili, di spegnersi nell’indifferenza di animali ben pasciuti.” E sa che “Dio si rivelava impotente di fronte a un mondo senza amore”. È un Dio fallimentare che forse ha destinato l’uomo a correggere la sua Creazione.
E Ress, detto il Poeta, pur nel disfacimento della sua vita di perseguitato, sa esprimere la luce e la gioia di una vita capace immergersi nell’eternità di un istante: “l’ultima neve, l’odore di un falò e la lampada che si è appena accesa oltre quella piccola finestra grigia, laggiù. “