L'idea centrale di questo saggio è il paradosso tra sopravvivere e vivere. La vita implica la morte, mentre la sopravvivenza implica che la vita implica ancora la vita. Ma la nostra vita è caratterizzata dalla sua finitezza. Per cui, la sopravvivenza che tenti di rinnovare sempre la vita, consumata di attimo in attimo nella realtà della propria esistenza, è destinata alla disperazione. La disperazione deriva da un rinnovo della vita sempre più vicina alla morte, che tuttavia nega la morte. La morte tuttavia non può essere eliminata, possiamo al massimo tentare di allontanarne da noi il pensiero. Ma il pensiero fa parte della vita proprio come preparazione alla morte, perché nonostante il tentativo di accecarlo rispetto alla morte, il pensiero tende a prepararci alla morte. Infatti, il pensiero fa parte della vita, e la vita implica la morte, quindi dal pensiero non può essere rimosso il pensiero della morte. Chi non pensa alla morte è destinato alla disperazione, all'immaturità o all'ignobiltà. Mishima è ancora più esplicito (p.29): l'umanesimo razionale ci induce a guardare un obiettivo futuro, per creare un futuro luminoso. Ma lo stesso umanesimo vuole per questo accecarci rispetto alla consapevolezza della morte. In questo modo, la morte si allontana dalla superficie della coscienza, e causa malattie mentali. Mishima inoltre precisa che la morte ha un doppio significato: da un lato è il destino, perché la morte è costante; da un altro lato è l'indizio che ci indica la transitorietà della vita, secondo la quale noi scegliamo e le conferiamo un significato esistenziale. (p.27)
Le analisi di Mishima sono sempre estetiche. Per "estetico" intendo l'istinto a scegliere degli elementi da cui lui stesso è in grado di comporre storie. In queste storie il sentimento di Mishima costituisce la forma, senza però dare un preciso indizio al contenuto. Il contenuto resta fedele alla forma letteraria. La forma data da Mishima è la stessa della morte che in ogni istante si staglia come un'ombra accanto ad ogni esistenza illuminata dalla vita.
Nell'introduzione Mishima dichiara che ci sono 3 opere che lo hanno colpito nella sua adolescenza.
1. I racconti di Ueda Akinari, onirici, ma cosparsi di un sentore di concretezza. (tardo 700)
2. Il ballo del Conte d'Orgel di Radiguet, con tutto il fascino irregolare e precoce di un grande talento.
3. Lo Hagakure di Yamamoto Tsunetomo, poi Josho dopo la conversione religiosa a seguito della morte del suo signore,Nabeshima Mitsushige, presso cui serviva come Samurai. Stile incisivo, potente, talvolta rigido, sempre accompagnato da un senso di pudore. (600, primo settecento)
Mishima dichiara che soltanto la terza opera continua ad esercitare lo stesso fascino su di lui come adulto, mentre le altre due suscitano in lui impressioni diverse.
Il motivo per cui lo Hagakure continua ad esercitare la stessa impressione su Mishima sembra che sia il seguente: Mishima non era soddisfatto del suo tentativo di trasformare la scrittura in azione.
Nello Hagakure si condanna il Samurai che si dedica alle arti. Infatti il samurai deve dedicarsi ad una sola via, quella del Samurai. Si chiederà subito allora perché esista lo Hagakure. Lo Hagakure fu scritto da Tsunemoto DOPO la sua vita da Samurai. Tsunemoto non desiderava pubblicare i suoi scritti, frutto delle sue conversazioni con il giovane Tashiro Tsuramoto. Tsuramoto trasgredì alle volontà di Tsunemoto e non distrusse gli scritti.
Tsunemoto scriveva per tutti quei Ronin che, come lui, per circostanze indipendenti da loro non avevano un signore da servire. Tsunemoto scriveva anche per tutti quei giovani samurai che desiderassero la saggezza di un samurai più anziano.
Mishima cercava quindi la guida di un samurai più anziano per vivere in modo autenticamente giapponese, contro l'influenza americana del dopoguerra.
Per Mishima era una vergogna avere accettato la pace E avere ceduto ai valori americani del liberalismo ripudiando quelli della storia del Giappone.
In questo saggio, Mishima cerca di estrapolare alcuni valori Giapponesi avulsi dal Giappone americanizzato del dopoguerra.
Inoltre, c'è un altro bersaglio: l'intellettuale in cui la forza dell'azione abbia ceduto alla mollezza dell'auto-congratulazione e dello scherno per il mondo, talvolta in nome di un ideale sociale nel quale si nasconde spesso un amore oblioso per la massa, un disprezzo per il popolo, una vanità megalomaniacale. Costoro sfruttano l'istinto di sopravvivenza per arricchirsi, attraverso una compassione studiata dalla loro avidità per raggiungere prestigio o ricchezza.
(p.21) Stelle del cinema, sportivi: oggi gli eroi sono coloro che hanno l'abilità di catturare l'attenzione di un vasto pubblico e spogliarsi della propria umanità per diventare un burattino al servizio dell'arte.
(p.26) I nostri impulsi ciechi esprimono in modo dinamico e contraddittorio gli istanti della vita, non un ideale sociale.
Mishima riassume (p.32) che lo Hagakure parla di 3 cose:
1. Azione, come eminente prova della soggettività. Infatti, l'azione ha sempre una componente strettamente individuale nelle sue conseguenze.
2. Amore, tra silenzio e fedeltà, converge con le proprie azioni all'obbedienza alle leggi della passione e alla loro rivelazione nel Signore (in senso concreto come Signore al cui servizio sono i samurai).
3. Vita, accompagnata ad ogni istante dalla morte. Possiamo vivere anche quindici anni come un solo istante. Ma nei quindici anni, consapevoli della morte, possiamo apprendere molte cose che sono utili a nutrire il nostro amore. In ultima istanza, l'amore di un samurai converge sempre con l'obbedienza al proprio signore. Il linguaggio può fuorviare. Quello che intende Mishima è qualcosa di molto simile a Platone: la molteplicità delle cose è apparente, la realtà è l' Uno (il principio primo, non il numero). Così la molteplicità dei sentimenti ci fuorvia, perché la realtà è la passione (che si ottiene tramite la fedeltà nell'azione). Ma la fedeltà nell'azione secondo i nostri desideri e obiettivi è ancora soltanto morte, arbitrio, trascinamento. La fedeltà secondo gli ordini del signore e il benessere del feudo è invece coincidente con la pura passione, perché riduce l'io ad Azione naturale dell'entità Signore- Feudo.
Non è insomma l'amore per un tiranno il centro dell'obbedienza, ma la volontà di ricondurre la molteplicità insita nel proprio io nell'unità dell'azione che orienta il sistema Feudo-Signore come CORPUS. Questa non è un'unità di natura sociale o intellettuale, ma un'unità del tutto corporea di cui si vuole dare prova con la fedeltà nell'azione. Si obietterà: ma c'è qualcuno che dà ordini e qualcuno che li compie, quindi c'è un sistema tirannico. La risposta è: il cervello è forse il tiranno del corpo?
Mishima elenca poi i 48 fondamenti dello hagakure.
Qui Mishima esplora alcuni concetti centrali.
A. Il concetto di Amore inconfessato come l'amore migliore. Il punto centrale è che l'amore senza ostacoli diventa più piccolo. Mishima parla di Statura dell'amore. L'idea è che il sentimento per l'altra persona ostacola l'amore, perché quando lo esprimiamo come desiderio tende ad esaurirsi nell'espressione. Così per coloro che consumano il loro amore in desiderio, tramite l'espressione, subentra la disperazione di un amore vacuo, un collasso dell'amore nel desiderio e una vita di tentativi avventurosi per colmare il vuoto della propria anima.
B. La morale dell'apparenza. Questo significa che le parole e le azioni determinano la persona. Chi parla da vigliacco sarà vigliacco, chi invece è vigile e sa scegliere cosa dire e cosa fare, saprà impedire che parole da vile lo determinino. è sufficiente non pronunciarle, né con gli altri né soli con se stessi. L'idea centrale è che non esiste una mente invisibile dietro le azioni e le parole. Ciò che conta per determinare la propria esistenza sono le parole pronunciate e le azioni compiute. Non c'è una morale dell'intenzione o una morale celeste. Anzi, per Tsunemoto il samurai deve continuare a rispettare gli dei e pregare anche quando è impuro. Per lo shintoismo, il sangue è impuro. Ovviamente il samurai in battaglia diventa impuro.
Ci sono vari passi interessanti. Ne cito uno sull'educazione dei figli:
p.59 Stimolateli ad essere coraggiosi, senza inganni o spaventi, perché se cresceranno con il timore saranno dei codardi. Non li rimproverate troppo aspramente, altrimenti non avranno fiducia in se stessi e cresceranno irresoluti. Date l'esempio e non permettete ad un cattivo comportamento di diventare una cattiva abitudine, perché crescendo sarà difficile estirparla. Un bambino deve imparare ad esprimersi correttamente, con buone maniere, e deve imparare a non essere avido. Il resto dipende dall'armonia dei genitori. L'armonia dei genitori dipende dal matrimonio. L'armonia del matrimonio deriva dal rispetto della distinzione dei ruoli.
Ci sono passi molto diretti e giusti, per esempio: (p.73, fondamento 31): "Chi si scoraggia nella cattiva sorte è un buono a nulla."
Nel fondamento 34 Tsunemoto ricorda che dobbiamo essere collegati al nostro passato, ma dobbiamo accettare il cambiamento.
A conclusione, Mishima afferma che nessuna morte è inutile, in quanto morte umana. Questo è in contrasto ad un'altra scuola di samurai, che riteneva inutile una morte quando il morto non aveva raggiunto il suo obiettivo.
Il libro che ho consultato io (feltrinelli) ha in appendice una raccolta di passi scelti dello hagakure. Nei passi scelti è evidente come una component fondamentale della via del guerriero sia farsi correggere attivamente, non fermarsi su alcun dogma. Credo che la verità di questo luogo comune sia quella di dire: cerca dei riferimenti, non delle bandiere. Un pensiero solido assomiglia a chi scala una montagna: ci deve essere sempre qualcosa ancorato alla parete.
Di per sé il saggio di Mishima termina in 90 pagine circa.
La scelta dei passi dallo hagakure termina così:
"Ciò che mi inquieta dei governanti è che si affidano all'intuito. Non potrebbero fare altrimenti: ignorano il passato, le tradizioni e non distinguono tra bene e male. Tutti si prostrano intimoriti: questo accresce la loro superbia e accresce la loro avidità."
Troppo si parla di libertà e diritti, di differenze superficiali senza alcun confine. Parlare di bene e male, dei confini in generale è quello che permette che ci siano uomini e donne maturi, al di là di una pace e di un'armonia che non è mai davvero del tutto nelle loro mani.
Ma per il fatto che non tutto sia sotto il nostro controllo, non significa che dobbiamo essere agenti del caos, rassegnati dalla nostra debolezza. Chi vuole scegliere questa via è un vigliacco. Qualunque gentilezza e persistenza nell'astenersi o agire secondo il bene è un faro nell'ignoto.